Quasi quasi…

Paola (Marina Massironi) è stata abbandonata dal marito per un uomo, così decide di dichiararsi vedova. Studia da estetista ed è fidanzata con Ruggero (Neri Marcorè), vicepreside divorziato, che ha un figlio di dodici anni (Paolo Puccio, il doppiatore di
Harry Potter).
Ma lo ha tenuto nascosto alla sua amata. Un giorno l’ex marito muore davvero e ha lasciato la casa in eredità alla moglie e al suo compagno, Andrea (Nicola Romano). Paola è costretta così a convivere con Andrea e tra i due, dopo un momento di astio, nasce una strana complicità. Paurosamente simile a
Le fate ignoranti, Quasi quasi…
è una commedia leggera, ben girata, ma priva di sostanza. I personaggi diventano inevitabilmente macchiette e i colpi di scena in realtà sono un susseguirsi di banalità. Un’altra occasione mancata del cinema italiano.
(andrea amato)

Ex

Seguiamo le vite intrecciate di sei coppie: Filippo e Caterina stanno divorziando e lottano per “non” avere l’affidamento dei figli; anche Luca e Loredana sono alle prese con un divorzio e Luca si trasferisce a vivere nella casa “studentesca” del figlio ricominciando a 50 anni suonati una vita da Peter Pan; Sergio, divorziato da anni e gaudente per vocazione, si ritrova a fare il padre di due adolescenti complicate, dopo la morte improvvisa della sua ex moglie; Elisa sta per sposarsi con Corrado ma ritrova il suo ex storico nel posto più imprevedibile, è infatti il prete (don Lorenzo) che dovrà sposarli; Giulia vive con Marc a Parigi, ma un trasferimento imprevisto in Nuova Zelanda trasforma il loro in un amore a distanza e rischia di farli diventare ex; Paolo, fidanzato con Monique, è minacciato da Davide, ex di lei, geloso e nient’affatto rassegnato.

Un Aldo qualunque

Anni Settanta, più precisamente 1978. L‘anno dei tre papi, del sequestro Moro, del terrorismo e del calcio scommesse. Aldo Cimenti e la moglie Marisa si trasferiscono da Bari a Torino. Lui è un ragioniere capo, lei una poliziotta in carriera, con le fisse per i film polizieschi di serie B. Un giorno Aldo viene tamponato da un ragazzo e una ragazza, quello scontro gli cambierà la vita. La ragazza sull’auto perde la memoria e inizia a vagare per la città. Aldo stringe amicizia con Biagio, un ragazzo caratterialmente opposto a lui. I due si uniscono in un sodalizio di amicizia e affari. Budget ridotto, atmosfera storica, storia semplice e carina. Questi ingredienti fanno del film
Un Aldo qualunque
una pellicola piacevole da gustare. Gli attori sono tutti molto bravi, anche Omar Pedrini, leader della rock band Timoria, nei panni di un prete. Un film che cerca di trasformare le certezze in dubbi, spiegando che in fondo non è poi così un male. Ideologia, religione, basta credere in qualcosa. Un affresco di quegli anni drammatici e cruciali, con una storia vissuta da persone normali. Godibile.
(andrea amato)

Se fossi in te

Tre personaggi, tre storie differenti che s’incontrano e per caso s’invertono. Un industriale, un dee-jay e un padre di famiglia che aspirano alla vita dell’altro e così vengono accontentati. Citando
Sliding Doors
e altre pellicole incentrate sullo sdoppiamento (da
Un povero ricco
in avanti), Giulio Manfredonia, al suo esordio, riesce a mettere insieme un buon cast (preso in blocco da
Mai dire gol
) e una storia piacevole, raccontata con leggerezza, stile e humour. C’è l’amministratore delegato cattivo e depresso, Bernardo Braschi Lentini (Gioele Dix) della potentissima Braschi e Lentini, c’è Christian il dee-jay (Fabio De Luigi) con il pignoratore mandato dal tribunale che gli porta via moto e oggetti perché è pieno di cambiali non onorate, e c’è Andrea (Emilio Solfrizzi), il padre di famiglia frustrato, con aspirazioni fallite di cabarettista e una professione da contabile. I tre si trovano su una spiaggia, «Se fossi in te…» si dicono. Detto fatto: il ricco diventa padre di famiglia, il dee-jay il ricco e il padre di famiglia il dee-jay. Gli altri non se ne accorgono. E comincia il triplice balletto, ma alla lunga i tre cascheranno negli stessi errori. La personalità non cambia, come la carta d’identità o l’aspetto. La trovata non è originale (il ricco che diventa povero…), ma nel finale ognuno (il padre frustato che ha preso il posto del dee-jay ha messo incinta la farmacista, ma sarà il dee-jay – da sempre innamorato della farmacista – che aveva preso il posto del ricco a crescere la bambina non sua…) resta con la nuova identità in un gruppetto di tre coppie con figli dove tutti sono amici. Solo i tre maschi sanno la verità. Quindi non si torna alla situazione originale. Il cambio resta per sempre. Qualche battuta è buona, regge anche il complicato scambio di identità per una commediola che alla fine lascia di buon umore. Ma niente più.
(andrea amato)

Gli amici del bar Margherita

Bologna, 1954. Taddeo (Pierpaolo Zizzi), un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua. Con uno stratagemma, il giovane diventa l’autista personale di Al (Diego Abatantuono), l’uomo più carismatico e più misterioso del quartiere. Attraverso la sua protezione, Taddeo riuscirà ad essere testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della entra îneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi), aspirante cantante e vittima di uno scherzo atroce; delle follie di Manuelo (Luigi Lo Cascio), ladruncolo e sessuofobo; delle cattiverie di Zanchi (Claudio Botosso), l’inventore delle cravatte con l’elastico; delle stranezze di Sarti (Gianni Ippoliti), vestito giorno e notte nel suo smoking e campione di ballo. Pernon parlare del contesto dove Taddeo vive con mamma (Katia Ricciarelli) circuita dal medico di famiglia e il nonno (Gianni Cavina) che perde invece la testa per una prosperosa maestra di pianoforte (Luisa Ranieri). Ma alla fine, Taddeo che tutti chiamavano “Coso” ce la farà ad essere considerato uno del Bar Margherita.

Avati disegna il solito universo arcaico di perdenti di provincia tra ricordi, amarezze, sentimenti, disillusioni. Ma il copione, inevitabilmente episodico, stavolta è tirato via in più di una situazione, tra fellinismi spudorati e un’inquietante misoginia. Colonna sonora di Lucio Dalla.

Happy Family

In una Milano d’estate, due famiglie incrociano i propri destini a causa dei rispettivi figli sedicenni, caparbiamente decisi a sposarsi.
Un banale incidente stradale catapulta il protagonista (e narratore), Ezio, al centro di questo microcosmo, nel quale i genitori sapranno essere saggi, ma a volte anche più sballati dei figli: madri nevrotiche e coraggiose, nonne inevitabilmente svampite, figlie bellissime e cani cocciuti e innamorati.

Natale a New York

Un giovane chirurgo (De Luigi), si reca a New York in viaggio di nozze. Il suo chirurgo, lo spietato professor Benci (Bisio), lo obbliga a portare un dono al figlio, studente con il cugino in una università della Grande Mela. I due, a differenza di quanto lascino credere alle rispettive famiglie, sono perfetti fannulloni. Ma anche il primario, che li raggiunge inaspettatamente, rivela una doppia personalità. Intanto, Lillo (De Sica), un ex cantante di piano bar, si invaghisce della bella Barbara (Ferilli), essendone ricambiato. Entrambi sono però sposati con coniugi facoltosi, e un loro tradimento li priverebbe di qualunque eredità. Per evitare che ciò accada, Lillo fa di tutto per far sì che Claudio (Ghini), il marito di Barbara, apra gli occhi sull’infedeltà della moglie…

Dopo la “scissione” della coppia d’oro dei film natalizi, con De Sica rimasto fedele a Neri Parenti e Massimo Boldi accasatosi alla corte dei Vanzina, l’immancabile «cinepanettone» sullo sfondo della rutilante metropoli a