Un amore a 5 stelle

Marisa Ventura (Jennifer Lopez) è una ragazza madre, fa la cameriera in un grande albergo di Manhattan, il Beresford Hotel, vive nel Bronx e sogna una vita migliore. Sua madre, invece, le tarpa le ali continuamente, smontando ogni suo entusiasmo. Un giorno, per gioco, si imbatte in un astro nascente della politica, Christopher Marshall (Ralph Fiennes), che la crede una ricca cliente dell’albergo. Marisa inizia a sognare il suo principe azzurro, ma l’equivoco a poco a poco viene risolto e la sua vera identità salta fuori. La favola sembra infrangersi contro la dura realtà, ma un giorno…
Un amore a 5 stelle
è esattamente come uno se lo immagina. Una commedia romantica a New York, una
Cenerentola
del terzo millennio, un film visto e stravisto. Nessuna trovata originale, niente per differenziare questo film dai centinaia che l’anno preceduto nella storia del cinema. Un altro esempio della stanchezza creativa dell’industria cinematografica statunitense. Purtroppo non basta la sola presenza di Jennifer Lopez per risollevare le sorti di una pellicola scritta in maniera sciatta e di una prevedibilità disarmante. Anche la regia, il montaggio, le musiche e i costumi non riescono a dare un tocco in più, girando a un ritmo assolutamente normale e non proprio irresistibile. Dedicato a chi si commuove tutte le volte guardando
Pretty Woman.
Da evitare.
(andrea amato)

Catwoman

La dolce Patience Philips
(Halle Berry)
è
impiegata nel reparto grafico di un’importante casa produttrice di cosmetici
che sta per lanciare sul mercato una nuova crema di bellezza che
promette l’eterna giovinezza. La giovane scopre per caso che in realtà il
cosmetico deturpa orrendamente il viso delle donne e per questo viene
fatta fuori senza tanti complimenti da due scherani al soldo del
presidente della multinazionale, l’odioso George Hedare
(Lambert
Wilson),

e della sua compagna Laurel
(Sharon
Stone).

Quest’ultima, passata la boa dei quarant’anni, si vede costretta –
con malcelata invidia – a passare lo scettro di
testimonial
della casa di cosmetici a una più giovane modella, che fatalmente si
appresta a sostituirla anche nelle grazie del potente
businessman.
La povera Patience passa a miglior vita. Un misterioso felino,
messaggero celeste delle antiche divinità egizie, le infonde però magici
poteri che la riportano in vita, donandole i sensi e la prodigiosa
destrezza dei gatti. Forte dei suoi nuovi poteri ma combattuta nel ricordo
della sua precedente identità, la ragazza si mette sulle tracce dei suoi
assassini. Finisce però per entrare in competizione con il fascinoso
detective
che le fa la corte, Tom Lone
(Benjamin
Bratt),

incaricato di indagare su alcuni strani casi che hanno al
centro proprio la fantomatica donna-gatto. Prima dello scontato lieto fine,
la sinuosa eroina dovrà incrociare gli artigli con la perfida Laurel, che l’utilizzo della crema di bellezza ha reso (quasi) invincibile.

Miaooo. Che fusa fa la miciosa Halle Berry (leggi il suo

profilo
e guarda la gallery). Più di dodici
milioni di dollari valevano ben la pena di qualche lungo pomeriggio
trascorso a osservare il felino di casa nelle sue scorribande tra la credenza e
l’acquario dei pesciolini. La gioia per gli occhi – per altro molto
contenuta da inquadrature castigate per non dire caste – è completata
dalla sulfurea prestazione di Mrs Stone, specialista nel ruolo della bella
ma «fetente» (nel senso partenopeo del termine).

L’ennesima riscoperta dell’ennesimo supereroe dei fumetti si
esaurisce qui. Il personaggio della donna-gatto, partorito negli anni Quaranta
dalle matite dei creatori di
Batman
e da allora protagonista
di numerose apparizioni, tra le più recenti quella di Michelle
Pfeiffer nel 1993 nel
Ritorno di Batman
di Tim Burton, meritava
qualcosa di più. Il regista Pitof (al secolo Jean-Christophe Comar),
francese, un solo film all’attivo come regista, il bruttino
Vidoq,
ma solidissimi trascorsi di mago degli effetti speciali
(Giovanna
d’Arco

di Besson e
Asterix e Obelix contro Cesare)
confeziona un film per famiglie che regala rassicuranti sbadigli ed effetti che
ci sono parsi, tutto sommato, non così speciali. L’interesse per
questo

Catwoman
si esaurisce nel dualismo Berry/Stone, frenato però dal
bersaglio (grosso) al quale il film punta. Peccato, sarebbe stato gradevole
– lo diciamo beninteso senza alcun intento sciovinistico – sondare più
profondamente la carica erotica della trentottenne attrice
afroamericana, del resto già ampiamente messa in mostra nel film che le valse
l’Oscar nel 2002,
Monster’s Ball,
e nel ruolo di
Bond
Girl

al fianco di Pierce Brosnan in
Die Another Day.
Ancora più
intrigante sarebbe stata la sfida, al cospetto di quella Sharon Stone
che si conquistò la palma dell’erotismo con
Basic Instinct
e
che ora, suonato il quarantaseiesimo campanellino, risolti i problemi di
salute, affidato lo spirito a Buddha e con un figlio adorato al
seguito, si appresta a produrre il seguito del sexy thriller. Sarebbe stato,
avrebbe potuto essere…Vabbè, vado giù a portare il cane.

(enzo fragassi)

Scent of a Woman – Profumo di donna

Un timido studente guadagna il denaro di cui ha bisogno accompagnando per un lungo weekend un irascibile ex colonnello dell’esercito, cieco e gran bevitore, ignorando che il colonnello ha un suo piano. Una storia godibile (anche se poco credibile), galvanizzata da una prova superlativa di Pacino, che gli è valsa un Oscar. La sceneggiatura di Bo Goldman è indebolita non poco da un appendice alla storia che sembra materiale di scarto di L’attimo fuggente. Basato sul film italiano del 1974 Profumo di donna. Anche tre nomination quale Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale.

Broken Flowers

Single convinto appena scaricato dalla sua ultima ragazza, Don (Bill Murray) riceve una misteriosa lettera rosa. Il mittente, anonimo, è una sua ex. La donna gli rivela l’esistenza di un figlio di 19 anni, da poco partito alla ricerca del padre mai conosciuto. Spinto dal suo vicino di casa, Don parte per un viaggio attraverso il Paese, intrapreso allo scopo di incontrare quattro sue ex-fiamme (Frances Conroy, Jessica Lange, Sharon Stone e Tilda Swinton), ognuna delle quali potrebbe essere la madre del figlio mai conosciuto.
Già interprete di un riuscito episodio dell’altrimenti deludente Coffee & Cigarettes, Bill Murray torna a lavorare con Jim Jarmusch nel nuovo film del regista statunitense, Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. Il protagonista di Lost In Translation , qui più intenso e stralunato che mai, regge da solo l’intera pellicola in una sorta di one man show nel quale entrano ed escono i divertenti personaggi di contorno, alcuni dei quali interpretati da comprimari di lusso come Jessica Lange e Sharon Stone. Jarmusch racconta la solitudine di un uomo cinico e tenero, cui Murray conferisce espressioni efficacissime. Quel che manca è una sceneggiatura convincente: a volte si ha la sensazione che Jarmusch abbia preferito affidarsi a un ottimo attore e al proprio indubbio mestiere, rinunciando a raccontare una storia, evocando più che narrando. Dedicato a Jean Eustache, regista francese morto suicida nel 1981 la cui foto campeggia tuttora sul tavolo da lavoro di Jarmusch. Gran Premio della Giuria e nomination alla Palma d’Oro a Cannes. (maurizio zoja)