L’uomo del treno

Un uomo misterioso arriva in treno in una cittadina di provincia, che gli appare semideserta. In una farmacia incontra un uomo che gli offre ospitalità. Quest’uomo è un professore di francese in pensione, scapolo, che vive in una grande casa con giardino, dall’arredamento un po’ tetro e i muri scrostati. Il professore ha sempre sognato di essere un avventuriero come quell’uomo sceso dal treno, che a sua volta vorrebbe avere una vita tranquilla come quella del professore, fatta di pantofole e lezioni private di poesia. I due dovranno passare tre giorni insieme, impareranno a conoscersi e a stimarsi. Il desiderio di invertire le vite si fa sempre più forte. Il professore deve operarsi e ha paura, l’uomo del treno deve rapinare una banca, ma ha paura. Il destino li legherà involontariamente. Un film molto bello, presentato a Venezia quest’anno, dove ha strappato gli applausi più convinti della Mostra. Una pellicola sulle occasioni perse, ma anche un invito a non arrendersi, non è mai troppo tardi per cambiare le cose. Basta volerlo. Molto poetico, delicato, con la musica che accompagna lo spetattore per tutta la durata del film in questo bellissimo viaggio dentro se stessi. Gli attori sono eccezionali: Jean Rochefort e Johnny Hallyday, così diversi e così bravi a completarsi e a bilanciare l’equilibrio del film. Il ritmo è ottimo, mai un momento di distrazione, l’ironia, a volte amara, rende molto piacevole la visione. Assolutamene da non perdere.
(andrea amato)

Gli amanti del Pont-Neuf

La Binoche è una presenza splendente in questo altrimenti alterno racconto su un pittore senzatetto, mezzo cieco, artista di strada manipolatorio (Lavant), accampato su un Pont Neuf pericolante e chiuso per restauri. Alcune splendide immagini, combinate con un’atmosfera pretenziosa, ne fanno un prodotto confuso. Lavant interpreta lo stesso personaggio di Boy Meets Girls e Rosso sangue. Una nomination ai BAFTA Awards.

Il figlio di due madri o la commedia dell’innocenza

Un bambino che decide di cambiare la sua mamma, una madre che ha perso il proprio ed una che lo trascura un po’, un padre assente ed uno zio che ne fa le veci. Attorno a questi elementi da dramma borghese Ruiz mette in piedi un’altro dei suoi affascinanti mondi paralleli. Più che al sistema dei personaggi (la cui psicologia e la cui definizione sociale è lasciata completamente indefinita), è alle modalità di rappresentazione e di messa in scena che il regista guarda. Con perfetta assonanza alle idee di Massimo Bontempelli, Ruiz dispone un racconto in cui sostanzialmente è l’identità (nostra e della realtà con cui ci confrontiamo) ad essere messa in discussione. Nel film una figura ritorna spesso: quella del movimento di macchina che non assume un punto di vista (non si fa soggettiva) ma rovescia le posizioni in campo (facendo partecipare lo spettatore a una realtà polimorfa). La panoramica più di una volta sostituisce il meccanismo del campo/fuori campo e, legando i due interlocutori in un solo movimento, li fa anche partecipare della realtà dell’altro. O meglio, li priva della solida posizione di chi ha un punto solido e fisso da cui guardare il reale. Il film di Ruiz privilegia invece lo scambio, il movimento sinuoso e conturbante (viene in mente la grazia notturna di Jeanne Balibar, la sua voce e la sua andatura sono parte integrante di questo progetto tanto quanto l’espressione smarrita e assente di Isabelle Huppert). Un movimento che porta lo spettatore ad assumere posizioni opposte nell’arco della stessa ripresa. In un certo senso, innocenza vuol dire anche questo: lasciarsi sedurre dalle argomentazioni e dai punti di vista dell’altro, fino ad assumerli. Un po’ come accade ai protagonisti di questa storia: tutti preda di un meccanismo che li supera e li avvolge. Così è il bambino, che riprende il mondo come lo vede lui, come lo vede il suo amico immaginario-reale Alexandre, come lo vedrebbe il suo alter-ego morto Paul… Un regista naif disposto a lasciare la mdp in mano al soggetto ripreso; un regista che si fa attore, che accetta di entrare nel gioco delle parti, nella ronde dei personaggi dei loro ruoli. La
comédie de l’innocence
lascia da parte la linearità della detection che spingerebbe lo spettatore alla ricostruzione dei moventi e delle dinamiche che avvengono tra Camille e la sue due mamme, Isabelle e Ariane. Il gioco dell’innocenza vuole che i calcoli, le spiegazioni, la psicanalisi e il calcolo delle probabilità vengano estromessi. Non si dà spiegazione e non c’è spiegazione da dare nella storia e nel desiderio di Camille e delle sue mamme. Ruiz stesso ce lo suggerisce in maniera più delicata, allontanandosi dalla scena con dei carrelli indietro o riprendendola da lontano (fuori dalle finestre della casa o dietro ai personaggi nel parco). Quasi fosse un passante che, per caso, nota la scena. E di colpo inventa una storia.

(
carlo chatrian
)

Bon Voyage

Un’attrice famosa, uno scrittore alle prime armi da sempre innamorato dell’attrice (come un giornalista spia), un ministro che da poco subisce il fascino della diva (sempre lei), un delinquente, un fisico di fama, la sua assistente… È la vigilia dell’occupazione tedesca di Parigi, 1940. Un drappello di persone si ritrova a scappare a Bordeaux perché la situazione della capitale è incerta e pericolosa. Si ritrovano (quasi) tutti all’albergo Splendid. Dove le storie si intrecciano, tra amori improbabili, fughe, spie, possibili armi atomiche, sequestri…

Bella, lieve, divertente e colta commedia stile anni Quaranta questo
Bon Voyage
firmato dal francese Jean-Paul Rappeneau
(Cyrano De Bergerac, L’Ussaro sul tetto).
In un momento storico terribile e angoscioso, la vita – pur frenetica – della capitale francese scorre con la leggerezza di una diva del cinema, Viviane, una bella e ironica Isabelle Adjani dagli occhioni sempre spalancati e i lunghi capelli ondulati con frangetta corta corta sulla fronte. Del ministro Beaufort, un perfetto Gérard Depardieu, che nel bel mezzo del dramma trova il tempo per amoreggiare con la bella attrice. E del mite Frédéric, lo scrittore, interpretato da Grégori Dérangère, che dopo aver passato la vita a inseguire il sogno di un amore con l’attrice che gliene ha fatte passare di tutti i colori (compresa la galera e un’accusa per un omicidio mai commesso) capisce che la vita – l’amore – è altrove. Un po’ noir, un po’ commedia romantica, un po’ film di spionaggio,
Bon Voyage
è sostenuto da una sceneggiatura frizzante e divertente, da un ritmo incalzante (tutte le storie si intersecano e si concludono alla perfezione), da una fotografia fantastica e da altrettanto bei costumi d’epoca. Da segnalare anche la colonna sonora. Tanti i rimandi al cinema che fu, quasi un omaggio a quella stagione (non a caso
Bon Voyage
comincia in una sala cinematografica e si conclude proprio in un cinema con la parola «Fin» che chiude anche la pellicola nella pellicola) con le atmosfere ora di
Casablanca
ora di Lubitsch. Undici nomination per i César 2004.
(d.c.i.)