Scipione detto anche l’Africano

Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, e suo fratello Lucio, detto l’Asiatico, sono accusati del furto di cinquecento talenti. Ma è solo una manovra politica ordita ai danni del celebre condottiero. La storia romana rivista e corretta da Luigi magni in chiave di commedia. Momenti riusciti si alternano a numerose lungaggini che finisco per appesantire il film. Curiosa la presenza nel cast di Ruggero Mastroianni (Lucio, nel film), fratello anche nella vita del più noto Marcello e realizzatore del montaggio di questa, come di molte altre pellicole italiane.
(andrea tagliacozzo)

Noi Vivi – Addio Kira

Nell’Unione Sovietica dei primi anni della rivoluzione, una giovane ama un nobile malato di tisi e per farlo curare non esita a diventare l’amante d’un commissario della polizia segreta. Ma una volta guarito, l’aristocratico si rivela fatuo ed egoista. Una pellicola di propaganda antisovietica divisa in due parti, tratta da un romanzo di Ayn Rand. Anche grazie ai notissimi attori, ebbe un buon successo.
(andrea tagliacozzo)

L’erede

Bart, giovane erede di un grande complesso siderurgico ed editoriale, affida a un detective l’incarico di far luce sulla morte del padre, avvenuta in circostanze misteriose. Il neo capitano d’industria, deciso a rinnovare la conduzione dell’azienda, si accorge che qualcuno sta tramando contro di lui. La banalità del soggetto è in parte riscattata dalla bravura degli interpreti.
(andrea tagliacozzo)

Bengasi

Ambientate nelle colonie africane, le vicende di quattro italiani durante il lungo assedio inglese alla città libica di Bengasi. Tinte forti: famiglie e degni professionisti italiani vs. biechi, crudeli e stolidi figli d’Albione… Ultima pala di un trittico fascista composto anche da
Squadrone bianco
(1936) e
L’assedio dell’Alcazar
(1940),
Bengasi
è opera scopertamente di propaganda. Non a caso, uno dei perni drammatici del racconto è l’ennesimo eroe virile delle narrazioni fasciste, Fosco Giachetti, maschio guerriero come già nei due film precedenti. Eppure
Bengasi
testimonia dei molteplici interessi e della duttilità di Augusto Genina: grandissima l’attenzione a un sonoro scorporato e radiofonico, sul quale il regista romano lavora dall’inizio degli anni Trenta (cioè dallo straordinario
Prix de beauté
, 1930); raffinata la narrazione, che si snoda in un racconto corale e collettivo in barba alla monotonia eroica della propaganda; esperta la conduzione del set, gestita dalla mano autorevole di un cineasta che aveva girato in tutt’Italia e in mezza Europa. Genina si compromise con questo trittico.
Bengasi
, visto con il senno di poi, ne appare l’episodio più asfittico, ma rivela anche la vocazione europea e poco provinciale di un professionista che con i suoi film ha segnato più di quarant’anni del cinema italiano, tedesco e francese. E non è casuale che nel dopoguerra Genina tenti di girare un San Francesco in combutta con Alberto Savinio, lo scrittore più insofferente delle ristrettezze italiche.
(francesco pitassio)