Ultracorpi-L’invasione continua

Steve Malone ottiene l’incarico di bonificare un deposito di prodotti tossici in una base militare dell’Alabama. Messosi in viaggio con la famiglia, si rende conto già lungo la strada che nella zona c’è qualcosa di inquietante. Giunto alla base, i suoi peggiori timori vengono gradatamente confermati.
Ultracorpi
è un Ferrara considerato generalmente (e a torto) minore. Abel ritrova l’energia da filmmaker di genere degli esordi, e grazie ai cromatismi plastici del folle Bojan Bazelli dimostra anche di essere un calligrafo d’eccezione. Il film, unico caso nella storia della fantascienza cinematografica, è all’altezza sia del capostipite siegeliano (solo gli integralisti sci-fi affermano il contrario) che della rilettura modernista che ne trasse Philip Kaufman. Prodotto su commissione, ma intimamente ferrariano, il film è un’ardita investigazione ai confini dell’umano. Straordinario poi il finale esplosivo, antonioniano, che omaggia
Zabriskie Point
. Eh già, capolavoro.
(giona a. nazzaro)

In linea con l’assassino

Stuart
Stu
Shepard vive e lavora a New York. Pubblicitario di successo, si divide tra una moglie di cui non è più innamorato e un’amante giovane e carina cui ogni mattina telefona da una cabina per non destare sospetti in casa. Sembra un giorno come tanti altri ma il telefono della cabina comincia a squillare, Stu risponde e uno sconosciuto all’altro capo dell’apparecchio lo avverte di non riattaccare per nessun motivo, altrimenti lo ucciderà. La prima reazione è quella di riagganciare ma l’interlocutore, nascosto chissà dove, uccide a colpi d’arma da fuoco un passante per dimostrare che sta dicendo il vero. In pochi istanti si scatena il panico. Accorrono i poliziotti, la moglie, l’amante e naturalmente i media. Tutti sotto la mira del cecchino. A Stu non rimane che seguire le istruzioni della voce al telefono che lo guida, lo giudica e sembra conoscere di lui molte più cose di quante non dovrebbe…

Fermo da un anno per via delle analogie con quanto accaduto a Washington, terrorizzata per giorni da cecchini che uccidevano persone a caso,
Phone Booth
(cabina telefonica), tradotto banalmente in Italia con
In linea con l’assassino
e definito dallo stesso Joel Schumacher «parabola della paranoia urbana», mantiene vivo l’interesse per tutto il corso della visione. Operazione non facile considerando che, caso rarissimo, la pellicola mantiene la continuità di tempo (la durata del film è esattamente quella della vicenda narrata) e di luogo (la cabina telefonica e la via in cui è situata). Avvalendosi di un ottimo e originale script con soluzioni visive di sicuro impatto emotivo, il regista ha girato la pellicola in soli dodici giorni a Los Angeles (anche se il film è ambientato a New York) e con un budget di un milione di dollari. La scena iniziale in cui si viene proiettati è una citazione del primo Brian De Palma, con l’utilizzo dell’immagine moltiplicata e ripresa da più punti di vista e riesce a restituire ottimamente il senso di schiacciante angoscia del protagonista; angoscia che la stessa ambientazione metropolitana non fa che accrescere a livello esponenziale. Stu è letteralmente circondato dalle centinaia di finestre intorno alla realtà claustrofobia della phone booth, dietro ognuna delle quali potrebbe nascondersi il cecchino. Schumacher mette in scena un «gioco» deliberatamente sadico, che si trasforma in un incubo apparentemente senza via d’uscita: il killer è senza volto (di lui si sente solo la voce) ma onnisciente, controlla le azioni del protagonista dall’alto e sembra avere il semplice scopo di annientarlo psicologicamente prima di ucciderlo. Costante il tema dell’assedio (che il suo abuso sia una coincidenza/circostanza di questi tempi?), la cabina è circondata dai poliziotti convinti che Stu sia responsabile della situazione creatasi e Stu è a sua volta doppiamente e paradossalmente assediato dall’assassino vero e dalla situazione esterna.
Le vere trovate di Schumacher sono principalmente l’ambientazione e la struttura, che risaltano più dei veri e propri temi del film: quelli non certo originalissimi dello psicopatico che agisce secondo una logica «morale» e della comunicazione nelle grandi città. Lo schema tradizionale del thriller metropolitano, quindi, viene completamente stravolto. Spicca in modo inequivocabile l’interpretazione della neo star hollywoodiana Colin Farrell, protagonista al 100 per cento della storia, sempre in scena lungo tutta la durata del film, abile nel rappresentare un «falso» eroe che, nonostante le incongruenze del duplice colpo di scena finale, mostra il lato meschino della faccenda e una personale «metà oscura». Una buona prova per un regista discontinuo che viene ricordato soprattutto per il sopravvalutato
Giorno di ordinaria follia
ma che sembra aver trovato un filone più congeniale alla sua personalità di artigiano del cinema: pellicole di puro intrattenimento, basate su script innovativi e a basso costo.
(emilia de bartolomeis)