La felicità non costa niente

Sergio (Mimmo Calopresti) è un architetto brillante, con una moglie devota, un figlio sveglio e simpatico, un’amante giovane e un gruppo di cari amici. Un incidente d’auto gli fa cambiare completamente approccio alla vita. Si accorge di tutte le ipocrisie e contraddizioni della sua esistenza e, a poco a poco, con le sue stesse mani distrugge tutte le certezze che lo circondano. Cerca risposte, di notte, vagabondando per una Roma «turisticamente didascalica», ma accogliente e complice. Ogni tanto cerca di rimanere aggrappato alla vita reale, quella fatta di routine, di rapporti umani e sociali, di lavoro e famiglia, ma non ce la fa, ha bisogno di scappare e cercare. Unico compagno di viaggio è un manovale che lavora per lui, con cui instaura un rapporto a metà tra il sogno e la realtà. Una notte, per le strade di Roma, incontra una donna misteriosa, bellissima, che cattura tutto il suo interesse. Occuparsi di questa persona diventa la sua preoccupazione principale, si innamora, ritrova equilibrio e voglia di vivere, ma… Un altro film di Mimmo Calopresti, questa volta nella triplice veste di regista sceneggiatore e protagonista. Una pellicola sulla ricerca ossessiva della felicità, nel mondo esterno, per poi giungere alla conclusione che forse è solo uno stato personale, intimo. Si tratta di una questione di equilibrio, niente più. Il cammino è tortuoso, affronta molte delusioni e sembra quasi soccombere alla depressione. Non un film sull’amore, perché in fondo è solo un aspetto della vita, non certo l’unico o il più importante. Forte la somiglianza con L’ora di religione nello stile registico e in alcuni escamotage narrativi. Convincente ancora come regista e piacevole sorpresa come attore protagonista. Un Calopresti promosso al 100 per cento. (andrea amato)

Il papà di Giovanna

Nella Bologna del 1938, Michele casali è disperato: la figlia Giovanna, ancora adolescente, uccide per gelosia la sua migliore amica. Nell’ambiente borghese in cui vivono, l’omicidio genera scandalo e incredulità. La ragazza riesce ad evitare il carcere, venendo dichiarata insana di mente, ma non può evitare il ricovero in un manicomio a Reggio Emilia, dove resta fino ai 24 anni, fino al 1945. Durante quegli anni, solo il padre si prende cura di lei, trasferendosi a Reggio e lasciando il posto di insegnante in un liceo di Bologna.

Pupi Avati resta fedele al suo stile tradizionalmente realista, a un cinema pacato e lineare dove l’accento è messo sulle psicologie e l’attenzione per chi sta negli ultimi ranghi, con una misura e un pudore che da tempo non gli riconoscevamo più. Se si esclude la sbavatura della scena in cui Greggio viene fucilato dai partigiani, più debitrice delle polemiche revisioniste che di una vera necessità narrativa, il film cancella la facile mitologia sui perdenti e scava dentro un rapporto tutt’altro che scontato, servendosi al meglio della bravura di Orlando (Coppa Volpi a Venezia) e della Rohrwacher.

Hannibal

Il miliardario Mason Verger, unica vittima sopravvissuta alla furia omicida del dottor Lecter, sta cercando in tutto il mondo reliquie del suo antagonista e indizi per acciuffarlo. Nel frattempo Hannibal Lecter vive sotto mentite spoglie a Firenze, preparandosi a rivestire la funzione di bibliotecario nella prestigiosa Biblioteca Capponi. Clarice Starling, divenuta un veterano dell’Fbi, a dieci anni esatti dalle vicende che la legarono al serial killer cannibale si trova nei guai a causa di un’operazione di polizia risoltasi in un’inutile strage. Questi tre destini tornano a incrociarsi quando Rinaldo Pazzi, frustrato ispettore di polizia, scopre la vera identità del bibliotecario e cerca di venderlo a Verger.

Un qualsiasi confronto tra
Il silenzio degli innocenti
di Jonathan Demme e il suo sequel
Hannibal
sarebbe inutile, fuorviante e controproducente. Per
Hannibal
, s’intende. È chiaro che il capolavoro di Demme costituisce uno di quei casi – più unici che rari nella storia del cinema – destinati a non incoraggiare paragoni. Di
Il silenzio degli innocenti
, come di
Psycho
, ne esiste uno solo, unico e inimitabile. Del resto, nel caso di
Hannibal
era chiara sin dal principio l’operazione commerciale impiantata da Dino De Laurentiis. Il mediocre romanzo di Thomas Harris nasce già in funzione del progetto cinematografico e i vari contributi artistici (Ridley Scott alla regia, David Mamet e Steven Zaillian alla sceneggiatura, Pietro Scalia al montaggio) sono garanzie per quella che resta una speculazione commerciale sulle spalle di un classico. Budget alle stelle, con trenta degli ottanta milioni di dollari investiti finiti delle tasche di Anthony Hopkins, la ragion d’essere stessa del film.

Ed eccoci arrivati al risultato finale: com’è
Hannibal
? Cos’è l’annunciato evento cinematografico di una stagione asfittica come questa? È uno splatter nobilitato da interpretazioni magistrali e da un dispiego di mezzi che, durante i gloriosi anni Settanta, Tobe Hooper e Wes Craven potevano solo sognarsi. Tutti storcerebbero il naso di fronte a budella penzolanti, cervellini fritti impanati, carotidi recise, crani addentati da cinghiali. Qui è diverso: portati in serie A, questi materiali diventano grand guignol, fanno parte dello spettacolo colto, si armonizzano con le dissertazioni su Dante, i poeti stilnovisti, la Firenze rinascimentale e medicea, la psicanalisi e le grandi firme della moda italiana. Occorre dire comunque che i singoli raccapriccianti numeri sono la cosa migliore del film, lasciati galleggiare in un mare narrativo tremendamente farraginoso e noioso. Sembra quasi di vedere tre o quattro pellicole cucite l’una dopo l’altra per rinvigorire la suspense con iniezioni macabre ad hoc. E la parte fiorentina, che dovrebbe essere la più originale e caratteristica, si risolve in un lungo episodio frigido e supponente, suggestivo solo a livello scenografico.

Ma la differenza più macroscopica rispetto al
Il silenzio degli innocenti
la si trova nella caratura del protagonista. Il doctor Lecter di Demme era il Male assoluto incarnato, immobile e inquietante, al limite dell’astrazione iconica. Qui Hopkins diventa un eroe a suo modo positivo: uccide i cattivi, protegge e flirta spudoratamente con la giovane agente dell’Fbi. Ma la sua onnipotenza è ridotta alla capacità di agire incontrastato, come un qualsiasi criminale di talento. Stavolta fa molta più paura il suo antagonista, Verger, interpretato – dietro una maschera mostruosa – da Gary Oldman. In assenza di spessore filosofico e concettuale, rimangono l’ostentazione dell’orrore, la narrazione diluita, le ambiguità svelate e sottolineate. E tante immagini patinate e frenetiche: il tutto nella migliore e peggiore tradizione di un ex pubblicitario quale Ridley Scott, ormai lontano dagli esiti di
Alien
e
Blade Runner
.

Freddo, accademico, formalista. Tutt’altro che un film cattivo e spiazzante. Al più un po’ cinico e dissacrante.
(anton giulio mancino)

Per sempre

Giovanni è un penalista di successo avvezzo alle avventure extramatrimoniali. Sara è un’affascinante professionista che, per gioco o per rivalsa, vive una dopo l’altra brevi relazioni sentimentali. I due si incontrano e scoppia una passione che dura quattro anni. Giovanni e Sara non fanno progetti a lungo termine e alternano momenti di grande coinvolgimento a repentini distacchi, dovuti più che altro alla particolare indole della donna. Giovanni cerca la svolta: abbandona la famiglia e chiede per la prima volta a Sara di diventare parte della sua vita. La donna tronca immediatamente la relazione senza dare troppe spiegazioni. Per Giovanni è l’inizio della malattia. Inappetente e disperato, comincia un percorso che lo condurrà nel baratro nonostante l’intervento di un bravo e paziente psicologo che cerca di capire le vere ragioni di tanta sofferenza. Ma anche per Sara, dopo la morte dell’ex compagno, cambieranno molte cose.

Per sempre
narra il drammatico percorso di una malattia mascherato da storia d’amore. Alessandro di Robilant si cimenta con un soggetto ideato da Maurizio Costanzo mettendo in scena una vicenda difficile e complicata in cui l’amore assume un ruolo secondario rispetto al malessere esistenziale di un uomo contemporaneo. L’attenzione si focalizza sul tema del «graffio dell’anima»: un trauma, uno strappo che provoca in alcuni individui la completa perdita della coscienza di sé e l’abulia nei confronti della vita. La realtà risulta allora priva di qualsiasi interesse rispetto a quello che si è perso, in questo caso l’oggetto del proprio amore. Giovanni, interpretato in modo convincente da un Giancarlo Giannini per il quale, è lo stesso Costanzo a dirlo, è stata scritta la parte, rappresenta l’universo dei «malati di certezze». Circondato da paletti costruiti in anni di successi professionali e sentimentali, «l’uomo riuscito» non regge il rifiuto sino al punto da lasciarsi morire. A Francesca Neri, nei panni di Sara, ben si addice il ruolo della donna ambigua e sfuggente, apparentemente egoista e crudele. Dietro la maschera della mangiatrice di uomini però, si intravede la paura del legame duraturo e della responsabilità nei confronti dell’altro (chiunque egli sia). Due le malattie messe in scena, quindi. Due le paure. Peccato che a sostenere l’idea tanto attuale della depressione e delle sue cause, non sia giunta un’opera altrettanto convincente. Il regista non è riuscito fino in fondo nel suo intento, quello di analizzare e mitizzare la dialettica tra due persone/entità in conflitto, né tantomeno dal film emergono gli aspetti più significativi della sofferenza causata dalla perdita. Mancano lo slancio iniziale e, in parte, l’affondo psicologico, salvato solo dalla buona prova dei due protagonisti e di Emilio Solfrizzi, qui chiamato a incarnare i panni dello psicoterapeuta. La sceneggiatura, curata ancora da Costanzo con la collaborazione di Laura Sabatino, si regge su rari momenti di interesse anche se alcuni dialoghi appaiono quantomeno forzati.
(emilia de bartolomeis)

Carne tremula

Un borgataro, finito in prigione per aver sparato a un poliziotto (che in realtà era stato un suo collega), ritorna e ne seduce la moglie… Film tutto da godere. Senza la lucidità teorica e l’ironia del Fiore del mio segreto e senza l’eccesso controllatissimo di Tutto su mia madre , Carne tremula compone con questi ultimi un’ideale trilogia mélo, della quale è forse l’elemento più «caldo» e meno mediato. Lucidamente «storico» (il prologo con l’annuncio della fine del franchismo e la donna che sgrava in autobus durante il coprifuoco) e sociale come i veri melodrammi, è un film tutto da godere, colto e artificioso ma sincero. Appassionante e intrecciato, morboso (citazioni da Estasi di un delitto di Buñuel) e romantico, pieno di colpi di scena e con un perfetto poker d’attori: Francesca Neri, Javier Bardem, Angela Molina e Liberto Rabal. Sensualissime le scene erotiche col sottofondo musicale di Chavela Vargas, le più belle che Almodóvar abbia girato. (emiliano morreale)

Il siero della vanità

Volonteroso. Pure troppo. Un’ispettrice di polizia (Margherita Buy), uscita azzoppata e soprattutto distrutta psicologicamente da un caso conclusosi tragicamente con la morte di un collega, viene incaricata dall’ex marito, suo superiore, di indagare su una misteriosa serie di sparizioni che mette a subbuglio il mondo dorato della televisione e provoca grande rumore nell’opinione pubblica. Aiutata da un collega che aveva già lavorato con lei in passato (Valerio Mastandrea), l’ispettrice scopre che tutti gli scomparsi avevano preso parte a una trasmissione di televisione-spazzatura, Il
Sonia Norton Show,
condotto da una cinica telegiornalista (Francesca Neri), che non esita a sfruttare a proprio vantaggio ogni sorta di «caso umano». Procedendo per esclusione, i sospetti si indirizzano su un personaggio e parte la caccia all’uomo…

Infascelli, forte del soggetto scritto da Niccolò Ammaniti, porta sul grande schermo un thriller psicologico dai toni cupi e claustrofobici che sembra promettere molto ma poi non riesce a mantenere quanto lasciato pregustare dalle prime inquadrature. L’azione si svolge a Roma e l’ambiente preso di mira è quello della televisione-spazzatura, dei casi umani, dei divi del nulla, quelli decotti, pronti per i reality show. Il cast è di tutto rispetto, la Buy e la Neri sono all’altezza della situazione, anche se la seconda (Sonia Norton nel film) è un po’ penalizzata da alcune scelte di dubbio gusto (il caschetto biondo alla Carrà è eccessivo e il riferimento al Maurizio Costanzo Show troppo evidente). Anche la Buy, a dire il vero, pur con tanto tanto talento, riesce convincente solo quando deve tratteggiare i risvolti psicologici del personaggio, mancando invece sul lato “fisico” della rappresentazione. Il film, dove abbondano le riprese “sporche” fatte con la camera a spalla – efficaci – e le ambientazioni cupe, persino un po’ gotiche, pecca gravemente nella mancanza di ritmo e, non riuscendo a decidersi tra satira di costume e thriller psicologico, scorre senza mordere fino allo scontato finale. Le musiche, di Morgan Castoldi – ex Bluvertigo, sono angoscianti quanto basta ma manca il riff di genio (il “suocero” Dario Argento potrebbe venire in soccorso). Insomma, come dicevamo all’inizio, film volonteroso. Pure troppo.

(enzo fragassi)

Al lupo, al lupo

Tre fratelli — il compassato pianista Rubini, il dj giovanilista Verdone e la sorella in crisi matrimoniale Francesca Neri — cercano di mettere da parte le loro passate incomprensioni per ritrovare loro padre (Morse), misteriosamente scomparso. Attraverso la ricerca del genitore e il loro stare assieme, Verdone sviluppa una riflessione nostalgica sulla difficoltà di capirsi ma sembra non poter rinunciare a sketch e caricature, talvolta grevi.

Danni collaterali

Gordon Brewer è il capo dei pompieri di Los Angeles. Un brutto giorno il narcoterrorista Claudio «il lupo» Perrini piazza una bomba nel centro della città nella speranza di far saltare in aria Peter Brandt, il responsabile Cia per gli affari colombiani. Ovviamente Brandt si salva e a morire sono la moglie e il figlio di Brewer. L’uomo, superato lo shock iniziale, decide che non ha alcuna voglia di attendere che la giustizia faccia il suo corso e si reca in Colombia alla ricerca del… lupo. Se non fosse così mortalmente stupido, Danni collaterali potrebbe essere persino un film divertente. In un’epoca in cui le obiezioni ideologiche ai film sembrano essere un triste residuato di un’epoca contenutistica ormai tramontata, il film di Andrew Davis fa la figura dell’ultimo della classe che nonostante tutto s’impegna a morte pur di fare bella figura con i compagni di scuola. Davis, che non ne azzecca una dai tempi de Il fuggitivo e Schwarzy il cui poter d’acquisto al botteghino è calato drammaticamente, confezionano uno squadrato filmaccio reazionario in perfetto stile Golan&Globus . Cosa curiosa se si pensa che Davis è il regista di Nico , film estremamente critico nei confronti della politica estera americana (ma probabilmente il tutto era farina del sacco del solo Steven Seagal). In questo modo Schwarzy, in versione avventure nel mondo, s’imbarca per il suo Colombia tour, una specie di anticamera dell’inferno alle porte degli Usa, e bastona severamente narcoguerriglieri che loro uffici ostentano foto di Lenin e Che Guevara. Vabbeh che l’undici settembre è l’undici settembre, ma la licenza d’idiozia, proprio perché l’undici settembre è l’undici settembre, non dovrebbe essere concessa a nessuno. Non commetteremo l’ingenuità di ricordare a chi legge che la Cia ha trasformato il Sud America in un’immensa fossa comune e che il narcotraffico è servito soprattutto come valuta per combattere il comunismo nel mondo. Né ci permettiamo di indulgere sul razzismo con il quale sono tratteggiati tutti i non americani: sanguinari, velleitari, fanatici, violenti… (ma poi basti pensare che per interpretare un latinoamericano hanno chiamato Cliff Curtis, grandissimo caratterista, per carità, che però è neozelandese…). Anche perché tutti coloro che si permettono di ricordarle queste cose nel corso del film finiscono proprio male (l’idea di fondo è che il mondo è il terreno di gioco sul quale gli Usa garantiscono l’ordine mondiale: gli unici danni collaterali tollerabili sono quelli degli altri…). Con questo suo orribile charme desueto da film reaganiano anni Ottanta, con l’immancabile scena di tortura che fa tanto Rombo di tuono, Danni collaterali aspira anche a essere un film pedagogico (le mazzate che Schwarzy dispensa a quanti non si allineano al pensiero unico…). Tant’è vero che persino il massacro di civili del finale da parte della Cia finisce per assumere, dopo l’ultimo colpo di scena, una sua evidente legittimità. Insomma Danni collaterali potrebbe aspirare a essere un terrificante film guerrafondaio filobushiano se solo non fosse così… stupido. (giona a. nazzaro)

Una sconfinata giovinezza

Lino Settembre e sua moglie Chicca vivono una vita coniugale serena, priva di gravi turbolenze, entrambi soddisfatti della professione che svolgono: lui prima firma della redazione sportiva de Il Messaggero e lei docente di Filologia medievale alla Gregoriana. L’unica angustia che ha accompagnato i venticinque anni del loro matrimonio la mancanza di figli. Mancanza che anzichè rischiare di compromettere la loro unione l’ha misteriosamente rinsaldata. L’oggi però, in modo totalmente inatteso, riserva loro un’occasione di somma preoccupazione.

 

 

La cena per farli conoscere

Già nel cast di numerosi b-movie, Sandro Lanza (Diego Abatantuono) è un attore di soap opera sul viale del tramonto. Sottopostosi a un intervento di chirurgia plastica per compiacere un’attricetta con cui ha una relazione, si ritrova sfigurato, con un occhio spalancato che è costretto a celare sotto occhiali scuri per evitare il ridicolo. Licenziato dalla produzione della soap, inscena un finto suicidio. In ospedale viene raggiunto dalle tre figlie (Violante Placido, Vanessa Incontrada e Inés Sastre), avute da donne diverse e tutte e tre infelici, ognuna per ragioni diverse…

Avati prende spunto da una leggenda metropolitana (una pausa forzata che Ugo Tognazzi avrebbe dovuto imporsi dopo un intervento estetico finito male) e ritrova i toni amarognoli e malinconici che gli sono cari per raccontare il declino di un attore. Ma poi finisce per prendersela con la televisione ei reality e perde l’occasione di offrire ad Abatantuono (finalmente senza barba e straordinariamente in parte) l’occasione per raccontare davvero la miseria umana di un certo ambiente “artistico”.