L’importanza di chiamarsi di Ernest

Jack Worthing (Colin Firth) ha un segreto, una doppia vita. In campagna da uomo morigerato, tutore di una giovane donna molto ricca, in città libertino, frequentatore di locali e bische. Per scappare dalla campagna si è inventato un fratello scapestrato che vive a Londra, Ernest. In città ha un amico, Algy Moncrieff (Rupert Everett), sempre in bolletta e amante della bella vita. Algy chiede di incontrare la pupilla di Jack per sposarla, fingendosi poi il famoso fratello Ernest. Jack a sua volta vuole sposare la cugina di Algy. A creare problemi c’è la zia di Algy, Ogasta (Judi Dench), e il particolare che le due promesse spose desiderano esclusivamente uomini che si chiamano Ernest. Tra equivoci e humour inglese una piacevole commedia, brillante, dove la modernità di Oscar Wilde è ben evidente e dove gli attori, soprattutto i due protagonisti maschili, fanno il resto. La «delicata bolla di fantasia», come il grande autore dandy l’aveva definita, riesce, anche per la durata contenuta della pellicola, a mantenere l’attenzione dello spettatore tra una risata e l’altra. Una nota in più per le scene e la fotografia.
(andrea amato)

Timeline

Il professor Edward Johnston (Billy Connelly), guida un giovane gruppo di archeologi, impegnati negli scavi attorno alle rovine di Castelgard, nel dipartimento francese della Dordogna, dove, nel 1357, al termine di un sanguinoso assedio, i francesi sconfissero gli inglesi nel corso della cosiddetta guerra dei cent’anni. Del gruppo fanno parte l’aitante assistente del professore, Andre Marek (Gerard Butler), la fascinosa studente Kate (Frances O’Connor) e il figlio del professore, Chris (Paul Walker), deciso a seguire le orme del padre più per amore di Kate che per reale interesse nell’archeologia. Il ritrovamento di un’antica pergamena risalente alla metà del XIV secolo, che riporta inspiegabilmente una richiesta di aiuto del professore, porta i giovani archeologi nel Nuovo Messico, dove ha sede la International Technology Corporation, misteriosa società presso la quale lo scienziato si era recato prima che le sue tracce si perdessero. Scopriranno che la ITC ha creato una macchina del tempo e che lo studioso, avendo preteso di tornare al tempo della battaglia, non ne ha fatto più ritorno. Detto fatto, i giovani decidono di tornare indietro nel tempo alla ricerca dello scomparso. Ma lo scaltro capo dell’ITC, Robert Doniger (David Thewlis) ha dimenticato di dire loro molte cose importanti…
Io ho conosciuto degli archeologi veri, una volta. Scavavano delle rovine etrusche, dalle parti dell’antichissima città di Roselle, nel cuore della Maremma toscana. Si facevano un mazzo così, sotto il sole a picco. Giovani erano giovani ma dire che fossero belli… E ti credo: caldo umido, tafani al posto delle mosche, niente acqua, magari due lire di dottorato. Magari neppure quelle… E più erano giovani, e più si facevano il mazzo. Perché gli archeologi di Hollywood sono tutti appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi? Mah, sia come sia, il regista-produttore Richard Donner (la quadrilogia di Arma letale, Ladyhawke, Superman come regista; X-Men come produttore) realizza un filmetto dalla partenza sciatta per non dire irritante che poi però prende il volo grazie alle scene d’azione e all’ambientazione medievale. Di gran moda da qualche tempo a questa parte, come tutto ciò che è rievocazione storica. Lo fa sul canovaccio di un signore che risponde al nome di Michael Crichton (pare si pronunci Cràiton, caso mai anche voi, come me, abbiate penosamente provato a pronunciarlo). Di mestiere Mr. Crichton scrive best seller, dai quali astuti produttori (il Donner, nello specifico) cavano film mediocri ma di sicuro successo al botteghino. Così è stato per Jurassic Park (trilogia), per Twister, per Congo e per la fortunata serie televisiva ER, quella dei dottori (pure loro appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi. Ma allora sei tu, Michael…).
L’ambientazione medievale è poco più di un pretesto per rispolverare il mito della macchina del tempo, del viaggiare attraverso i secoli come in un soffio di brezza, ritrovandosi muso a muso con la Storia. Peccato, perché invece Timeline avrebbe potuto essere un bel trampolino per tuffarsi con doppio carpiato nel mare della storiografia, nel gorgo delle contraddizioni-evoluzioni del linguaggio, del costume, della psiche. Avrebbe potuto soffermarsi sulle differenze-similitudini che ci legano-allontanano dai comuni avi europei. Avrebbe, appunto. Ma Timeline è un film di Hollywood, Stati Uniti d’America. Poche pippe, ladies and gentlemen, gli effetti speciali costano e bisogna pur campare! (enzo fragassi)

A.I. Intelligenza artificiale

Verso la metà del Ventunesimo Secolo, la scienza della robotica ha raggiunto un livello tecnologico di perfezione quasi inimmaginabile. Il professor Hobby, scienziato della Cybertronic Manifacturing, ha progettato un nuovo prototipo di robot-bambino capace perfino di amare. Si chiama David. Il piccolo androide viene dato in custodia ai coniugi Swinton, Henry e Monica. Il loro unico figlio naturale, Martin, affetto da un male terminale, è ibernato nell’attesa si riesca a trovare una cura adatta. David ha l’ingrato compito di sostituirlo. Inizialmente scettica, la sensibile Monica finisce gradualmente per legare con il nuovo arrivato e ad affezionarsi a lui. Ma improvvisamente avviene il miracolo: Martin guarisce e torna a casa. La coesistenza dei due figli – quello naturale e quello meccanico – diventa problematica, anche perché il comportamento di Martin, infastidito dalla presenza del fratellastro meccanico, destabilizza il povero David. Quest’ultimo, messo quasi da parte, ascolta incantato la dolce Monica raccontare al figlio la favola di Pinocchio, il burattino che riuscì a diventare un vero bambino. Un giorno, senza volerlo, David mette in pericolo la vita di Martin. Henry decide quindi che è arrivato il momento di sbarazzarsi del piccolo androide. Monica, seppur a malincuore, abbandona David in una sperduta foresta, con l’unica compagnia di un Supergiocattolo, un orso robot di nome Teddy. Per David, affranto, impaurito e indifeso, inizia un lungo calvario, alla ricerca della fata turchina della favola di

Pinocchio
, l’unica in grado di trasformarlo in un vero bambino per essere finalmente amato da Monica.
Come è noto, il film, oltre che dal racconto di Brian Aldiss
Super-Toys Last All Summer Long
, è tratto da un soggetto a cui stava da tempo lavorando Stanley Kubrick (che avrebbe dovuto realizzarlo ben prima di

Eyes Wide Shut
). Se originariamente il progetto avrebbe dovuto rispettare il più possibile la visione del regista di
Full Metal Jacket
, il risultato attuale è invece al 100 per cento un film di Steven Spielberg, permeato irrimediabilmente dalla sua incredibile sensibilità, dal suo inconfondibile incedere narrativo, avvolgente, magico e sinuoso. Spielberg si conferma ancora una volta come uno dei pochi cineasti (assieme a James Cameron e Martin Scorsese) in grado di coniugare il proprio estro visionario (indimenticabili alcune inquadrature, come quella del corpo di David immobile sul fondo della piscina) con le esigenze del racconto. È facile intuire che la versione di Kubrick sarebbe stata più gelida e narrativamente frammentata, sicuramente più teorica e pungente, indubbiamente affascinante sul piano visivo, ma priva della commossa partecipazione che traspare da ogni fotogramma del film di Spielberg.
A.I.
pone in campo un problema etico (è legittimo ricorrere alla scienza per soddisfare le nostre egoistiche esigenze? Quelle di genitori, in questo caso…), ma anche un affascinante quesito: cosa contraddistingue l’essere umano dalla macchina? I sogni e la determinazione nel volerli realizzare, sembra rispondere il regista. Spielberg riesce – senza sotterfugi di sorta – nell’impresa di far provare compassione per gli esseri meccanici, visti alla stregua di derelitti ed emarginati, usati, sfruttati e poi gettati in fosse comuni (agghiaccianti le sequenze notturne della foresta, con gli androidi rabberciati che si aggirano tra le carcasse inanimate dei loro simili in cerca di pezzi di ricambio). Da brivido. Ma il tono e l’andamento, seppur inquietante, rimane quello della favola, una favola nera e tinta di morte, con un lieto fine tra i più strazianti mai realizzati sul grande schermo.
(andrea tagliacozzo)

L’ultima porta – The Lazarus Child

Una bimba, Frankie Heywood (Byrne) rimane vittima di un terribile incidente, cadendo in coma profondo. I medici che l’assistono disperano di poterla salvare, ma una neurologa, Elisabeth Chase (Bassett), sostiene di aver messo a punto un metodo innovativo che potrebbe risvegliare la piccola dal suo sonno mortale. Ben (Eden), il fratellino di Frankie, dovrà riuscire a penetrare nella mente della bambina, conducendola verso la

Windtalkers

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni indiani Navajo vengono reclutati tra le fila dei marine, impiegati dall’esercito per comunicare fra i vari reparti in codice usando la lingua nativa. A ogni Navajo è assegnato una sorta di guardia del corpo, incaricata di proteggere il codice, anche a costo, in caso di cattura da parte del nemico, di uccidere il soldato pellerossa. Sopravvissuto per miracolo a una dura battaglia nelle Isole Salomon, Joe Enders riceve l’incarico di seguire come un’ombra il soldato indiano Ben Yahzee. Dato l’incarico e i rischi che questo comporta, Joe, che si è fino a ora dimostrato un marine ligio al dovere, vorrebbe evitare di stringere amicizia con la recluta Navajo. Ma gli avvenimenti lo costringeranno a cambiare idea. Windtalkers è un brutale dramma bellico, in cui confluiscono alcuni temi cari a John Woo, primi fra tutti la vocazione più o meno consapevole all’eroismo – meno cavalleresco che in altre occasioni, venendo stavolta a mancare il rispetto per il nemico, praticamente invisibile o quasi – e l’amicizia virile. Il regista di Hong Kong aveva già affrontato il genere bellico, seppur in una prospettiva completamente diversa, in altre due occasioni: nel 1983 con Heroes Shed No Tears (il film venne poi distribuito tre anni più tardi con il titolo Sunset Warriors) e nel 1990 in uno dei suoi lavori più ispirati, l’epico Bullet in the Head. Il risultato questa volta è tutt’altro che perfetto, specialmente nella prima parte, a causa della zoppicante sceneggiatura di John Rice e Joe Batteer, pronti a mettere nel calderone ogni luogo comune del genere. Il film migliora nella seconda metà in cui Woo si concentra nel complesso rapporto tra Joe e Ben, sulle radici culturali e religiose dei Navajo (con esiti suggestivi, senza fortunatamente ricorrere a prevedibili stereotipi) e in alcune eccellenti (se non proprio memorabili) sequenze d’azione, la maggior parte delle quali d’inaudita violenza (in particolare nei corpo a corpo). Su tutto aleggia come al solito la spiritualità del regista, da sempre affascinato dal doloroso calvario (con l’inevitabile immolazione dell’eroe) di stampo prettamente cristiano. (andrea tagliacozzo)