L’oro di MacKenna

Lo sceriffo MacKenna viene a sapere da un vecchio saggio indiano dell’esistenza di una montagna fatta tutta d’oro. Al diffondersi della notizia, schiere di avventurieri cercano di impossessarsi del tesoro. Primo fra tutti, un terribile e spietato bandito messicano. Il film, originariamente girato in Cinerama, ha un ottimo cast, un buon impianto spettacolare e un’azzeccata colonna sonora composta da Quincy Jones. Troppo poco, comunque, per riscattare una sceneggiatura che sfiora più volte il ridicolo.
(andrea tagliacozzo)

Lo straniero

Terzo film diretto da Orson Welles (senza contare l’incompiuto It’s All True, del ’42). Un criminale nazista, che si è rifatto l’esistenza sotto mentite spoglie in una tranquilla cittadina americana, vede crollare il suo castello di menzogne con l’arrivo di un uomo incaricato d’indagare sul suo conto. Un’opera su commissione che Welles comunque svolge in modo egregio, riuscendo a confezionare anche un paio di sequenze d’antologia. Nomination per la sceneggiatura di Trivas. (andrea tagliacozzo)

Delitto alla televisione

Bravo Robinson nel ruolo di un esperto ricercatore di criminali per un misterioso programma televisivo, che viene colto sul fatto per un omicidio utilizzato per una delle puntate. Hanno un particina anche Kathleen Freeman e Beverly Garland. L’originale è stato girato in 3-D.

Il vendicatore

Storia arzigogolata ma divertente di un truffatore (Robinson) alla ricerca della “vera classe” nella vita. Quando tenta di ricongiungersi con la sua vecchia compagnia, viene cacciato cosicché si rifugia in un monastero per architettare la prossima mossa. Deliziosa la Sothern nella parte della fedelissima ragazza del protagonista.

Un bandito in vacanza

Robinson in gran forma comica nei panni di un gangster che inizia a rigare dritto quando finisce il proibizionismo. Questa spassoso adattamento della commedia di Damon Runyon e Howard Lindsay vede il produttore di birra Robinson fare bancarotta in una casa di vacanza piena di personaggi e di cadaveri. Rifatto con il titolo Quattro morti irrequieti.

L’oltraggio

Juan Carrasco viene condannato per aver ucciso un uomo e aver usato violenza alla moglie di questi. Dell’accaduto si raccontano diverse contrastanti versioni, tra le quali quelle della donna e dell’assassino. Ma nessuno sa realmente come siano andate le cose. Tratto da
Rashomon
di Akira Kurosawa, il film è un lavoro minore del regista Martin Ritt, pretenzioso e privo dello spessore della pellicola originale giapponese. Paul Newman è quasi irriconoscibile, imbruttito da un trucco pesante ma efficace.
(andrea tagliacozzo)

Due settimane in un’altra città

L’attore americano Jack Andrews, reduce da un grave incidente e in netto declino di popolarità, arriva a Roma per girare un nuovo film. Nella capitale viene raggiunto dalla moglie Carlotta che, dopo un periodo di separazione, vorrebbe tentare di riconciliarsi con il marito. Un amaro affresco del mondo del cinema, quasi un seguito di
Il bruto e la bella
(realizzato dallo stesso Minnelli nel ’52 con Kirk Douglas e il produttore John Houseman), anche se in tono minore rispetto al precedente.
(andrea tagliacozzo)

La mia geisha

Un regista, sposato a un’attrice affermata, è convinto che il successo dei suoi film dipenda soprattutto dalla costante presenza della celebre consorte. Deciso a fare a meno della moglie per la sua nuova versione della Madama Butterfly, l’uomo parte per il Giappone. Ma l’attrice, perfettamente truccata da orientale, riesce a ingannare il marito e ottiene la parte. Un film poco convincente, nonostante gli sforzi dell’ottimo cast e uno spunto originale. La storia è vagamente ispirata ai rapporti della MacLaine con l’allora marito Steve Parker, produttore del film. Sceneggiatura di Norman Krasna. (andrea tagliacozzo)

Piccolo Cesare

Cesare Rico Bandello, gangster di origine italiana, si dedica con fortuna a colpi di modesta levatura, ma aspira a ben altro. Riuscito a entrare nella banda di Sam Vettori, Rico in breve tempo s’impone fino a diventarne il capo indiscusso. Uno dei migliori film del genere gangsteristico, lanciò in grande stile il non più giovanissimo Edward G. Robinson (all’epoca trentasettenne), memorabile nei panni del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

La fiamma del peccato

Una voce si snoda su un magnetofono, per raccontarci sin da subito quello che «è già stato» e che in ogni caso «doveva essere»… È la cronaca della discesa nell’abisso di un agente di assicurazioni (Fred McMurray), convinto da una donna (Barbara Stanwyck) ad uccidere il marito di lei, per riscuotere poi il denaro di un’assicurazione con «doppia indennità». In altri termini il racconto dell’attuarsi di un implacabile destino di fallimento e tradimento, nel momento in cui il piano dei due amanti diabolici viene svelato dall’investigatore della stessa compagnia di assicurazione (Edward G. Robinson), amico fraterno (e neppure tanto velato «super Io») dell’assassino… Da un racconto di James Cain, ma sceneggiato da Raymond Chandler, questa pellicola di Billy Wilder è forse quello che si potrebbe definire il film noir per eccellenza. Lo è non solo per la collaborazione tra il regista e il più grande scrittore del genere in questione, ma per il suo voler raccontare l’ineluttabile attuarsi del fato attraverso la tipica struttura a flashback, narrata da una voce in fondo «già morta» (come poi più esplicitamente nel successivo capolavoro del regista, Viale del tramonto, e in altri grandi film con «morto che parla» del cinema americano anni Quaranta, quali Lettera da una sconosciuta di Ophuls o Monsieur Verdoux di Chaplin). Lo è perché a starci attenti nessun altra ha saputo incarnare la seduzione mortale della dark lady di turno quanto la Barbara Stanwyck del film, con quelle sue labbra turgide e sempre inumidite. E lo è poi per quel disincanto e pessimismo che i film noir dell’epoca sapevano nascondere, proprio all’interno della produzione della Hollywood classica. Ma c’è un valore aggiunto a tutto questo, ed è il cinismo e l’ironia dell’autore, il marchio del grande Billy Wilder. Ne La Fiamma del peccato la seduzione del sesso e del denaro sono un tutt’uno indissolubile, ma la trappola che innesca l’abbaglio del mondo capitalistico, ci insegna sempre Wilder, si assume innanzitutto nella forma della maschera e del travestimento, attraverso la quale ogni facciata nasconde sempre il suo contrario, in un gioco impietoso. Di qui l’inconfondibile stile di Wilder, il regista capace di dirci, con falsa semplicità e magari nel camuffamento di una risata, le cose più terribili. (michele fadda)

Cincinnati Kid

Avrebbe dovuto dirigerlo Sam Peckinpah, ma è – insieme a
La calda notte dell’ispettore Tibbs
e
Rollerball
– uno dei vertici della filmografia di Norman Jewison.
Cincinnati Kid
, scritto dal compianto Ring Lardner jr. (uno dei «dieci di Hollywood» invisi al maccartismo, autore anche del copione di
M.A.S.H.
), è un piccolo classico sul fruttuoso binomio tra cinema e tavolo verde. Il film, il cui impianto ricorda molto quello de
Lo spaccone
di Robert Rossen, svolge sul terreno impervio dei tavoli da poker l’eterna ossessione americana del gioco. Il ritratto ambientale è potente, la suspense di prim’ordine e le molte parentesi private efficaci. L’allegorico conflitto tra l’anziano gambler Edward G. Robinson e il giovane e arrogante Steve McQueen si conclude con il riconoscimento da parte di quest’ultimo del magistero della vecchia guardia. Celebre la battuta finale del vecchio giocatore, il quale ammonisce il più giovane ricordandogli che dovrà sempre accontentarsi di un secondo posto. Almeno finché il più esperto resterà in circolazione.
(anton giulio mancino)

2022, i sopravvissuti

A New York, nell’anno 2022, quaranta milioni di abitanti lottano per la sopravvivenza e si spartiscono l’ormai scarso spazio vitale e le sempre più ridotte razioni di plancton prodotte dalla Soylent, una industria alimentare. Tratto dal romanzo «Make Room!, Make Room!» di Harry Harrison, un buon film di fantascienza, cupo e inquietante al punto giusto.
(andrea tagliacozzo)

I dieci comandamenti

Vivida narrazione orale ai massimi livelli. Kolossal biblico che ripercorre la vita di Mosè dalla nascita e l’abbandono fino alla maturità, con la schiavitù e le prove affrontate nel portare gli ebrei fuori dall’Egitto. Poche sottigliezze nel secondo approccio di De Mille a questo soggetto (il primo è del 1923), ma anche pochi momenti di staticità. La divisione delle acque del Mar Rosso e la scrittura delle tavole sacre sono momenti clou indimenticabili. Oscar agli effetti speciali. VistaVision.