Arthur e il popolo dei Minimei

Arthur è un bambino di dieci anni che fantastica di paesi lontani e popoli sconosciuti grazie ai racconti di un nonno scomparso misteriosamente ormai da qualche anno e a una nonna che lo vizia amorevolmente di fiabe. In un libro magico scopre l’esistenza di un mondo a lui vicino – proprio nel suo giardino, prossimo all’esproprio da parte di un immobiliarista senza scrupoli – abitato da elfi e principesse e da un malvagio assoluto: il terribile Maltazard. Solo lui, il piccolo e astuto Arthur, potrà sconfiggere il Male, conquistare la principessa, trovare il tesoro nascosto e riscattare la proprietà di famiglia, ma per farlo avrà bisogno di ingegneri talpa, capi tribù, guide generose e tanto, tanto coraggio.

Spiderwick – Le cronache

La famiglia Grace (madre e i tre figli, due gemelli e la sorella maggiore) si trasferisce da New York in una vecchia e cadente casa avuta in eredità da un misterioso pro-zio. Dopo una serie di strani eventi che la famiglia non riesce a spiegarsi, Jared, uno dei gemelli, si ritrova in un fantastico e misterioso mondo popolato da bizzarre creature e…

Un’ottima annata

Max Skinner (Russel Crowe) è un finanziere della city, senza sentimenti né tantomeno scrupoli. Un giorno scopre di aver ereditato la villa in Provenza di suo zio Henry (Albert Finney) in cui da bambino era solito trascorrere le estati. Fugge quindi dalla giungla d’asfalto britannica per correre verso i luoghi dell’infanzia, densi di ricordi, odori e sapori familiari, primo fra tutti quello del vino.
Naturalmente, Max scoprirà che esistono valori che non si scambiano in borsa; che si può vivere in un modo diverso – slow, direbbe qualcuno – rispetto a quello a cui è abituato. Bisogna solo adattarsi, magari a costo di qualche sacrificio.Naturalmente troverà l’amore, nella persona della bruna, ubertosa locandiera del paese, Fanny Chenal (Marion Cotillard). Ma riuscirà a lasciare il suo lavoro, i suoi soldi, la sua bella casa in città?

Due fratelli

Due cuccioli di tigre asiatica sono separati l’uno dall’altro: il destino li porterà su strade imprevedibili e li metterà in contatto con esseri umani sia gentili che crudeli. Le sequenze con gli animali occupano molto più spazio della storia, in questo film familiare strano e disfunzionale, che mette in conflitto la purezza della giungla con le difficoltà della vita “civilizzata”. Momenti di magistrale bellezza sono controbilanciati da altri di farsa grossolana come gli animali in stile Disney o i personaggi abbozzati con approssimazione e mal definiti. 

Un sogno per la vita

Il cinema americano è abile a manipolare storia pubblica e privata, a dolcificarla, a indirizzarla per intenti patriottici, familiari, religiosi o meramente ricreativi. Ovvio che esiste anche l’altro cinema, per fortuna, come è altrettanto ovvio che il cinema «manipolato» è spesso grande cinema e grande spettacolo.

Non è il caso, purtroppo, di
Neverland, un sogno per la vita,
che Marc Forest ha ricavato da una pièce di Allan Knee, ispirata alla vita e all’opera di James Matthew Barrie, il fortunato creatore di Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere, che volava e conduceva gli altri bambini nell’Isola che non c’è, luogo dell’immaginario infantile, popolato da creature mostruose e favolose.

Anche senza scomodare Freud, già «in carriera» (siamo agli inizi del Novecento), è inutile ricordare a quanti riferimenti psicologici, sociologici, simbolici, mitologici abbia dato adito la creazione di questo personaggio-folletto; assai più, direi, che non Pinocchio o Alice.

Ma veniamo al film. Che segue la vita di Barrie, a Londra, a partire dal tiepido fiasco della sua ultima commedia. Nei giardini di Kensington, oziando alla ricerca di nuove idee teatrali, incontra i quattro figli di Sylvia Llewelyn, da poco vedova. Rimane incantato dai ragazzi, diventa loro amico, li coinvolge in giochi o partecipa alle loro fantasiose avventure come fosse un coetaneo; si traveste da pirata e commette stramberie da ritardato mentale, agli occhi dei cosiddetti normali; in realtà a poco a poco crea con loro quella che diventerà la commedia di Peter Pan, da cui deriveranno, in seguito, due romanzi. Se la vedova accetta incantata, il vicinato mormora (come si dice) e la di lei madre è ferocemente ostile, mentre la giovane moglie dello scrittore, sospettando una sbandata per Sylvia, finisce per tradirlo con un avvocato amico e poi per lasciarlo. Barrie riuscirà a metter su la commedia ideata con i suoi giovani amici, e sarà un grandissimo successo. Quasi contemporaneamente la vedova, ammalatasi di tisi, muore, lasciando tutore dei propri figli il commediografo e la madre, mentre in sala si sentono soffi di narici e, con la luce, si scorgono occhi pieni di umida commozione in molti dei presenti. Commozione facile facile, estirpata con mezzi ignobili, come si suole.

Perchè poco di quello che racconta il film corrisponde alla realtà. Per esempio Sylvia Lleewelyn non era vedova; lo diventerà soltanto nel 1907, tre anni dopo la première londinese della commedia. Suo marito detestava Barrie e ne era contraccambiato. Quanto a Barrie, sposò Sylvie (che morirà nel 1910) e divenne patrigno di quei ragazzi che, però, con gli anni, finirono col non sopportare più i suoi giochi. Di fatto era Barrie che non voleva crescere, mentre crescevano riconoscimenti, onorificenze e prebende.

Quanto ai figliastri, per una sorta di nemesi peterpanica («Morire sarà un’avventura grandissima», dice il protagonista) finirono tutti malamente: il primo morì in guerra nel 1915; il secondo, non accettando la sua omosessualità, si affogò in un lago ghiacciato con l’amico, nel 1921; un terzo infine, dopo la morte «naturale» del quarto, si gettò sotto il treno della metropolitana di Londra.

E Barrie che tipo era? Non così affascinante come il fascinoso Johnny Depp. Bassissimo di statura, aveva la voce fessa e sottile; a trentanni, nelle foto, con due folti baffi, sembra un bambino in maschera. Sempre innamorato, era tuttavia incapace di un rapporto adulto e con la moglie il matrimonio non fu mai consumato. Barrie non era un pedofilo «sublimato», come qualcuno ha potuto pensare, ma soffriva di quello che i medici chiamano pubertà ritardata; fisiologicamente aveva l’età di un dodicenne, il che, naturalmente, non gli impediva di essere un genio e un uomo generoso e affettuoso.

Non solo tutti questi dati sono alterati o falsificati a favore di un mercinomio lattemieloso di disponibilità umana e genialità creativa, di fantasia e ricostruzione storica, ma ogni possibile interpretazione delle molteplici e ambigue correlate al personaggio e al suo autore viene come azzerato dai ristagnanti buoni sentimenti in cui il regista chiude la vicenda. Poco e nulla traspare, perché il pubblico non si preoccupi; e tutto è falso, dalla leziosa gentilezza di Barrie alla dolcezza moribonda di Sylvia (Kate Winslet) all’antipatia manierata della Signora Du Maurier.

Dalle macerie si salvano soltanto la scena finale della prima teatrale e la recitazione superba di Dustin Hoffman, nel ruolo del generoso impresario teatrale Charles Frohman. Da non dimenticare inoltre il commovente straordinario interprete del piccolo Peter, tale Freddie Highmore.
(piero gelli)

La fabbrica di cioccolato

Willy Wonka è il proprietario di una delle fabbriche di cioccolata più grandi al mondo. All’interno dell’enorme stabilimento produce le leccornie più deliziose e impensate, sogno di ogni bambino. Un giorno però, dopo aver subito ripetute fughe di notizie riguardo le formule dei suoi dolciumi, il magnate delle barrette di cioccolata decide di chiudere i battenti. Diverso tempo dopo, la fabbrica ricomincia a sbuffare fumo dai suoi camini: la produzione è misteriosamente ripresa. Chi mai lavorerà al suo interno? Che fine ha fatto Willy Wonka? Tutti se lo chiedono e, inaspettatamente, un giorno d’inverno, Wonka bandisce un concorso: cinque fortunati bambini che troveranno il Golden Ticket all’interno delle proprie barrette di cioccolata potranno trascorrere una giornata con lui visitando la misteriosa fabbrica e in più uno di loro riceverà un’incredibile sorpresa. In tutto il mondo è caccia ai biglietti. Alcuni bambini trovano il tagliando dorato grazie alla speranza e alla fortuna, altri invece fanno di tutto per averlo forzando il destino dalla propria parte. Tra i primi c’è il piccolo Charlie, che vive vicino alla fabbrica di cioccolata insieme alla famiglia . In compagnia del nonno entrerà nel meraviglioso mondo di Willy Wonka, fatto di alberi di zucchero e fiumi di cioccolata.

Tim Burton ci regala un’altra delizia per gli occhi. Ripropone la pellicola del 1971 diretta da Mel Stuart e interpretata da Gene Wilder. Tiene fede all’originale ma l’arricchisce con quel tocco visionario e singolare che la storia richiede e che solo lui sa dare. Tutto è incredibile. Dalla monumentalità di facciata della fabbrica, all’inclinazione, al limite del crollo, della casa di Charile. Dall’eccentricità di Wonka, alla semplicità dei bambini. Dagli scoiattoli operai, alla pettinatura del fantasioso cioccolatiere. Visivamente molto vivace, la pellicola coinvolge con la sua purezza da fiaba, con la spontaneità dei suoi personaggi (siamo tutti con Charlie durante la ricerca del biglietto vincente) e con le ambientazioni da sogno costruite da Burton, come la cascata di cioccolata e la nave a forma di ippocampo. Indimenticabili poi i simpatici lavoratori della fabbrica: gli Umpa-Lumpa (in realtà tutti impersonati da Deep Roy, poi moltiplicato digitalmente), fantomatici piccoli uomini provenienti da Lumpolandia al soldo di Wonka per una manciata di semi di cacao. Si odono gli echi di
Edward Mani di Forbice
in diverse sequenze e, per chi ama il regista, è proprio un bel sentire. Nel cast primeggia Johnny Depp che sfodera un’interpretazione memorabile miscelando con bravura il suo Ed Wood visto nell’omonimo

film
di Burton, e l’irrefrenabile carisma del pirata Jack Sparrow, cui ha dato vita ne

La maledizione della prima luna.
(mario vanni degli onesti)