Così ridevano

Sul finire degli anni Cinquanta due fratelli emigrano dalla Sicilia a Torino: il maggiore, Giovanni è analfabeta e fa di tutto per mantenere Pietro agli studi magistrali, convinto che il riscatto sociale passi attraverso la cultura. Ma la delusione arriverà per entrambi.

Un “poema” personale e interiore sull’immigrazione italiana come perdita dell’innocenza di un’intera nazione, articolato nell’arco di sei anno (dal 1958 al 1964) e suddiviso in altrettanti capitoli. Sceneggiato dal regista, è un grande mélo disperato e asciutto, più astratto che realistico, che scava nella memoria senza nostalgia e nei rapporti familiari con spietata tenerezza. Leone d’Oro a Venezia ’98, il titolo allude a una rubrica umoristica della ‘Domenica del Corriere’ di quegli anni.

L’amore imperfetto

Sergio (Enrico Lo Verso) ha trent’anni e lavora in un centro commerciale a Genova. Sua moglie Anna (Marta Belaustegui) è spagnola, aspetta il loro primo bambino, e lavora in una palestra. Le analisi danno la certezza che il bambino vivrà solo pochi giorni a causa di una grave malformazione. I genitori decidono di averlo lo stesso, sperando in un miracolo. Parallelamente c’è l’ombra del suicidio di una collega di Sergio. I due genitori, supportati da un poliziotto e da un dottore, vivranno quest’angoscia cercando di trovare una soluzione.
L’amore imperfetto,
secondo lungometraggio di Maderna
(Questo è il giardino),
pone alcune domande sulla coscienza di religiosi e atei: aborto, espianto degli organi e morte. I personaggi sono persone semplici, dalla vita normale, stravolta da un evento del genere e dall’attenzione dei media e della gente. Ritmo lento e caratterizzazione di alcuni personaggi, come il poliziotto e il dottore, un po’ inverosimili. Forse eccessivo il calderone di dubbi esistenziali e domande universali. Comunque ben recitato e dalla regia pulita e semplice.
(andrea amato)

Tre giorni d’anarchia

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, il giovane Giuseppe torna in licenzia nella natia Sicilia per festeggiare la laurea, attendendo lo sbarco degli Alleati. Giorni di attesa e di piena anarchia per il ragazzo, ma anche momento di esperienze che lo segneranno nel profondo: la morte del padre e l’incontro con la donna della sua vita.

Hannibal

Il miliardario Mason Verger, unica vittima sopravvissuta alla furia omicida del dottor Lecter, sta cercando in tutto il mondo reliquie del suo antagonista e indizi per acciuffarlo. Nel frattempo Hannibal Lecter vive sotto mentite spoglie a Firenze, preparandosi a rivestire la funzione di bibliotecario nella prestigiosa Biblioteca Capponi. Clarice Starling, divenuta un veterano dell’Fbi, a dieci anni esatti dalle vicende che la legarono al serial killer cannibale si trova nei guai a causa di un’operazione di polizia risoltasi in un’inutile strage. Questi tre destini tornano a incrociarsi quando Rinaldo Pazzi, frustrato ispettore di polizia, scopre la vera identità del bibliotecario e cerca di venderlo a Verger.

Un qualsiasi confronto tra
Il silenzio degli innocenti
di Jonathan Demme e il suo sequel
Hannibal
sarebbe inutile, fuorviante e controproducente. Per
Hannibal
, s’intende. È chiaro che il capolavoro di Demme costituisce uno di quei casi – più unici che rari nella storia del cinema – destinati a non incoraggiare paragoni. Di
Il silenzio degli innocenti
, come di
Psycho
, ne esiste uno solo, unico e inimitabile. Del resto, nel caso di
Hannibal
era chiara sin dal principio l’operazione commerciale impiantata da Dino De Laurentiis. Il mediocre romanzo di Thomas Harris nasce già in funzione del progetto cinematografico e i vari contributi artistici (Ridley Scott alla regia, David Mamet e Steven Zaillian alla sceneggiatura, Pietro Scalia al montaggio) sono garanzie per quella che resta una speculazione commerciale sulle spalle di un classico. Budget alle stelle, con trenta degli ottanta milioni di dollari investiti finiti delle tasche di Anthony Hopkins, la ragion d’essere stessa del film.

Ed eccoci arrivati al risultato finale: com’è
Hannibal
? Cos’è l’annunciato evento cinematografico di una stagione asfittica come questa? È uno splatter nobilitato da interpretazioni magistrali e da un dispiego di mezzi che, durante i gloriosi anni Settanta, Tobe Hooper e Wes Craven potevano solo sognarsi. Tutti storcerebbero il naso di fronte a budella penzolanti, cervellini fritti impanati, carotidi recise, crani addentati da cinghiali. Qui è diverso: portati in serie A, questi materiali diventano grand guignol, fanno parte dello spettacolo colto, si armonizzano con le dissertazioni su Dante, i poeti stilnovisti, la Firenze rinascimentale e medicea, la psicanalisi e le grandi firme della moda italiana. Occorre dire comunque che i singoli raccapriccianti numeri sono la cosa migliore del film, lasciati galleggiare in un mare narrativo tremendamente farraginoso e noioso. Sembra quasi di vedere tre o quattro pellicole cucite l’una dopo l’altra per rinvigorire la suspense con iniezioni macabre ad hoc. E la parte fiorentina, che dovrebbe essere la più originale e caratteristica, si risolve in un lungo episodio frigido e supponente, suggestivo solo a livello scenografico.

Ma la differenza più macroscopica rispetto al
Il silenzio degli innocenti
la si trova nella caratura del protagonista. Il doctor Lecter di Demme era il Male assoluto incarnato, immobile e inquietante, al limite dell’astrazione iconica. Qui Hopkins diventa un eroe a suo modo positivo: uccide i cattivi, protegge e flirta spudoratamente con la giovane agente dell’Fbi. Ma la sua onnipotenza è ridotta alla capacità di agire incontrastato, come un qualsiasi criminale di talento. Stavolta fa molta più paura il suo antagonista, Verger, interpretato – dietro una maschera mostruosa – da Gary Oldman. In assenza di spessore filosofico e concettuale, rimangono l’ostentazione dell’orrore, la narrazione diluita, le ambiguità svelate e sottolineate. E tante immagini patinate e frenetiche: il tutto nella migliore e peggiore tradizione di un ex pubblicitario quale Ridley Scott, ormai lontano dagli esiti di
Alien
e
Blade Runner
.

Freddo, accademico, formalista. Tutt’altro che un film cattivo e spiazzante. Al più un po’ cinico e dissacrante.
(anton giulio mancino)

Farinelli – Voce regina

La saga sontuosamente filmata di due fratelli nell’Europa del XVIII secolo, uno compositore e l’altro cantante d’opera castrato (che, nonostante la castrazione infantile, corteggia risolutamente le donne, con l’aiuto del fratello). La sceneggiatura ondivaga ha troppi flashback e indaga troppo poco le motivazioni dei due fratelli; eppure, il film è provocante e attraente. La voce da castrato di Farinelli è stata ricreata da una commistione digitale di un cantante d’opera maschile e una femminile. Titolo originale: Farinelli il castrato. Candidato agli Oscar come Miglior Film Straniero nel 1995.

Volevamo essere gli U2

Dal lavoro teatrale di Umberto Marino. Il batterista Marco forma un complesso rock assieme ad alcuni amici. Ultimo a entrare nella band è il chitarrista Rocco, l’elemento più valido del gruppo. I sogni di gloria dei ragazzi sono destinati a scontrarsi con la più cruda e deludente realtà. L’origine teatrale del testo, purtroppo, si sente e la banalità della vicenda e dei dialoghi, oltretutto, non aiuta. Nel ’90, il regista Andrea Barzini aveva portato sullo schermo un’altra commedia di Marino: Italia-Germania 4-3 . (andrea tagliacozzo)

Lamerica

Dramma toccante e amaro ambientato nell’Albania post-comunista, che racconta la fatalità che lega un giovane e arrogante capitalista italiano (Lo Verso) e un prigioniero politico appena liberato, che il primo tenta di sfruttare. Un resoconto politicamente acuto di come gli oppressi passino da una forma di sfruttamento all’altra a ogni cambio di regime. Amelio coglie con efficacia cosa vuol dire sentirsi un profugo povero e impotente.

Alatriste – Il destino di un guerriero

Diciassettesimo secolo. L’impero spagnolo manda i suo soldati a difendere le frontiere conquistate col sangue. Diego Alatriste è un soldato coraggioso e fedele; persino quando viene a conoscenza che l’impresa è un suicidio si mette comunque in viaggio per non macchiare la sua reputazione di valente spadaccino. Il compagno di battaglie Balboa finisce vittima di un’imboscata nelle gelide Fiandre e gli raccomanda suo figlio Iñigo affinché lo cresca e gli impedisca di divenire un soldato. Al ritorno a Madrid, però, Alatriste trova un impero in rapido declino: la corruzione è legge e gli intrighi di corte trovano un saldo alleato nella Santa Inquisizione: Boccanegra. Tradimenti, morti e violenze si consumano in nome del “Re Nostro Signore”, un sovrano indifferente, pericolosamente elevato al rango di dio.

Il ladro di bambini

A Milano, dopo l’arresto della madre, l’undicenne Rosetta e il fratellino Luciano, siciliani, vengono affidati al carabiniere Antonio. Il giovane, assieme a un collega, ha il compito di accompagnare i ragazzi in un istituto per minori. Durante il viaggio, che prende una piega imprevista, il sensibile Antonio riesce a vincere la diffidenza dei due bambini. Un inedito viaggio attraverso l’Italia dei nostri giorni, toccante e realistico, solo rarmente didascalico (al contrario del successivo Lamerica ). Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 1992. (andrea tagliacozzo)