I fiumi di porpora

Il commissario Niémans si reca a Guernon per indagare sul decesso di un ex studente della locale università, ritrovato ferocemente mutilato. A 300 chilometri di distanza, il commissario Kerkérian indaga sulla profanazione della tomba di una bimba morta vent’anni prima. Fatalmente le due indagini s’incrociano e rivelano agghiaccianti retroscena sull’attività scientifica dell’università di Guernon. Kassovitz numero quattro. Dopo il fallimento (meritato) di
Assassin(s)
, l’ex ragazzo prodigio del cinema d’Oltralpe – definito da Spike Lee «il tizio col nome buffo che mi copia in Francia» – si ricicla come muscolare esecutore di thriller seriali. Penalizzato da uno script inetto e privo di interesse (con soluzione finale telefonata già dopo il primo quarto d’ora), da interpreti simpatici ma qui inefficaci, da un’ambientazione montanara da film turistico svizzero e da un finale inutilmente tonitruante, il film si archivia immediatamente con il secondo e probabilmente definitivo scivolone di Kassovitz. Si salva solo l’«inutile» combattimento in palestra, con tanto di polvere di gesso che si solleva dagli abiti di Cassel.
(giona a. nazzaro)

L’antidoto

Jacques-Alain Marty (Clavier) è il carismatico boss di una importante corporation francese, la Vladis Enterprises, in lotta con Steven Brickman, uno spregiudicato magnate australiano, per l’acquisizione della Stardust, un colosso dei media. La sua determinazione ed efficienza negli ultimi tempi sembrano essere spariti e avere lasciato il posto a una profonda insicurezza, che lo porta a crisi di panico in cui balbetta e suda copiosamente. Per guarire, gli spiega l’analista, deve scovare un indefinito antidoto. Jacques-Alain sembra trovarlo in un ometto di mezza età (Jacques Villeret), un onesto e tonto contabile, alla cui presenza torna il carismatico capitano d’industria che era sempre stato. Decide così di assumerlo per averlo accanto giorno e notte.