Una vita difficile

Dopo aver combattuto la guerra partigiana, durante la quale ha conosciuto la donna che diventerà sua moglie, Silvio intraprende la carriera del giornalista. Incapace di scendere a compromessi con i suoi prìncipi d’ispirazione marxista, finisce in carcere per aver preso parte ai moti del luglio del 1948. Sceneggiato da Rodolfo Sonego, uno dei migliori film di Alberto Sordi che si cimenta in un memorabile ritratto di un italiano atipico (rispetto ai qualunquisti che l’attore aveva tratteggiato nelle precedenti commedie) che tenta disperatamente di passare indenne e integro attraverso gli sconvolgimenti politici ed economici dell’Italia del dopoguerra. L’ottimo Dino Risi – che aveva diretto Sordi in
Il segno di Venere, Venezia la luna e tu
e
Il vedovo
– non è mai stato così efficace, spietato e pungente.
(andrea tagliacozzo)

I vitelloni

Il film, terzo lavoro di Federico Fellini (ma il primo a dargli una certa notorietà), offre uno spaccato indimenticabile di una certa vita di provincia attraverso le vicende di cinque giovani, amici inseparabili, che trascorrono le loro giornate tra il caffé, il biliardo, la passeggiata, le ragazze, inseguendo, ma senza crederci, progetti irrealizzabili. Lo stile grottesco e visionario del regista, che caratterizzerà le sue opere successive negli Sessanta e Settanta, è ancora lontano, anche se il film, intriso di una vena di struggente malinconia, è facilmente classificabile tra i suoi migliori. Ottimi gli interpreti, tra i quali uno straordinario Alberto Sordi.
(andrea tagliacozzo)

Genitori in blue jeans

Le vicende di Peppino, il titolare di una rinomata sartoria romana, che, recatosi a Parigi con un amico, dopo essersi dato alla pazza gioia e aver tentato facili conquiste, s’innamora di una bella inglese. Commediola che si regge unicamente sulla verve degli interpreti. Il regista Mastrocinque aveva già diretto Peppino De Filippo in altre tre pellicole dove l’attore napoletano faceva coppia con Totò.
(andrea tagliacozzo)

Le sorprese dell’amore

Due coppie sono male assortite: Ferdinando, timido insegnante, è fidanzato con l’allegra ed esuberante Didì, mentre l’amico Battista, inguaribile dongiovanni, ha come compagna la gentile e romantica Marianna. Ma Didì ha la giusta soluzione al problema e propone a Marianna uno scambio di partner. Commedia leggera, abbastanza vivace, ma distante anni luce da
La finestra sul Luna Park,
ovvero il migliore dei film fino ad allora realizzati da Comencini.
(andrea tagliacozzo)

Racconti romani

Appena uscito dal carcere, Alvaro propone agli amici Otello, Mario e Spartaco una serie di piccole truffe che, per una ragione o per l’altra, non riescono ad andare in porto. Scoperti dalla polizia mentre spacciano soldi falsi, i quattro finiscono al commissariato. Il film è ispirato ad alcuni racconti di Alberto Moravia, adattati per lo schermo da Sergio Amidei, Francesco Rosi, Age e Scarpelli. Il risultato, comunque, non si discosta poi molto dalle solite commedie all’italiana, anche se ci sono alcuni personaggi decisamente riusciti e il cast è davvero eccellente.
(andrea tagliacozzo)

Ginger e Fred

Due ballerini, Pippo Botticella e Amelia Bonetti, quarant’anni prima divi dell’avanspettacolo con il nome d’arte «Ginger e Fred», vengono riuniti in occasione di uno show televisivo. I due, ormai anziani, stentano perfino a riconoscersi. Paradossalmente, il film, che dovrebbe essere una satira della Tv, utilizza un linguaggio e un tipo d’inquadrature di stampo televisivo. Un opera comunque non all’altezza degli altri lavori del regista riminese. Franco Fabrizi aveva già lavorato con Fellini nel ’53 in
I vitelloni
.
(andrea tagliacozzo)

Il bidone

Vita squallida di un bidonista di professione, che vorrebbe cambiar vita ma farà una fine tragica. Uno dei Fellini meno riconciliati, meno «istituzionalizzati». E uno dei più amari, dei più melodrammatici: non meno cattolico del precedente
La strada
e del successivo
Le notti di Cabiria
, ma più cattivo nel suo agghiacciante finale: anzi, quasi un doppio atroce delle storie dei mille simpatici truffatori italiani alla Albertone o alla Gassman. È forse il primo film pienamente tragico di Fellini, dopo la commedia malinconica degli esordi e la poesia chapliniana di Zampanò e Gelsomina. Il tragico vi abita curiosamente puro, senza il grottesco, l’orrido o il barocco dei film successivi; e così puro lo ritroveremo di rado in Fellini (ad esempio nel suicidio collettivo de
La dolce vita
, comunque osservato dall’occhio distante di Marcello). Forse per questo Il bidone è un film negletto, quasi maledetto. E forse per questo (oltre che per la gigantesca interpretazione di Broderick Crawford) fece innamorare di Fellini il giovanissimo critico François Truffaut.
(emiliano morreale)