Ma quando arrivano le ragazze?

Gianca e Nick, ventenni bolognesi, si conoscono a Perugia durante lo stage per giovani musicisti di Umbria Jazz. Gianca suona il sax e cerca di non deludere le aspettative di un padre che ha rinunciato alle sue velleità artistiche per diventare un affermato consulente finanziario, Nick ha scoperto da poco il suo amore per la tromba ma è dotato di una tecnica ancora approssimativa. La comune passione fa nascere prima una forte amicizia e poi un gruppo jazz che servirà da rampa di lancio per il talento naturale di Nick. Messo di fronte a una mediocrità artistica che la grande passione non riesce a mascherare, Gianca segue lo stesso percorso del padre e sposa Francesca, la ragazza dei suoi sogni.
Pupi Avati al suo meglio. Prendere o lasciare. Chi non ha mai apprezzato il lavoro del regista bolognese non cambierà certamente idea guardando questo film dal forte taglio autobiografico. I fan dell’autore di Regalo di Natale troveranno invece nella pellicola, svolte con leggerezza ma in maniera tutt’altro che superficiale, tutte le tematiche care al suo cinema: l’amore, l’amicizia, il tradimento. Paolo Briguglia (Gianca, alter ego cinematografico di Avati) e Claudio Santamaria (Nick) sono una coppia assai ben assortita e Vittoria Elisa di Rivombrosa Puccini non è soltanto bella. Johnny Dorelli convince nel ruolo del patetico padre del protagonista e anche i personaggi di contorno (gli altri membri della band) sono qualcosa in più di semplici macchiette, ognuno con la sua storia, solo accennata ma intrigante. Il miglior film italiano di queste prime settimane del 2005. (maurizio zoja)

La via degli angeli

In pieno ventennio fascista, è tempo di primavera sull’appennino bolognese. Come ogni anno il primo sabato della stagione è grande festa a Castel del Vescovo e tutti vanno a divertirsi. Ines va a festeggiare, sperando di trovare l’uomo della propria vita e si innamora del figlio di un antiquario. Pellicola dalle aspirazioni tipicamente avatiane, ma piagata da molta retorica.

Concorrenza sleale

Roma, dalle parti del Vaticano, 1938. Accanto all’antica sartoria di Umberto Melchiorri apre il merciaio Leone Simeoni. Vende vestiti confezionati e dozzinali, ha uno stile spregiudicato, coi clienti ci sa fare. È ebreo. Col vicino è subito concorrenza spietata: ma quando gli effetti delle leggi razziali cominciano a farsi sentire, Umberto passa dalla parte giusta.

Fin dalle prime immagini (un bimbo che sembra tanto uno sceneggiatore fa un riassunto dello stato dei personaggi e dell’intera Italia nel 1938), il nuovo film di Scola materializza i peggiori timori della vigilia: didascalico, lento, farcito fino a scoppiare di zeppe narrative, dominato da due gigioni che rimangono altrettante macchiette. Si può capire l’indignazione e la voglia di comunicare alle giovani generazioni, ma tutto ciò non giustifica la demagogia (il fratello scemo e parassita che diventa fascista in quanto scemo e parassita) e la sciatteria (i personaggi si perdono per strada, e si ha l’impressione che interi blocchi narrativi siano stati rimossi all’ultimo momento). Il resto, a partire dal solito valzerino di Trovajoli, è risaputo. Ma lo spettatore, sebbene provato, sfotte pur sempre con dolore. Fa male pensare che il regista di questo film sia lo stesso del capolavoro
Una giornata particolare
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(emiliano morreale)