Il principe di Homburg

La critica salutò questo adattamento del capolavoro di Heinrich von Kleist come una rinascita di Bellocchio dopo il periodo psicanalitico segnato dal sodalizio con Massimo Fagioli. Qui il regista non compie affatto una lettura psicanalitica del testo, ma semmai torna indietro, a scoprire nel romanticismo le radici di inquietudini che poi saranno della psicanalisi (e nostre). Dopo aver prosciugato il testo (che è un classico/anticlassico, inconciliato e attratto dall’horror vacui come contraltare della giovinezza), fa pronunciare a un attore protagonista volutamente impacciato battute a velocità vertiginosa, come se fosse sperduto (anzi – letteralmente – sfuocato). I nobili temi del conflitto tra individuo e dovere e della responsabilità individuale non hanno nulla di moralistico; anzi si collocano in un ambito pre-morale, tra luci e ombre, tra potenze oscure come il Leviatano o come il Dio di Isacco. E tutto sfocia nelle agghiaccianti sequenze della guerra, che non si vede mai: basta un polverone in una radura, o alcune gigantesche ombre di cavalieri proiettate su una parete. (emiliano morreale)

La vita che vorrei

Laura, attrice poco più che trentenne con un’incerta carriera alle spalle, viene scelta per interpretare da protagonista un film in costume ambientato nell’Ottocento, storia di un amore assai tormentato. Sul set fa la conoscenza di Stefano, coprotagonista e attore piuttosto affermato. Fra i due nasce una relazione che ripercorre nella realtà le tappe e gli sviluppi della storia recitata sul set.

Il regista e i protagonisti di
Luce dei miei occhi,
contestatissime coppe Volpi a Venezia nell’edizione la cui giuria era presieduta da Nanni Moretti, tornano al lavoro in un film formalmente inappuntabile ma assai poco emozionante. Una storia troppo «telefonata» per rendere davvero significativo un lavoro senza infamia né lode, decisamente inferiore a film dello stesso Piccioni come
Fuori dal mondo
(1999) e il già citato
Luce dei miei occhi.
Il film in costume fa da contrappunto e accompagnamento all’amore tra i due attori, rendendo prevedibili la maggior parte delle sequenze. A salvare la pellicola dal totale naufragio, le buone interpretazioni della Ceccarelli e di Lo Cascio. Con un brevissimo cameo di Silvio Muccino nel ruolo di se stesso.
(maurizio zoja)

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La cura del gorilla

Sin da bambino Sandrone (Claudio Bisio), detto il Gorilla, è affetto da una forma particolare di schizofrenia. Di giorno è loquace, educato, ironico e disponibile; di notte bruto, violento, spietato e freddo. La malattia gli impedisce di dormire e la sua doppia personalità lo costringe a vivere una vita ai margini della società. Di mestiere fa l’investigatore privato, ma durante una missione viene quasi ammazzato da un pericoloso serial-killer. Decide di iniziare una nuova vita per reprimere l’irrompere brutale del suo alter ego. Ma i guai non sono finiti e per caso l’uomo si imbatte in una bellissima ragazza, Vera (Stefania Rocca), fidanzata con un albanese che di lì a poco viene ucciso. La passione per Vera lo induce ad aiutarla a trovare l’assassino del suo fidanzato, scoprendo così una rete di sfruttatori della prostituzione.
Diretto dal regista esordiente Carlo A.Sigon, che fino ad ora si è occupato unicamente di pubblicità e cortometraggi, il film è ispirato all’omonimo romanzo noir di Sandrone Dazieri. Grazie alla sua simpatia e alla sua ironia, Claudico Bisio riesce a gestire entrambi i volti del protagonista con autenticità. Accanto alla Bestia c’è la Bella, Stefania Rocca, un’assistente sociale molto agguerrita che vive con un gruppo di albanesi ed è fidanzata con uno di loro, interpretato da Kleidi Kadiu, quello che fa volteggiare la signora Costanzo, che forse per la prima volta ha scoperto un volto interessante all’interno del suo harem mediatico. Nel film è un ragazzo coraggioso che lotta contro il giro di prostituzione nel quale si è trovata coinvolta sua sorella al momento dello sbarco in Italia. Lui morirà ma la sua lotta verrà tenuta viva dall’impavida Stefania Rocca.
La trama è ben strutturata e piuttosto avvincente e non mancano i momenti d’ironia, grazie soprattutto a Ernest Borgnine, attore americano rigettato dal crudele circuito hollywoodiano dopo alcuni problemi con l’alcool, e Antonio Catania, fantastico nei panni di Giò Pesce in parrucchino color mogano e vestiti retrò anni Sessanta, con macchina da 50mila euro ma una roulotte come casa. Completo e suggestivo anche il personaggio di Bebo Storti: un hacker leoncavallino che si fuma uno spinello dietro l’altro.
Vi sono anche riferimenti mirati alle problematiche italiane: l’immigrazione clandestina, i giri di prostituzione che da essa nascono, i traffici di cocaina legati alla malavita e il dibattito sulle droghe leggere. In questa nuova era di dittatura mediatica e di ritorno al proibizionismo un film semplice, divertente, fatto bene e con attori di valore va segnalato. Siamo molto lontani dai polizieschi all’americana, ma sicuramente più vicini alla realtà del nostro Paese. (aurelie callegari)