Road Trip

Todd Phillips fa parte della nuova generazione di registi presunti indipendenti cresciuta con il
Sundance Festival
di Robert Redford, tutta gente che conosce bene le regole del mercato e aspira solo a ritagliarsi un posto al sole a Hollywood. Infatti non si può certo dire che
Road Trip
sia un film coraggioso: non è che una commedia sfrenata con tre collegiali – Josh, E.L. e Rubin – che ingaggiano una corsa in automobile da New York al Texas per intercettare una compromettente videocassetta spedita erroneamente alla fidanzata di Josh; nella registrazione ci sono le immagini del povero Josh che cede di fronte alle grazie dell’avvenente Beth. Prevedibili le gag (che però funzionano) e abbastanza sostenuti i tempi narrativi, scanditi da una struttura da road movie scanzonato. Ma per competere con il vecchio e insuperabile
Animal House
, modello di
Road Trip
, ci sarebbero voluti la genialità anarcoide – benché recentemente appannata – di John Landis e la carica primitiva di John Belushi, ingredienti indispensabili per una sana e non riconciliata trasgressione. La produzione esecutiva è di Ivan Reitman, che comunque di «zingarate» all’americana se ne intende.
(anton giulio mancino)

Il sapore della vittoria

Nel 1971 ad Alexandria, Virginia, in vista del campionato un college sperimenta la convivenza di studenti bianchi e neri per formare una squadra di football multirazziale. Mentre l’odio e i confini etnici restano ancora assai marcati tra la gente del luogo, i nerboruti e scontrosi ragazzi riescono, sotto la severa guida dell’allenatore di colore Herman Boone e del vice bianco Bill Yoast, a superare i pregiudizi e a fare della formazione dei Titans una coesa cellula sociale, imbattibile sul piano agonistico e culturale.
Il produttore dei più sfacciati blockbuster degli ultimi anni, Jerry Bruckheimer, ha deciso di investire su formule di intrattenimento «impegnato». E allora, dopo Armageddon e prima di Pearl Harbour , arriva sui nostri schermi Il sapore della vittoria, altro prodotto trionfalistico e senza cuore che tuttavia ostenta un tema forte: il razzismo. La pretestuosità del film è evidente: la forma di razzismo di cui si parla è ormai superata e quindi innocua, e soprattutto le tematiche razziali finiscono per veicolare l’ennesimo racconto edificante sul successo americano che supera qualsiasi barriera. Dinamiche narrative e linguaggio sono più adatti a un plotone di marines arrabbiati, fieri e assetati di vittoria. Tutto è estremamente calcolato, senza sorprese, senza sincerità, senza originalità. E le riprese delle partite sfigurano al confronto con quelle ben più spettacolari di Ogni maledetta domenica. Il massimo del ridicolo si tocca quando il capitano della squadra rimane paralizzato dalla vita in giù: l’atleta non si abbatte nemmeno un po’, si prepara per il campionato dei disabili e rincuora tranquillamente i compagni. A salvarsi sono solo le scelte di casting, con Denzel Washington e Will Patton che si scambiano le parti abituali: Denzel che fa il duro e Will comprensivo e rabbonito funzionano comunque al meglio. (anton giulio mancino)

Blow

La storia, raccontata attraverso una serie di flashback, di un figlio della “working class” americana che vive sulla propria pelle il dramma della povertà, e decide quindi che lo scopo della sua vita è fare soldi. Quando si trasferisce in California, negli anni Sessanta, scopre che un ottimo modo per realizzare il suo progetto è vendere droga: fra un arresto e l’altro, diventerà il maggior importatore di cocaina degli States. Ben interpretato, ispirato a una storia vera; peccato solo che la sorte del protagonista finisca per risultare di nessun interesse per lo spettatore. Panavision.