L’importanza di chiamarsi di Ernest

Jack Worthing (Colin Firth) ha un segreto, una doppia vita. In campagna da uomo morigerato, tutore di una giovane donna molto ricca, in città libertino, frequentatore di locali e bische. Per scappare dalla campagna si è inventato un fratello scapestrato che vive a Londra, Ernest. In città ha un amico, Algy Moncrieff (Rupert Everett), sempre in bolletta e amante della bella vita. Algy chiede di incontrare la pupilla di Jack per sposarla, fingendosi poi il famoso fratello Ernest. Jack a sua volta vuole sposare la cugina di Algy. A creare problemi c’è la zia di Algy, Ogasta (Judi Dench), e il particolare che le due promesse spose desiderano esclusivamente uomini che si chiamano Ernest. Tra equivoci e humour inglese una piacevole commedia, brillante, dove la modernità di Oscar Wilde è ben evidente e dove gli attori, soprattutto i due protagonisti maschili, fanno il resto. La «delicata bolla di fantasia», come il grande autore dandy l’aveva definita, riesce, anche per la durata contenuta della pellicola, a mantenere l’attenzione dello spettatore tra una risata e l’altra. Una nota in più per le scene e la fotografia.
(andrea amato)

Soldato d’Orange

Le vite di sei ricchi e spensierati studenti universitari olandesi vengono irrevocabilmente cambiate quando i tedeschi occupano il loro paese nel 1940. Ottimo dramma, con Hauer al suo meglio nella parte di un affascinante aristocratico che viene coinvolto nella Resistenza. Basato sul romanzo autobiografico di Erik Hazelhoff.

Il giorno dello sciacallo

Intrigante adattamento del best-seller di Frederick Forsyth su un piano per assassinare De Gaulle e sugli accurati preparativi per l’omicidio. Bella la regia, che ha girato in mezza Europa e approfittato di un cast di prima classe. Remake nel 1997: The Jackal.

Ritorno dal fiume Kwai

Ideale seguito de
Il ponte sul fiume Kwai
, il classico di David Lean datato 1958. Nel 1945, in Thailandia, alcuni prigionieri inglesi vengono caricati su un treno per essere trasferiti in Giappone. Durante il viaggio, gli abitanti di un villaggio, guidati da un colonnello britannico e da un pilota americano, attaccano il convoglio. Paragonato al film di Lean, questo di McLaglen non regge di certo il confronto. Come film d’avventura in sé, invece, si lascia apprezzare, anche grazie a un cast di tutto rispetto in cui spiccano il veterano Denholm Elliot e Chris Penn (cinque anni prima dell’exploit de
Le iene
).
(andrea tagliacozzo)

I duellanti

Lungometraggio d’esordio di Ridley Scott. Gabriel Féraud, tenente dell’esercito napoleonico, sfida a duello il collega Armand d’Hubert. Il primo ha la peggio, ma sopravvive. Alla prima occasione, Féraud, che non desidera altro che cancellare l’onta della sconfitta, torna a sfidare d’Hubert. Suggestivo adattamento di
The Duel
di Joseph Conrad, il film venne premiato a Cannes come migliore opera prima. A tutt’oggi rimane una delle opere più interessanti del futuro regista di
Blade Runner
.
(andrea tagliacozzo)

Quell’ultimo ponte

Versione insipida e iperprodotta dell’ottimo libro di Cornelius Ryan, incentrata sui disastrosi bombardamenti degli alleati dietro le linee tedesche in Olanda nel 1944. Esistono copie da 158 minuti. Vincitore di  3 BAFTA Film Award.

Gandhi

Ampia narrazione della vita e dell’era di Mohandas K. Gandhi, dagli esordi come semplice avvocato fino a divenire il leader di una nazione e un simbolo di pace e comprensione per il mondo intero. La narrazione ad arte è perfetta, nella migliore tradizione dell’epopea hollywoodiana, ma la seconda metà del film non è avvincente quanto la prima. Kinsley è indimenticabile nel ruolo principale. Vinse otto Oscar fra cui quello per il miglior film, miglior attore protagonista, per la regia e la sceneggiatura (di John Briley). Fate caso a Daniel Day-Lewis nei panni di uno dei tre giovani che avvicinano Gandhi per strada. 

Stage Beauty

Siamo a Londra, all’epoca di Carlo II Stuart, che fu re in Inghilterra dal 1660 al 1685, dopo che suo padre era stato decapitato (Carlo I) e dopo che Cromwell e suo figlio ebbero regnato repubblicanamente per un decennio. Durante il suo regno successero molte cose, politicamente assai rilevanti, che al film non interessano: l’editto puritano che vietava alle donne di salire sul palcoscenico fu dal re stesso abrogato. Naturalmente, come successe nel cinema al passaggio dal muto al sonoro, molti attori persero il lavoro, tra i quali coloro che si erano specializzati in ruoli femminili. Il film racconta la storia – su un traliccio di verità rintracciabile anche in quel meraviglioso documento dell’epoca che è il Diario di Samuel Pepys – dell’ultimo interprete di ruoli femminili, Ned Kynaston, interpretato da Billy Crudup, intrecciando una vicenda poco credibile, da Eva contro Eva, condita da ambiguità sessual-sentimentale e con scontato lieto-fine.
Il film, che in realtà si salva proprio per la caratterizzazione secondaria, vorrebbe proporsi come genere storico-di costume, costume come marginalia historica di rilevante sociologia, ma con discutibili attualizzazioni, che il regista Richard Eyre pratica con molta nonchalance. Per esempio la ipernaturalistica interpretazione finale dell’uccisione di Desdemona è del tutto improbabile, e qualsiasi storico del teatro ne riderebbe; il duca di Buckingham (Ben Chaplin) che ascolta il derelitto amante in un Hammam simile a quelli di oggi, con tanto di asciugamanino in vita come in un gay-film preAids, lascia molto sconcertati sull’anticipazione dei costumi orientali al XVII secolo (ricordo che le Lettere persiane di Montesquieu risalgono al 1721). Ma sono quisquiglie di fronte alle grossolanità psicologiche delle inclinazioni sessuali del protagonista, incarcerato femmina in corpo maschile per educazione artistica: cioè siamo ancora alle volgarizzazioni più corrive della psicanalisi ad usum delphini, cioè Hollywood anni Quaranta-Cinquanta.
Insomma, un guazzabuglio storicamente e psicologicamente insensato, ma visibilmente molto accattivante e divertente. Tutto ricorda, in bene e in male, nella piacevolezza come nella cialtroneria Shakespeare in Love. Lo si vede e ci si diverte grazie alle interpretazioni di Crudup e di Claire Danes (Maria), al cammeo caricaturale di Carlo II di Rupert Everett, alla simpatica caratterizzazione di Samuel Pepys (interpretato da Hugh Bonneville), alla ricostruzione scenica della Londra e dei teatri dell’epoca. Quanto basta per andare a vederlo. (piero gelli)