Shiner – Diamante

Billy Simpson è un organizzatore di incontri di pugilato, la maggior parte dei quali illegali e non autorizzati. Ha sempre vissuto ai margini del mondo della boxe britannica, guardato con sospetto dai suoi colleghi più rispettabili e circondato da guardie del corpo incaricate di proteggerlo dai molti che gli vogliono male. La sua grande occasione sta comunque per arrivare: il figlio, pugile giovanissimo ma talentuoso, sta per combattere il match più importante della sua finora breve carriera. Billy, che sul suo Wonder Boy ha scommesso un’ingente cifra, è anche l’organizzatore della serata. Il ragazzo però non si dimostra all’altezza dell’avversario e finisce ben presto al tappeto. Il sogno di Billy svanisce, mentre attorno a lui prende vita una tragedia che coinvolgerà amici, nemici e familiari dell’uomo.
Trentuno anni dopo Carter, il sessantasettenne Michael Caine torna nel mondo della malavita con un personaggio a tutto tondo nella cui storia alcuni critici britannici hanno letto una rivisitazione in chiave moderna, e decisamente poco regale, della vicende di Re Lear. Duro, sboccato e molto poco diplomatico, Billy Simpson vuole riprendersi in una sola notte tutto ciò che la vita gli ha sinora negato: successo, denaro, potere e la stima incondizionata dei suoi avversari. Caine giganteggia per tutta la durata della pellicola, girata in una Londra assai poco affascinante in cui si trova a meraviglia anche perché, ha raccontato, se la vita fosse stata meno generosa, lui stesso sarebbe potuto diventare un gangster. «Alcuni personaggi del film – ha spiegato – erano miei vicini di casa e il mio personaggio è un gangster di mia conoscenza». Il regista John Irvin (Hamburger Hill, Robin Hood – La leggenda) rinuncia a rendere attraenti la violenza e la crudeltà di un uomo privo di scrupoli, spingendo piuttosto lo spettatore alla compassione nei confronti di un personaggio che non esita a puntare la pistola al ventre della moglie incinta di un guardaspalle da cui pensa di essere stato tradito, salvo poi scusarsi con la donna una volta capito di aver indirizzato male i suoi sospetti.
Ritmo, colpi di scena e poche, ma efficaci, battute di spirito sono i pregi principali di un film cui nemmeno un finale piuttosto debole impedisce di raggiungere un’ampia sufficienza. Buona la sceneggiatura dell’esordiente Scott Cherry e menzione speciale, fra i coprotagonisti, per Frank Harper, già visto in Nel nome del padre e Lock and Stock e qui alle prese con il personaggio di un pugile fallito legato al suo datore di lavoro più dei suoi stessi familiari. (maurizio zoja)

Evilenko

Evilenko segna l’esordio (non precocissimo, il regista ha 52 anni) di David Grieco, che sullo stesso argomento aveva precedentemente scritto un romanzo
Il comunista che mangiava i bambini,
pubblicato qualche anno fa dalla Feltrinelli. La storia, che evidentemente ha affascinato «morbosamente» Grieco, si rifà al terribile «mostro di Rostov», che circa dieci anni fa riempì le cronache dei giornali di orrore: per dodici anni, Andrej Romanovic Cikatilo, grigio professore di scuola media e integerrimo comunista, ha ucciso, stuprato e mangiato più di cinquanta bambini e adolescenti di ambo i sessi. Una polizia incapace e distratta dalla caduta del regime (siamo in epoca Gorbaciov) e il fatto che Cikatilo militasse tra i collaboratori del KGB, hanno fornito al mostro una copertura tranquilla: per anni ha agito indisturbato ed è stato catturato quasi per caso e giustiziato in modo poco corretto (prima del processo d’appello) nel 1994, sebbene due istituti di ricerca occidentali avessero offerto una grossa somma di denaro per averlo vivo.

Questa è la scarna cronaca reale, che sottostà a un film che invece segue la via romanzesca, per scarsa fiducia nella forza di una ricostruzione quasi documentaria, come fece Fleischer ne
L’assassinio di Rillingtgon Place.

Grieco, per l’occasione, sceglie una strada più americana, si inventa un poliziotto, un magistrato (il bravissimo Marton Csokas) mettendolo in situazioni del tutto improbabili, e, quel che è peggio, crea un personaggio d’appoggio al magistrato, un ebreo psicanalista e omosessuale che scopre subito l’assassinio e viene da lui ucciso. La figura di un triemarginato nella società comunista, come ebreo, come omosessuale, come psicanalista (scienza non riconosciuta in Urss) vorrebbe caricare il film di una valenza simbolica a più funzioni. Invece, ahimè, lo precipita in modo sconcertante nel ridicolo, come una parodia di certi film americani degli anni Cinquanta, in cui tutto si spiegava con cascami psicanalitici che solo Hitchkock riusciva a nobilitare.

Peccato, perché, Grieco è bravissimo nel ricrerare l’atmosfera, gli interni squallidi, gli esterni degradati, nello scegliere i particolari e le facce, di grande evidenza realistica ed emotiva. Ed ha un grande attore, una maschera che sa riflettere demenza innocenza, furore e perversione, il grande Malcom McDowell. Per i primi quaranta minuti di proiezione si ha l’impressione di un grande film, poi si continua a vederlo con crescente delusione. Peccato. Sarà per un’altra volta.
(piero gelli)

Goal! Il film

Col pallone tra i piedi Santiago (Kuno Becker) è un portento. Immigrato clandestino dal Messico con padre, nonna e fratellino, cresciuto nei sobborghi di Los Angeles industriandosi in ogni genere di lavoro, sogna la grande occasione per diventare un professionista della pedata. Il padre però, indurito dalle asperità della vita, non ci sente, e gli prepara un futuro da giardiniere. Un giorno, la fortuna bussa alla porta di Santiago sotto le spoglie di un ex calciatore del Newcastle, Glen Foy (Stephen Dillane), che per caos lo nota giocare. Convinto del suo talento, gli procura un provino nella fredda città inglese, dove la squadra è venerata da tutti. Grazie ai risparmi della nonna, Santiago riesce a racimolare i soldi del biglietto aereo e – di nascosto dal padre – comincia così la sua avventura nella Premiership inglese. All’inizio l’impatto con lo spogliatoio è duro. Però Glen gli è vicino e anche la bella Roz (Anna Friel) – l’infermiera del club – non disdegna la sua corte. Con caparbietà, la giovane promessa riesce a entrare in prima squadra. Nel film compaiono per un brevissimo cammeo anche veri campioni del calcio internazionale, come David Beckham, Zinedine Zidane, Raul, Patrick Kluivert e Alan Shearer, quest’ultimo inossidabile «colonna» del team britannico anche nella realtà.
Un blockbuster fatto e finito. Nel bene e nel male. Primo episodio di un ciclo di tre, destinato a concludersi in tempo per il calcio d’inizio dei Mondiali di Germania 2006. Le gesta del bel Kuno- Santiago saranno seguite dagli esordi fino alla definitiva consacrazione, che avverrà proprio durante il Campionato mondiale di calcio. La fiction cederà così il testimone alla realtà, con lo sponsor di una nota multinazionale di abbigliamento sportivo a far da interessato trait d’union. Il film, lungo ben due ore (che sembrano tre), è girato da Danny Cannon (Dredd, la legge sono io, la puntata pilota del fortunato serial televisivo C.S.I.), subentrato in corso d’opera a Michael Winterbottom. Pare che il regista del recente Nine songs e di Codice 46 abbia abbandonato il set a riprese già cominciate per «differenze creative». Malgrado una regia comunque non disdicevole, buona fotografia, colonna sonora baldanzosa e una recitazione mediamente accettabile, il film annoia per la sua totale prevedibilità e soffoca per l’ingenuità del racconto. Nulla ci è risparmiato: il padre che – prima di morire – si commuove vedendo il figlio lontano in tv; la «stella» della squadra, il dissipato Gavin Harris (Alessandro Nivola, già visto in Face/Off ), che passa da un party all’altro bevendo e fumando come un turco e che, vai a capire perché, prende sotto la sua ala protettiva il giovane aspirante goleador; l’affascinante infermiera di cui sopra che giura che non si metterebbe mai con un calciatore (questa sì che è una bufala!), salvo cadere letteralmente nella braccia del protagonista. Perfino la nonna, che mette mano ai risparmi di una vita per pagare il biglietto aereo al nipote! Insomma, un concentrato di banalità che pagherà forse al botteghino ma non consegnerà certo alla storia del cinema – e se ne sente davvero la mancanza – un film sul calcio giocato degno di essere mandato a memoria. (enzo fragassi)