Tender Mercies – Un tenero ringraziamento

Film avvincente ma estremamente misurato su un cantante country che trova l’ispirazione per riordinare la propria esistenza quando incontra una giovane e bella vedova con figlio. La prova da Oscar di Duvall è il vero punto forte, sebbene tutto il cast sia pregevole; anche se la sceneggiatura di Horton Foote (anch’egli premiato con l’Oscar) non è tanto una storia quanto una successione di bozzetti. Per la cronaca, Duvall ha scritto due delle sue canzoni per il film.

Harry and Son

Paul Newman, alla sua quarta regia, descrive i difficili rapporti tra un padre e un figlio. L’anziano Harry, vedovo da due anni, dopo aver perso il lavoro è costretto a restare in casa quasi tutto il giorno. Il suo carattere chiuso e scorbutico non lo aiuta a entrare in sintonia con il figlio Howard, un giovane idealista che spera un giorno di diventare scrittore. Un Newman insolitamente sottotono, sia come attore che come regista. Il tema, di per sé interessante, poteva essere sviluppato in modo sicuramente migliore, anche se il coinvolgimento dell’attore – che nel 1978 aveva perso il figlio Scott, morto per un’overdose – è evidente e nelle pagine migliori affiora una certa commozione.
(andrea tagliacozzo)

Johnny il bello

Johnny Sedley, detto ironicamente
il bello
a causa di una deformazione che gli deturpa il volto, si associa con l’amico Mickey e con altri due balordi, Rafe e la bella Sunny, per compiere una rapina. Una volta portato a termine il colpo, gli ultimi due uccidono Mickey e permettono la cattura di Johnny che, condannato a diversi anni di prigione, medita di vendicarsi. Un melodramma d’azione diretto da Walter Hill con stile veloce ed efficace. Non male anche Mickey Rourke, ben al di sopra dei suoi soliti standard.
(andrea tagliacozzo)

Seduzione pericolosa

Un poliziotto di New York, in crisi per il recente divorzio, pensa seriamente di mollare il mestiere. Ma il complicatissimo caso riguardante l’assassinio di tre uomini, probabilmente uccisi da una psicopatica che sceglie le sue vittime tra gli inserzionisti di una rubrica di cuori solitari, lo induce a rimandare la sua decisione e a buttarsi nelle indagini. Un thriller poco originale nelle premesse – il similare Blue Steel, girato da Kathryn Bigelow l’anno successivo, è di gran lunga più interessante – ma ben confezionato e non privo di momenti di tensione. Bravi gli interpreti, tra i quali la rivelazione Ellen Barkin – perfetta nel ruolo da Femme Fatale – e John Goodman. (andrea tagliacozzo)

Lei mi odia

Per chi ha qualche dimestichezza con la sua filmografia, non è una novità che Spike Lee abbia sempre tentato di tastare il polso all’evoluzione del costume e della morale americani. Il mondo del basket
(He Got Game),
della televisione
(Bamboozled),
la vita di strada degli spacciatori neri
(Clockers)
e la riflessione sulla coscienza degli afroamericani
(Bus – In viaggio),
sono solo alcune delle tappe e dei temi della meditazione storico-sociale del regista sul suo Paese, che ha avuto l’esito più maturo ne
La 25ª ora.

Questa volta gli intenti di critica e gli agganci alla cronaca sono più scoperti che mai. Ispirato dagli scandali finanziari degli ultimi anni (i casi Enron e Worldcom su tutti), che hanno visto il crollo di giganti mondiali causato dall’avidità e amoralità del management, Lee opta esplicitamente per il pamphlet accusatorio del deficit etico della società americana, e lo fa quasi con i toni della commedia.

Protagonista è John Armstrong, «Jack» (Anthony Mackie), giovane e devoto manager di una multinazionale farmaceutica che vuole brevettare prematuramente un vaccino contro l’Aids. Il suicidio del ricercatore capo gli farà scoprire le frodi azionarie e le sottrazioni illecite del presidente Powell (Woody Harrelson). Jack fa una denuncia anonima alla Sec ma i suoi capi lo scoprono e lo licenziano in tronco, cercando in seguito di addossargli la responsabilità del crack in borsa. La sua vita sembra finita: non trova più lavoro e per giunta il suo conto è stato congelato dalla sua ex società. La svolta gli arriva in casa con la sua ex ragazza Fatima (Kerry Washington) ora lesbica convinta e donna d’affari di successo. Lei e la sua compagna Alex (Dania Ramirez) gli propongono una transazione: soldi cash perché lui le «insemini». Essere trattato come macchina riproduttiva non fa piacere, soprattutto se amavi la donna che adesso ti chiede un figlio da crescere con un’altra donna. Ma i soldi comprano anche l’orgoglio, e se poi la faccenda è trasformata in un business redditizio dalla stessa Fatima, ci si adatta: in fondo 10.000 dollari a missione, per inseminare un plotone di lesbiche con un imprenditoriale istinto materno, sono un bell’affare.

Intanto sul piano giudiziario le cose si mettono male: Jack viene arrestato e finisce sotto processo. Ma in aula saprà riscattare la sana coscienza dell’onesto americano e bacchettare l’ipocrisia del potere.

Lee, sono parole sue, ha «voluto sollevare degli interrogativi sul declino della morale e dell’etica in America» ma si è lasciato prendere la mano da uno schematismo didascalico, con un risultato ambiguo e contraddittorio nella forma e nel contenuto. Nella forma, perché l’opera parte come film di impegno civile (geniali i titoli di testa, con le immagini «fluttuanti» dei dettagli delle banconote, quasi una storia iconografica dell’America rooseveltiana); vira verso la commedia (spassosa la fase delle trattative e degli amplessi); e chiude con la soluzione più compiacente e buonista (la famiglia felice, babbo-due mamme-e figli). Nel contenuto, perché associando la denuncia della corruzione dei valori economici con quella dei valori sessuali e identitari, Lee ha posto dei nessi causali interessanti ma in cui non ha saputo districarsi, non approfondendo così né l’uno né l’altro tema. E infatti, nei punti chiave, l’impressione fastidiosa è quella dell’eccesso, ora verso una sbrigativa retorica dell’indignazione, ora verso una superficiale faciloneria nell’affrontare l’omosessualità come scelta (per lei) o come privazione (per lui), o la paternità-maternità in una famiglia omo-etero, fino allo stesso rapporto fra i sessi «rovesciato» dal denaro.

Il ritmo tiene, certo, qualche personaggio strappa un sorriso (Turturro, boss rassegnato al declino che fa l’imitazione di Marlon Brando nel
Padrino)
ma da Spike Lee era lecito aspettarsi di più.
(salvatore vitellino)

Guarda alcune

immagini
tratte da
Lei mi odia

Ocean’s Thirteen

Danny Ocean e compagni devono togliere dai guai l’amico di vecchi data Reuben Tishkoff (Elliot Gould), entrato in affari con il losco uomo d’affari Willy Banks (Al Pacino). Ocean ha così intenzione di rovinare la festa di inaugurazione del nuovo casinò di Banks, screditandolo agli occhi della stampa e vendicando il torto subito dall’amico.

Voglia di ricominciare

La storia straziante ma del tutto avvincente — ambientata negli anni Cinquanta — di un ragazzo e della madre nomade, che finiscono con l’andare a vivere in una zona sperduta dello stato di Washington con un tanghero che minaccia e picchia il giovane. Un ritratto scottante, vetrina per interpretazioni eccellenti (compresa la giovane rivelazione DiCaprio), ma ciò che in definitiva lo fa funzionare è la consapevolezza che si tratta di una storia vera. Sceneggiatura di Robert Getchell, dal libro autobiografico di Tobias Wolff. Clairmont-Scope.

Mercy-Senza pietà

Una poliziotta deve risolvere il caso di un pluriomicida maniaco. Ma si imbatte in uno piscanalista travestito e in una lesbica che fa parte di una setta segreta… I film sui serial killer da qualche anno si assomigliano tutti. Questo
Mercy
di Damian Harris non solo non fa eccezione, ma si colloca al di sotto di una media già di per sé bassa. Solite morti sospette, solita figura femminile con qualche problema personale nei panni del detective e solita trafila di indagini che scavano nel torbido di qualche mente traviata. Che stavolta l’agente si chiami Catherine Palmer e non Clarice Starling come ne
Il silenzio degli innocenti
non fa molta differenza. E che inoltre, strada facendo, ci si addentri in un pericoloso terreno di amore (saffico) e di morte, non può non far venire in mente i tanti, troppi, sexy-thriller scritti da Joe Esztheras (
Basic Instinct, Jade
), che erano persino migliori di questo
Mercy
. Cosa resta? La suspence? Quella di
Mercy
lascia un tantino a desiderare. Allora cos’altro? L’attrice protagonista, per esempio: Ellen Barkin è sempre brava con quella sua aria grintosa, volgare e nel contempo ambigua.
(anton giulio mancino)

A cena con gli amici

A Baltimora, cinque amici, lasciatisi ormai alle spalle l’adolescenza, si riuniscono periodicamente per ricordare con nostalgia le vecchie imprese. Qualcuno è maturato, qualcun’altro meno. Tutti, comunque, sono alle prese con i problemi che comporta inevitabilmente l’età adulta. Film d’esordio di Barry Levinson (e per gli attori Ellen Barkin e Paul Reiser), si distacca da altri prodotti del genere grazie a una sceneggiatura sufficientemente intelligente e alla discreta interpretazione corale degli attori, allora sconosciuti, ma di lì a poco destinati quasi tutti al successo. (andrea tagliacozzo)

Delitto + castigo a Suburbia

Una donna uccide il patrigno che l’aveva violentata e lascia che le colpe ricadano sulla madre. Che, dal canto suo, non fa nulla per discolparsi… Prendete
American Beauty
, togliete gli attori bravi (soprattutto Kevin Spacey), la regia stilizzata e i trucchetti di sceneggiatura. Quel che rimane è
Delitto + castigo a Suburbia
, un film il cui unico merito è forse di gettare un’ombra di salutare sospetto sul suo modello. Anche
American Beauty
era fasullo, ma almeno più sociologicamente intelligente. La somiglianza col film di Mendes è imbarazzante, e nonostante gli incongrui capitomboli registici si scivola pian piano nell’area del tv movie (con tanto di patrigno che abusa della figliastra: un must). Gli attori non sembrano particolarmente in vena (Michael Ironside, caratterista di cento war-movies, imita spudoratamente le smorfie di Jack Nicholson). Qualche ideuzza di regia (le immagini dalla tv), ma il film è proprio finto-giovane (Larry Gross, produttore e sceneggiatore del film è una vecchia volpe che ha scritto i copioni di
48 ore
,
Fino a prova contraria
e varie cose televisive). E per favore, non nominiamo Dostoevskij invano.

(
emiliano morreale
)

Paura e delirio a Las Vegas

Insieme a
Brazil
, il capolavoro di uno dei pochi visionari autentici del cinema contemporaneo. È il film che chiarisce definitivamente il retroterra dell’autore, generazionalmente più vicino a Scorsese che a Tim Burton o a Spielberg. Gilliam si confronta con un libro cult della controcultura (
Paura e disgusto a Las Vegas
di Hunter H. Thompson) e, pur lanciandosi in una serie di invenzioni visive trascinanti, ne compie una rilettura critica e postuma. L’utopia è da sempre il tema prediletto di Gilliam: e
Paura e delirio a Las Vegas
è una pellicola sulla morte dell’utopia, e sulle droghe come simbolo e vettore di questa morte.
«Las Vegas è il sesto Reich», dice uno dei protagonisti. Il loro carnevale (eccezionali e irriconoscibili Johnny Depp e Benicio Del Toro, che sembrano davvero due cartoon) nasce sulle ceneri del movement: i titoli di testa insanguinati compiono un fulmineo riepilogo di tutta un’epoca, esattamente come all’inizio del film definitivo sul ‘68,
Le fond de l’air est rouge
di Chris Marker (autore di
La jetée
, già modello di Gilliam per
L’esercito delle dodici scimmie
).
(emiliano morreale)

Daunbailò

Il terzo film di Jarmusch (anche sceneggiatore) è intrigante, divertente e leggero in ogni momento: uno sguardo su tre perdenti che finiscono insieme in carcere, e poi riescono a evadere. La vicenda acquista veramente vita quando entra in scena Benigni. Film dall’andamento pacato, fotografato in uno spettacolare bianco e nero da Robby Müller in Louisiana. I co-protagonisti Lurie e Waits hanno contribuito anche alla colonna sonora.

The Big Easy

A New Orleans, Anne Osborne, giovane e graziosa assistente del Procuratore Distrettuale, indaga su alcuni presunti atti di corruzione avvenuti in un distretto di polizia. Tra i sospettati figura anche il tenente Remy McSwain. Nonostante la ragazza si sia a poco a poco innamorata del poliziotto, una volta ottenute le prove della sua colpevolezza non esita a incriminarlo. Pellicola di discreta fattura che privilegia maggiormente il tratteggio dei personaggi rispetto all’intreccio poliziesco vero e proprio. Jim McBride tornerà a dirigere Dennis Quaid un paio d’anni più tardi nel pirotecnico
Great Balls of Fire.
(andrea tagliacozzo)