L’amore ritorna

Attore sulla quarantina da tempo sulla cresta dell’onda, Luca Florio sta girando un film da protagonista ed è prossimo a debuttare alla regia. Lasciati da giovanissimo la Puglia e il paese natale, è ormai un «cittadino» a tutti gli effetti e i colleghi sono la sua unica famiglia. Durante le riprese del film, viene però colto da malore e immediatamente ricoverato in ospedale. Durante la tormentata attesa della diagnosi, ripercorrerà i momenti più importanti della sua vita, fermandosi per la prima volta a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri.

Settimo film da regista per Sergio Rubini. Dopo il deludentissimo
L’anima gemella,
l’autore de
La stazione
torna su buoni livelli con una commedia sulla memoria e sulla rielaborazione del proprio mondo interiore. Attraverso la malattia e la pausa che essa impone al suo lavoro, Luca Florio (un efficace Fabrizio Bentivoglio) scopre di essere un uomo a prescindere dal suo essere attore di successo: l’ex moglie, la nuova fidanzata, suo padre e il suo vecchio amico del paese gli si stringono intorno in maniera totalmente indipendente dal suo essere personaggio famoso, inducendolo a ripensare i valori su cui ha fondato la sua vita. Scritto assieme a Domenico Starnone, il film può contare sulle ottime prestazioni di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno ma soprattutto su uno straordinario Rubini, lo stralunato Giacomo, medico ma soprattutto amico del protagonista, per il quale rappresenta l’ultimo possibile aggancio alla terra natia. «Siamo qualcuno anche quando non facciamo nulla, anche quando siamo obbligati a fermarci», ammonisce il regista, che ha voluto accanto a sé sul set il padre Alberto (nei panni del padre del protagonista) e diversi nomi di punta del teatro italiano (Umberto Orsini, Mariangela Melato, Giorgio Barberio Corsetti, Simona Marchini).
(maurizio zoja)

Lascia perdere, Johnny!

Caserta, 1976. Il giovane Faustino suona la chitarra in una sgangherata orchestrina, sognando le grandi platee ma facendo i conti con una realtà ben più grama. Un giorno conosce un impresario che gli propone di far parte di una band di professionisti. L’uomo si rivela però un imbroglione e lascia i musicisti senza ingaggio, dandosi poi alla macchia. Il band leader ha preso Faustino in simpatia e gli dà appuntamento a Milano, la città dove stanno i musicisti e i produttori che contano. Il viaggio a Milano si rivelerà disastroso, ma mai quanto il ritorno verso casa…

 

La terra

Luigi (Fabrizio Bentivoglio), professore di filosofia, vive a Milano ma non può dimenticare la sua Puglia, nonostante traumi e brutti ricordi siano indissolubilmente legati al paesino in cui è cresciuto. In occasione di un affare economico di famiglia dovrà rituffarsi nell’atmosfera torbida e ambigua della Puglia più remota. Un ritorno al passato, ma alla luce del presente, dei suoi fratelli ormai cresciuti e cambiati inesorabilmente, ma pur sempre sangue del suo sangue. Luigi è il sopravissuto, colto e risoluto, che impartisce lezioni di vita ai fratelli rimasti impigliati nei fili della terra da dove lui è scappato. La sua presenza farà da trait d’union alle loro vite separate e diverse, ma legate dalla nascita. E sarà proprio quest’incontro a riunire une volta per sempre la famiglia.

Ricordati di me

Una famiglia borghese come tante altre, in un quartiere residenziale romano. Padre, madre, figlio e figlia. Tutti che vogliono o volevano diventare qualcuno. Carlo (Fabrizio Bentivoglio), il padre, voleva essere uno scrittore e da anni ha il suo romanzo incompiuto, Giulia (Laura Morante), la madre, era un’attrice, Paolo (Silvio Muccino), il primogenito, vorrebbe essere come i suoi amici, appartenere a un gruppo ed essere ricambiato da una sua compagna di liceo, molto più sveglia di lui. E poi c’è Valentina (Nicoletta Romanoff), la figlia, decisa a fare la showgirl, a tutti i costi. La lucida determinazione della piccola di casa risveglia tutti i sogni degli altri componenti della famiglia. Carlo incontra una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), che lo galvanizza, Giulia riprende a fare teatro e pensa di innamorarsi del regista, Paolo fa una festa per essere accettato dagli altri e Valentina, a tappe serrate, arriva in televisione. E ora che cosa succederà? Dopo il grande successo de
L’ultimo bacio,
Gabriele Muccino ritorna sul grande schermo con un film molto più complesso e scioccante: la famiglia è nuovamente sgretolata, i valori non esistono più, conta solo autoaffermarsi e ottenere riconoscibilità all’esterno. Di chi è la colpa? Del sistema, della televisione, di noi stessi… Uno spaccato verosimile, un film che ne contiene altri quattro, una prova matura di scrittura e regia, un ritorno al cinema di quarant’anni fa, un film onesto, anche in tutti i suoi limiti. La paura di essere normali, questa la fobia che attanaglia una famiglia normale come tante altre. E se bastasse solo ascoltarsi un po’ di più?
(andrea amato)

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videointerviste
ai protagonisti del film

La lingua del santo

Due disperati si riducono a rubare la reliquia di Sant’Antonio da Padova per chiederne il riscatto…
La lingua del santo
non è un film drammatico. E neppure una commedia. Soprattutto, non è un film comico, nonostante la presenza di Antonio Albanese. La coppia di protagonisti già rivela il tono agrodolce dell’ultimo lavoro di Carlo Mazzacurati, che associa in un’unica modulazione un ponderoso Fabrizio Bentivoglio e il corpo eccessivo di Albanese. Un solo tono melanconico unisce i due drop-out Antonio e Willy, l’uno da sempre nullafacente, prezzolato giocatore di rugby, ladruncolo di galline ben più spiantato degli
small time crooks
alleniani; l’altro rappresentante della benestante e ignorante borghesia veneta, caduto fuori dalla società e dal proprio matrimonio. Un piano quasi didascalico dà l’idea dell’insanabile frattura tra l’oscurantista e benpensante Padova e l’ex rappresentante di commercio: un lungo movimento di macchina che attornia il volto di Bentivoglio in una sola vertigine, mentre lo sfondo urbano sfuma nell’invisibile… L’improbabile coppia, erede dei mostri di Risi e delle grandi amicizie virili americane, ruba quasi per caso l’ostensorio con la lingua di S. Antonio, brusca risoluzione di un rapporto di cittadinanza irrisolto. Le vicissitudini che ne seguono rivelano ancor più il conflitto dichiarato tra i due emarginati e una stolida città. L’ultima opera di Mazzacurati è letteralmente la storia di una riappropriazione: della dignità, della donna, dei beni materiali, e… ovviamente della lingua. In un Veneto invaso da biechi cartelloni pubblicitari e spot televisivi pseudocaliforniani, strana mistura di integralismo cattolico e aggressivo miracolo economico, Antonio e Willy rubano la lingua di un santo noto per la propria eloquenza. Tolgono diritto di parola a chi ne aveva decretato la condanna, assumono la propria espulsione dalla comunità, si rifiutano al dialetto. Ritornano a esercitare un diritto allo sguardo fino ad allora negato dalla pervasività televisiva, e nella scena dello scambio reliquia/riscatto osservano i propri avversari con un cannocchiale che ne prevede le mosse. L’inverosimile coppia esce dallo spazio urbano e combatte i nemici prima nella campagna dei Colli Euganei, poi nella Laguna. Si tratta di una fusione con lo spazio naturale che azzera i segni del miracolo economico del Nord-Est, di un ritorno alla originaria cultura padana, in grado di annichilire ogni «buon» discorso sulle radici popolari della cultura dell’intolleranza. E i piani della Laguna, la successione delle dissolvenze che uniscono Willy allo spazio naturale sono tra i più belli da
Notte italiana
in poi. A ogni regista il suo territorio.
La lingua del santo
sconta un po’ il carattere nostalgico e retrospettivo della narrazione. La predominanza della voce narrante zavorra irrimediabilmente l’eloquenza visiva di talune sequenze, e non sempre ritma a dovere le scene comiche. Ma pochi film italiani sanno reggere con questa maestria l’epica di piccoli personaggi. Racconto della trasformazione di due fantocci in uomini, di un’amicizia virile di due sfortunati narrata sempre alla loro altezza,
La lingua del santo
ha il pregio di fondere la propria caustica critica nello stampo di piani sempre fermi e giusti. E non è poco.
(francesco pitassio)

L’amico di famiglia

Geremia (Rizzo) è un uomo di mezza età dedito all’usura nel piccolo centro dell’Agro pontino in cui risiede. Consapevole di essere una persona poco gradita e per di più dotata di un cattivo carattere, egli considera nondimeno i suoi traffici alla stregua di opere di carità. Al punto da presentarsi alle sue vittime come un «amico di famiglia». La pellicola è stata presentata in concorso al festival di Can

A cavallo della tigre

Guido vive a Milano, ha quarant’anni, una moglie e un monte di debiti. Impiccia, traffica, maneggia, poi conosce una ragazza più giovane, già madre di una bambina. Se ne innamora e chiede soldi a uno strozzino per fare la bella vita con la sua innamorata. Un giorno, messo alle corde dai suoi problemi finanziari, decide di organizzare una rapina nel suo posto di lavoro. Qualcosa va storto, viene arrestato e si deve fare un anno e mezzo in cella. A due settimane dalla scarcerazione viene coinvolto in un’evasione da due delinquenti che hanno bisogno del suo aiuto. La latitanza si trasforma in un lungo viaggio dove, tra pensieri e progetti, scopre qualcosa di sé e degli altri. Questo film Mazzacurati l’ha dedicato alle persone semplici che vivono con difficoltà il nostro tempo. Remake di un film di Luigi Comencini del 1961, scritto da Age e Scarpelli. Una bella pellicola, poetica, malinconica, ma comunque positiva. Ben girata e ben recitata, con un Fabrizio Bentivoglio sempre grandissimo e una Paola Cortellesi che cresce a vista d’occhio. Però (ci deve sempre essere un però) ogni volta che si vede un film di Mazzacurati sembra sempre che manchi qualcosa per arrivare alla perfezione. Ma, forse, nessuno ha intenzione di arrivarci. (andrea amato)

L’eternità e un giorno

L’ultima giornata, prima del ricovero ospedaliero, per lo scrittore Alexander: nelle sue peregrinazioni, reali e interiori, salva un piccolo lavavetri albanese dall’adozione coatta, ripensa alla moglie che ha trascurato per scrivere il poema della sua vita, incontra un poeta ottocentesco intento a comprare le parole che gli mancano e soprattutto stila un bilancio amaro della sua esistenza. Sceneggiato da Tonino Guerra col regista, il film è l’ennesika variazione sui temi cari ad Angelopulos, ma qualcosa nella messa in scena non funziona più come prima (soprattutto il binomio paesaggio/anima, ormai un po’ troppo meccanico) e il manierismo che da tempo minaccia  l’opera del regista greco questa volta ha la meglio sulla sincerità delle emozioni. Palma d’Oro a Cannes.

Un eroe borghese

Il film ricostruisce la vicenda dell’avvocato Ambrosoli e della sua opposizione al «salvataggio» della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Ambrosoli verrà ucciso da un killer nel 1979. Michele Placido, oltre che un attore un po’ ruspante, è un regista sensibile e mai volgare. Questo film, a esempio, poteva essere un epigono di un genere superato dai tempi, ma lo stile di Placido è assai diverso da quello – mettiamo – di un Ricky Tognazzi. Aiutato da una magistrale fotografia di Luca Bigazzi (una Milano fredda e angosciante), Placido evita solo in parte le due trappole principali del cinema politico all’italiana, ossia gli attori-sosia («effetto Giuseppe Ferrara») e il senno di poi («effetto Rulli e Petraglia»), ma almeno non alza la voce e dirige gli attori (compreso se stesso) con cura amorevole. Bentivoglio esibisce una quieta ostinazione perfetta per il personaggio. Ci si indigna senza vergognarsi, si apprezza il coraggio con cui ad Antonutti/Sindona sono messi in bocca slogan berlusconiani, e i titoli di coda con le vere telefonate del killer ad Ambrosoli danno i brividi.
(emiliano morreale)

Una sconfinata giovinezza

Lino Settembre e sua moglie Chicca vivono una vita coniugale serena, priva di gravi turbolenze, entrambi soddisfatti della professione che svolgono: lui prima firma della redazione sportiva de Il Messaggero e lei docente di Filologia medievale alla Gregoriana. L’unica angustia che ha accompagnato i venticinque anni del loro matrimonio la mancanza di figli. Mancanza che anzichè rischiare di compromettere la loro unione l’ha misteriosamente rinsaldata. L’oggi però, in modo totalmente inatteso, riserva loro un’occasione di somma preoccupazione.

 

 

Italia-Germania 4-3

Tre amici, compagni di scuola ai tempi del ’68, si ritrovano per rivedere il leggendario incontro di calcio Italia-Germania disputatosi in Messico nel 1970. Tornano alla memoria i bei momenti, ma anche le antiche e mai sopite invidie e frustrazioni. Ottimi gli interpreti, ma la sceneggiatura, intrisa di facile nostalgia e personaggi stereotipati, è terribilmente prevedibile. Il film è tratto dall’omonima commedia di Umberto Marino del quale, due anni più tardi, Barzini porterà sul grande schermo Volevamo essere gli U2 . (andrea tagliacozzo)

Denti

Sergio Rubini ha due incisivi enormi e una compagna bella e aggressiva che, nel corso di una lite, si premura di spezzarglieli. La peregrinazione da un dentista all’altro alla ricerca di un rimedio si trasforma in un viaggio allucinato alla ricerca della felicità e di una nuova vita. Come al solito, con Salvatores, ci si ritrova alle prese con un film e un cineasta divisi da una profonda incomprensione. Da un lato il regista profondamente legato agli anni Settanta (Procol Harum & co.), dall’altro l’intellettuale che tenta in tutti i modi di sintonizzarsi sulle nuove emergenze tecnologiche e linguistiche. In mezzo, un vuoto pneumatico di idee che un florilegio di stili non riesce a nascondere: anzi denuncia crudelmente. Ma poi, nella vicenda odontoiatrica del film, qualche idea potrebbe pure esserci. Salvatores intuisce che il cinema che conta oggi si gioca tutto sulla sparizione del campo: sull’immanenza dell’immagine autosufficiente e senza profondità, sull’abolizione del fuori-campo. E fin qui ci siamo. Salvatores intuisce gli snodi cruciali del raccontare per immagini oggi. Sa come manipolare suoni e montaggio, anche se il prologo (in perfetto stile
Pink Floyd Live at Pompei
) dice tutt’altro sul Nostro… Ma, come ogni buon contenutista della sua generazione, non riesce ad accettare la libertà che il vuoto necessariamente comporta. Salvatores, insomma, non riesce a far cinema dopo «la morte del cinema» e quindi si aggrappa inutilmente alla parola nella sua forma più deteriore: la sceneggiatura.
Denti
, invece di inebriarsi del nulla che lo costituisce e che solo avrebbe potuto salvarlo, arretra terrorizzato e cerca redenzione in un inquietante psicologismo d’accatto (viva la mamma…). Errore di prospettiva e di metodo. Il flusso visuale post-cinematografico, infatti, non è l’equivalente del flusso di coscienza di Joyce, di Svevo, di Musil. Non basta smontare la linearità della narrazione per ritrovare la vertiginosa profondità della parola-sonda che rivela mondi e sentimenti. La contraddizione di
Denti
, film di pure superfici, è di voler annullarsi in una parola in grado di orientare il flusso delle immagini. Il suo fallimento è tutto racchiuso in questo cortocircuito: la parola non può redimere l’immagine e l’immagine ormai viaggia senza la parola. In questo senso, la letteratura del Novecento non solo ha anticipato il cinema, ma si è spinta in regioni che sono e saranno sempre restie al
visuel
. Al cinema (quel che ne resta…), per trovare una nuova forma di verginità linguistica, non rimane altro che dover giocare con i simulacri della propria finitezza. Salvatores invece continua a parlarci di corpi addirittura pre-cinematografici, con un linguaggio che invece si vorrebbe giunto alla fine stessa delle immagini.
(giona a. nazzaro)

Turné

Amici di vecchia data, gli attori Dario e Federico partono per una lunga tournée teatrale. Quest’ultimo ha dei seri problemi con Vittoria, la sua ragazza, e sul palcoscenico non riesce a rendere come dovrebbe. Dario, che di Vittoria è diventato l’amante, non trova il coraggio di confessare il tradimento all’amico. Il migliore dei film realizzati da Gabriele Salvatores. Gli attori sono in stato di grazia e la sceneggiatura scritta da Francesca Marciano, allo stesso tempo malinconica e divertente, non perde un colpo. Peccato che il regista in seguito si sia perso per strada.
(andrea tagliacozzo)

Marrakech Express

Quattro trentenni, dopo essersi persi di vista, si riuniscono quando un loro comune amico, Rudy, viene arrestato in Marocco per una questione di droga. Decidono di partire alla volta del Paese africano, andando incontro a mille disavventure che rinsalderanno la loro amicizia. Primo lavoro di Gabriele Salvatores che riuscì riscuotere una certa attenzione da parte della critica (il precedente
Kamikazen
era passato quasi inosservato), il film riesce ad essere allo stesso tempo malinconico e divertente, ma come spaccato generazionale sembra un po’ troppo furbo, edulcorato e insincero. Bravissimi, comunque, tutti gli interpreti (Cederna e Abatantuono una spanna sopra agli altri). La sceneggiatura del film porta le firme di Carlo Mazzacurati (regista di
La lingua del santo
), Umberto Contarello e Vincenzo Montenapoleone (in seguito autore anche del copione di
Mediterraneo
).
(andrea tagliacozzo)