Il matrimonio di Lorna

Il sogno di Lorna è quello che l’ha spinta a lasciare l’Albania per andare a lavorare in Belgio, mettere da parte abbastanza soldi e aprire un bar insieme al suo compagno. Il silenzio di Lorna è la sua voglia di emancipazione tradotta nella quotidianità di un immigrato che lavora e paga le tasse ma non è un cittadino, ha un permesso di soggiorno che lascia i progetti nell’incertezza e nel rischio del rimpatrio. Il matrimonio di Lorna è la chiave per accedere ai diritti e al denaro, la scorciatoia per abbracciare subito, a ogni costo, la felicità.

Le parole di mio padre

Zeno si inserisce nella famiglia di Giovanni Malfenti, con cui ha iniziato a lavorare. Non ha ancora superato il trauma della morte di suo padre ma trova un posto in cui, nonostante i conflitti, non esiste la solitudine. Zeno si innamora della primogenita Ada, che prima lo ricambia ma poi non ne vuole più sapere. Viene quindi sedotto dalla secondogenita, Alberta. Zeno si lascia coinvolgere dalla loro rivalità ma quando Alberta tenta il suicidio, si allontana dalla famiglia Malfenti. Passa un anno e Giovanni lo invita alla festa di compleanno di Augusta, la terza figlia. Zeno viene rifiutato da Ada e cerca il consenso di Alberta, ma invano. Sarà invece Augusta a dichiarargli il suo amore. Zeno contraccambia, gli resta però una domanda: ma è amore? Francesca Comencini ha avuto il coraggio di aprire alle immagini il romanzo di Italo Svevo, La coscienza di Zeno . Non tutta la storia, si è concentrata su due capitoli del libro, in una libera interpretazione che porta a Roma, e non a Trieste, il male di vivere di Zeno Cosini. La regista romana ha confermato, riattualizzandola, la modernità di uno dei capolavori della letteratura europea. (fabio bonvini)

L’enfant. Una storia d’amore

Bruno e Sonia, due giovani randagi nella Parigi che vive sotto i ponti, abituati a destreggiarsi tra piccoli furti, borseggi e notti trascorse nei dormitori, hanno un figlio, il piccolo Jimmy. Sonia, a dispetto dei suoi diciott’anni, ha la testa sulla spalle, ma per amore affida completamente la sua vita al compagno. Che invece è un poco di buono, rifiuta le uniche occasioni di lavoro onesto che gli si offrono, preferendo continuare a dirigere, con l’orecchio incollato al cellulare, la baby gang di adolescenti che ha messo insieme. Quando Sonia esce d’ospedale, il suo primo pensiero è come fare un po’ di grana col fantolino.
Forse meno intenso de Il figlio, non coinvolgente come Rosetta, L’enfant – Palma d’oro a Cannes 2005 – mantiene comunque la promessa di alta qualità che ha fatto dei fratelli belgi Dardenne una macchina mangia-premi. Almeno al di qua dell’Atlantico. Troppo antitetico è il loro cinema rispetto ai canoni dei blockbuster Usa e anche il pubblico nostrano, nutrito con gli estrogeni delle megaproduzioni, potrebbe faticare a cogliere il nitore di una regia scabra ma accuratissima, figlia della lunga frequentazione dei suoi autori con il genere documentario. Concentrata nel raccontare – come recita rassicurante (e, almeno in parte, fuorviante) il sottotitolo dell’edizione italiana – una storia d’amore. Che in realtà nasconde un altro lucido e per nulla rassicurante viaggio ai margini di una società che perde i tocchi. Un voyage al termine del quale non esiste uno scontato happy end, ma la possibilità lasciata aperta di un riscatto. Sullo sfondo, una Parigi periferica e randagia, lontana dai compiacimenti grandguignoleschi delle recenti cronache incendiarie delle banlieues. Al punto che nel film non compare neppure un maghrebino (almeno così ci è parso), e non una nota di Raï o di hip hop trapela, neppure fortuitamente, dalle anonime botteghe che costeggiano i boulevard. Forse un limite, forse un non voler indulgere in abusati accenti veristi che avrebbero solo aggiunto dell’inutile rumore di fondo a una storia semplice e forte, centrata su due giovani tenuti insieme solo dall’amore reciproco, gusci di noce abbandonati nel mare in tempesta della vita. Un’opera destinata a rimanere nella memoria, che ci sembra guardare più a Rossellini che a Pasolini. (enzo fragassi)

Rosetta

Rosetta vive in una roulotte con la madre alcolizzata che si prostituisce. Viene licenziata, ha degli inspiegabili dolori al ventre e anche l’amicizia disinteressata di un coetaneo le diventa insopportabile. Palma d’oro a Cannes, fortemente voluta dal presidente della giuria David Cronenberg, un’opera che a sorpresa rischia di diventare una delle opzioni fondamentali del cinema contemporaneo (oramai si dice «alla Rosetta», e il film è una pietra di paragone per molto cinema di tutto il mondo). La coppia di documentaristi belgi, già autori del bellissimo La promesse, spinge ancor più il naturalismo in direzione di sensibilità bressoniane. Rosetta ha una lucidità estetica e una potenza che ne fanno un manifesto di purezza, la pellicola ideale per chi non si è bevuto la truffa del «Dogma». Dagli sfuggenti movimenti di Rosetta sgorga il sentimento delle cose che non si vedono. Indimenticabili i luoghi, agghiacciante e sublime il non-finale; e inseparabile dal testo del film il corpo dell’attrice Emilie Dequenne. (emiliano morreale)