Terra Madre

Uomini e donne che nelle loro terra ancora resistono all’incalzare di una delittuosa politica di sfruttamento esasperato e devastante dei suoli fertili, unica risorsa per il cibo di tutti i popoli. Una testimonianza eroica di eterna e leale alleanza con la natura e i suoi frutti. Un’alleanza che non ha barriere di lingue, divisioni di ideologie e religioni, né confini di Stati.

Il tempo si è fermato

Esordio alla regia di Ermanno Olmi, all’epoca ventottenne. Un giovane studente prende il posto di uno dei due guardiani di una grande diga, vicino all’Adamello. I rapporti tra il giovane e il collega, un rude montanaro, sono all’inizio freddi e imbarazzati, poi fra i due nasce una sincera amicizia. Quasi un documentario (l’origine del progetto in effetti è quella) interpretato da attori non professionisti.
(andrea tagliacozzo)

Cantando dietro i paraventi

Un ragazzo occidentale dall’aria un po’ sprovveduta sbaglia indirizzo e si ritrova in un teatrino-bordello. Ma ecco che, tra trasgressioni e visioni hard, al di là di una lanterna rossa, in palcoscenico (che riproduce la tolda di una giunca cinese) sale un vecchio capitano di marina dall’accento spagnolo che inizia a raccontare. È la storia di una celebre donna pirata, la vedova Ching… Il marito, a sua volta, era stato pirata ed era finito male, schiacciato tra l’Impero che lo aveva convertito e la società che traeva interessi dalle sue ruberie in mare. La vedova giura vendetta e prende il suo posto. È terribile, la vedova. Semina il terrore ovunque. Fino a quando, la flotta comandata dal Principe Imperiale Think-Wei accerchia la nave della donna e del Vecchio Capitano ferma in una splendida baia. Le navi sono tutte laggiù in fondo, ferme… E l’equipaggio della vedova Ching è pronto a morire. Quando il cielo si riempie di aquiloni. Ognuno con delle parole. Che messe tutte in fila narrano l’antica favola del Drago e la Farfalla. Un messaggio di pace. E infatti la Vedova Ching-farfalla ravveduta si consegna al Giovane Figlio del Cielo…

È una favola l’ultimo film di Ermanno Olmi. Una favola di pace, di perdono, di ravvedimento che arrivano dopo tremende passioni e orribili delitti. Una splendida, visionaria allegoria. Che Olmi ha realizzato mostrando una Cina da sogno, regalando immagini meravigliose (merito anche del figlio Fabio, autore, appunto, della fotografia), ricostruendo navi e costumi e scenari bellissimi. L’ultima fatica del maestro bergamasco è stata girata non in Cina, dove Olmi non è mai stato («Volevo evocare la Cina, inventarla, raffigurarla per chi se la immagina non avendola mai visitata e dunque filmarla con grande liberta», ha spiegato), ma in Montenegro, vicino a Scutari. Il racconto del film si riferisce a documenti conservati negli Archivi di Pechino Memorie concernenti il Sud delle Montagne Meihiling, e soprattutto all’opera del poeta cinese Yuentsze Yunglun, dedicata alla Piratessa Ching, pubblicata a Canton nel 1830. Questi e altri testi sui pirati nel Mar della Cina hanno ispirato Ermanni Olmi per la sua allegoria contro la guerra. Ha ricostruito la Cina della fine del Settecento per parlare del 2003. E ha scelto di non mettere in scena la battaglia finale, di non spettacolarizzare la guerra. Non gli interessa. Perché forse ci si può fermare un attimo prima.
Imponente il cast tutto cinese, scelto nella comunità italiana dopo tremila provini. La protagonista, Jun Ichikawa, è studentessa di Architettura in Italia. Unico interprete conosciuto è Carlo Pedersoli, il Bud Spencer che qui è un magnifico vecchio capitano di mare portoghese. La frase del titolo si riferisce a un verso di un poeta cinese che viene letto in chiusura di film: «…da quel momento, i fiumi e i quattro mari furono sicure e liete strade; i contadini vendettero le loro spade e comprarono buoi per arare i campi, mentre le voci delle donne rallegravano il giorno cantando dietro i paraventi…».
(d.c.i.)

Centochiodi

Un ricco professore bolognese (Raz Degan) non sopporta più la sua vita in mezzo ai libri. Una notte si introduce all’interno di una biblioteca stracolma di testi antichi, amorevolmente curati da un prete, e li inchioda al pavimento, sui banchi, ai muri della sala. I carabinieri indagano e sembrano essere vicini al professore, che decide di fuggire: dopo essersi liberato di automobile e documenti, giunge sulle rive del Po, dove si stabilisce all’interno di una baracca abbandonata.
Gli abitanti del posto lo prendono in simpatia e il professore diventa presto parte di una comunità dedita al vino, alla tranquillità e alle arti: c’è chi suona, chi balla, chi recita, chi dipinge. Una ragazza, che lavora alla panetteria del paese, sembra nutrire un particolare affetto nei confronti dello straniero.

La recensione

L’ultimo film di scena di Olmi, stando almeno a quello che lo stesso regista ha più volte dichiarato: si dedicherà ora solo ai documentari, salvo ripensamenti.

C’è da credergli, visto che già

Il mestiere delle armi

Joanni de’ Medici, uomo d’armi, nipote di papa Clemente VII, è il capitano dell’armata pontificia nella campagna contro la discesa dei Lanizichenecchi di Carlo V, imperatore degli Alemanni. Uomo di valore, ultimo eroe di un’epoca morente, Joannis viene ferito a morte durante un’imboscata dal colpo da un’arma da fuoco sparato a distanza. Morirà quindi sul lettino da campo come un vero eroe, come l’ultimo soldato.

Ermanno Olmi condivide insieme a una manciata di registi che hanno illuminato con i loro film la recente stagione cinematografica – Wong Kar-Way, Ang Lee, Oshima – un’intuizione di fondo importante: tutti hanno collocato le loro storie, che siano fantastiche, melodrammatiche, esotiche o cavalleresche in un periodo storico di passaggio che ha chiuso con un mondo e un’epoca e ne ha aperto un altro. E tutti hanno cercato di sottolineare, tra le pieghe del film, quanto questo passaggio abbia comportato in termini di perdita, piuttosto che in termini di conquista. Rispetto agli esempi citati, però, Olmi non gode della stessa felicità di mano. Siamo in un’epoca remota ma fondamentale, e l’avvento dell’era moderna è misurato sulla guerra, con il superamento del codice d’onore che presiedeva agli scontri all’arma bianca, uomo contro uomo, e l’avvento dell’arma da fuoco a distanza che insieme gli assetti e le strategie muta anche la «dignità» di una guerra umana.

Il Giovanni dalle Bande Nere, viene disegnato come l’ultimo eroe, l’ultimo soldato, ardente, coraggioso, amato dalle donne, corteggiato da tutti i principi per il suo valore in battaglia nello scontro frontale, ma anche il primo simbolicamente a essere sacrificato dall’avvento della «modernità» che qui coincide con l’innovazione tecnologica.

La lezione olmiana è forse fin troppo chiara: sarà per questo che il regista bergamasco, una volta assodata la bontà dello spunto e della trattazione, si dedica all’allestimento di una messa in scena sì rigorosa ma eccessivamente attenta agli aspetti della messa in quadro delle scene. E finisce con il dimostrarsi più interessato ai dettami dell’estetica pittorica rinascimentale che a quelli della vicenda o delle ragioni del suo imporsi. Ci sono stati fior di registi che hanno goduto dello sguardo pittorico per «decorare» i loro film, ma in loro il senso dell’operazione era ben presente e funzionava da àncora, da zavorra alla volatilità dell’estetizzazione. Qui Olmi cede spesso, troppo spesso, al gusto della ricostruzione, al vezzo pittorico dimentico che il cinema non è solo inquadratura e luce.
(dario zonta)

La leggenda del santo bevitore

A Parigi, un giovane barbone alcolizzato che vive d’espedienti si vede offrire in prestito duecento franchi da uno sconosciuto. Il senzatetto s’impegna a restituire il denaro, come pattuito, nella chiesa di Santa Maria di Battignolles. Tratto da un racconto di Joseph Roth, un film indubbiamente raffinato nelle immagini, ma eccessivamente rarefatto nelle atmosfere e troppo lento (decisamente troppo, anche per un autore come Olmi) nel ritmo. Leone d’oro al Festival di Venezia. (andrea tagliacozzo)

I fidanzati

Giovanni, operaio specializzato del nord, viene inviato in Sicilia, dove l’azienda per cui lavora è impegnata nella costruzione di un impianto industriale. Per il giovane l’impatto con il nuovo ambiente è tutt’altro che indolore: la distanza con il proprio mondo è incolmabile e la cultura della fabbrica si dimostra ben lontana dal produrre un sistema di valori alternativo a quello tradizionale. Alla fidanzata rimasta a Milano scrive lunghe lettere che testimoniano efficacemente la realtà dello sradicamento. Olmi, dopo aver raccontato la Milano del boom con
Il posto
, utilizza un caso di emigrazione al contrario per descrivere il rovescio della modernità. Lo fa «dal basso», tenendosi lontano da ogni esemplarità ideologica e puntando tutto sulla verità umana di personaggi e situazioni. La capacità di usare il paesaggio in chiave espressiva tocca il suo vertice nella lunga scena delle assolate saline di Trapani, con l’incerta voce narrante a fare da contrappunto al senso di eternità comunicato dalle distese di sale. Poteva essere l’inizio di un rinnovamento, ma la via segnata non è stata seguita da nessuno, neppure dallo stesso Olmi: una delle tante occasioni perdute del cinema italiano.
(luca mosso)