Il nuovo mondo

Nell’aprile del 1607, tre piccole navi inglesi con a bordo centotre uomini, approdano in quella che oggi è l’America del nord, a cinquemila chilometri di distanza dalla Madrepatria, al di là dell’oceano Atlantico. Finanziati dalla Virginia Company, una società marittima di proprietà reale, intendono insediarsi in quello che chiamano il Nuovo Mondo per esportare regole culturali e religiose e ricevere benefici economici. Incatenato sotto coperta si trova il ribelle ventisettenne John Smith (Colin Farrell), condannato all’impiccagione per insubordinazione. Veterano delle numerose guerre che hanno luogo in Europa, Smith è un soldato di fortuna. Ma Smith ha troppe qualità per morire così squallidamente, perciò viene liberato dal Capitano Christopher Newport non appena la nave getta l’ancora. Il Capitano Newport sa bene che la sopravvivenza nel Nuovo Mondo richiederà il massimo impegno da parte di tutti. Newport e la sua banda di coloni inglesi ancora non sanno di essere approdati all’interno di uno stratificato impero indiano governato dal potente capo tribù Powhatan. Gli inglesi, stranieri in una terra a loro estranea, fin dall’inizio lottano strenuamente ma con pochi risultati. Nel cercare l’appoggio e la collaborazione della tribù del luogo, Smith incontra per caso una giovane donna che all’inizio assomiglia più a una ninfa dei boschi che a un essere umano. La ragazza, coraggiosa e passionale, viene affettuosamente chiamata Pocahontas (colei che ama giocare), ed è adorata dai bambini di Powhatan. Pocahontas (Q’Orianka Kilicher) si innamora di John Smith e il loro legame diventa una vera e propria leggenda americana che sarà raccontata nei secoli a venire.

Terrence Malick torna dietro la macchina da presa a sette anni dal toccante

La sottile linea rossa.
Questa volta sceglie di ispirarsi alla leggenda nordamericana dell’amore impossibile tra il pioniere inglese John Smith e la principessa indiana Pocahontas. Malick non è un regista facile, né tanto meno incline a spettacolarizzazioni. Non ama le interviste (non ne concede una dal 1973), i giudizi degli attori che lavorano con lui sono sempre sospesi tra l’ammirazione e l’incomprensione e in trentasette anni di carriera, iniziata quando ne aveva ventisei, ha realizzato solamente cinque pellicole.

Anche in questo film il regista statunitense non abbandona il taglio poetico e metafisico che ha sempre contraddistinto il suo lavoro e riesce, pur con tempi lunghi, a intrecciare immagini e racconto in un unico flusso di coscienza che trascende le singole esistenze dei personaggi. Non mancano le vedute suggestive (il film è stato completamente girato in Virginia in quattro mesi e senza alcun utilizzo di luce artificiale) né le sequenze serrate sugli scontri tra nativi e coloni, ma quello che più è riuscito a Malick è il racconto dell’amore, dolce e innocente, tra Smith e la piccola Pocahontas (la leggenda la ricorda poco più che bambina all’epoca dei fatti) e tra quest’ultima e il nobile John Rolfe. Un amore raccontato non attraverso dialoghi in prima persona, ma grazie alla simbiosi tra immagini e pensieri in cui gli innamorati si rifugiano, cercando la fuga da una realtà che li vuole appartenenti a due culture destinate allo scontro, e una delle due all’inevitabile tracollo.

L’abilità tecnica e l’espressione artistica di Malick soddisferanno di certo lo spettatore più esigente e attento (la ricostruzione storica è curata nei minimi particolari, dagli armamenti fino alle navi, dal villaggio dei coloni a quello degli indiani) ma difficilmente andranno incontro al gusto del grande pubblico: questo è un film che parla soprattutto con le immagini e attraverso esse vuole scuotere lo spirito e non solo compiacere l’occhio. Un tipo di cinema d’elite, non per forza il migliore, che oggi è in via d’estinzione ma che riesce ancora a stupire con la sua forza e la sua naturalezza.

Tra gli interpreti, Colin Farrell offre anche in quest’occasione una buona prova incarnando lo spirito travagliato e altalenante di Smith, sempre sospeso tra l’amore e l’ambizione personale, l’esordiente Q’Orianka Kilcher vince la scommessa e fa ben sperare per il futuro, mentre Christian Bale, in scena solo nell’ultima porzione di pellicola, mette quasi in ombra il protagonista Farrell interpretando magnificamente John Rolfe, e dando vita ad alcune tra le sequenze più coinvolgenti della pellicola. Unico neo evidente del film è la sua eccessiva prolissità, che inevitabilmente si ripercuote sul ritmo del racconto, ma pare che, a nove giorni dall’uscita nelle sale statunitensi, ci abbia pensato lo stesso Malick tagliandone diciassette minuti.
(mario vanni degli onesti)

Gangs of New York

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento. La guerra civile è in corso e l’immigrazione irlandese porta circa 15 mila persone alla settimana a New York. Per le strade, bande di immigrati cattolici e nativi protestanti, figli di inglesi e olandesi colonizzatori della prima ora, si scontrano a colpi di coltelli e asce. Un bambino irlandese, Amsterdam Vallon (Leonardo DiCaprio), perde il padre ucciso in battaglia da William Cutting (Daniel Day-Lewis), detto «Il macellaio». Quel bambino, dopo sedici anni di orfanotrofio, tornerà tra quelle strade, Five Points, per vendicare il padre. Dopo aver imparato le regole della strada e scoperto l’amore, Amsterdam si farà paladino degli immigrati irlandesi. Ma intanto lo scontro è molto più ampio, la città si rivolta contro la chiamata alle armi per la guerra civile. Dal successo di
Taxi Driver
(1976) Martin Scorsese aveva in mente solo una cosa: realizzare questo film, perché «l’America è nata per le strade». Troppo costoso gli avevano sempre detto e così ha dovuto aspettare 27 anni e venire a girarlo a Cinecittà, perché qui da noi costa meno. Migliaia di comparse, centinaia di stuntman, una New York ricostruita, 100 milioni di dollari di budget e quasi un anno di riprese. Doveva essere il campione d’incassi del 2003, invece è stato accolto in maniera tiepida negli Usa. Effettivamente il film, a parte la spettacolarità delle scene del nostro Dante Ferretti, appare troppo barocco e finto. Un carrozzone di cartapesta con personaggi poco credibili. Di fronte a uno strepitoso Daniel Day-Lewis, DiCaprio appare sottotono e non a livello del suo standard abituale. Anche la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare e, solo per fare un esempio, il personaggio di Cameron Diaz sembra quasi appiccicato, come a dire che una bellona ci voleva per forza, anche se non c’azzecca niente con lo svolgimento della trama. Comunque da vedere, solo per l’esercizio di stile di un maestro, che forse poteva aspettare ancora qualche anno e schiarirsi meglio le idee prima di fare il film della vita.
(andrea amato)

Il segreto di Vera Drake

Nella Londra del 1950, che ha ancora le ossa ammaccate dalla guerra, dove i maschi sono o molto giovani o abbastanza vecchi, perché il conflitto si è portato via le generazioni di mezzo, Vera Drake
(Imelda Staunton)
affronta le difficoltà della vita con sorriso perenne, canticchiando un motivetto mentre accudisce la casa o prepara il pranzo per il marito meccanico Stan
(Phil Davis),
il figlio sarto Sid
(Daniel Mays)
e la figlia un po’ lenta Ethel
(Alex Kelly).
Ma anche quando visita l’anziana madre inferma, porta una parola di conforto ai vicini, lavora come donna delle pulizie nelle case dei ricchi borghesi, collauda lampadine in una fabbrica e… procura aborti clandestini alle donne che non possono permettersi una costosa operazione. Vera fa questo da molto tempo, da prima della guerra, all’oscuro della sua famiglia però, che non capirebbe. Ma proprio nel momento in cui la vita sembra regalarle un briciolo di soddisfazione – il giorno dell’agognato fidanzamento della figlia – la polizia bussa alla sua porta…

Che invidia per questo bel film del regista inglese
Mike Leigh.
Una grande cura nel ricostruire il clima (persino quello atmosferico) dell’Inghilterra anni Cinquanta, un Paese ancora scosso dalla guerra ma orgoglioso di averla vinta, dove le differenze sociali rispecchiano quelle di censo, impedendo alle classi meno agiate di accedere a interventi come l’interruzione di gravidanza. Il personaggio interpretato dalla Staunton (premiata con la Coppa Volpi come miglior attrice alla Mostra del Cinema di Venezia, dove il film ha conquistato il Leone d’Oro) è quello di un’ingenua iperattiva donnina che pratica gli aborti non per profitto – come invece fa, a sua insaputa, l’amica di infanzia che le procura gli appuntamenti – ma solo per «aiutare». Aiutare colore che – come fece lei da giovane – devono un giorno prendere una decisione dolorosa e pericolosa, ma indifferibile.

«Non li puoi amare se non li puoi sfamare», dice a un certo punto il fidanzato di Ethel. E come in un altro suo film,
Topsy-Turvy, Sotto-Sopra,
è in una sola battuta che Leigh – autore anche della sceneggiatura – concentra tutto il senso dell’opera, il dilemma antico e mai sopito tra il bene assoluto e quello relativo, che talvolta può sconfinare nell’illegalità. Come capiterà a Vera, condannata per aver procurato l’aborto di una giovane – una delle tante, centinaia, sottoposte al trattamento con acqua tiepida, sapone e disinfettante che Vera ha imparato a usare dalla mamma – che rischia di morire per un’emorragia. Non sarà tuttavia il carcere la pena più pesante che dovrà subire, bensì l’iniziale riprovazione della sua famiglia, il dolore del marito amato e che la riama sinceramente, il non saper esprimere a parole i motivi del suo agire e infine l’incrinarsi del mito materno nel quale i figli erano cresciuti.

Girato con sobrietà e cura del dettaglio, il film di Leigh, che ci aveva già abituato a ottime indagini sul proletariato urbano britannico

(Segreti e bugie)
richiama l’attenzione su un tema come quello dell’aborto, che è ben lungi dall’aver trovato definitiva collocazione nella gerarchia dei diritti civili, anche in società mature come quella inglese (e non solo inglese). Sul piano della recitazione, il regista sessantunenne si avvale di un cast ben rodato, inserendovi attori che hanno già lavorato con lui in passato. Su tutte prevale l’interpretazione di Imelda Staunton, la cui lunga militanza teatrale (ha vinto ben tre
Oliviers,
il premio teatrale britannico più prestigioso) ci è sembrata però emergere con evidenza un po’ sospetta.

(enzo fragassi)

I vestiti nuovi dell’imperatore

Il cinema è finzione, tutto è possibile, anche che Napoleone non sia morto a Sant’Elena.
I vestiti nuovi dell’imperatore
, infatti, racconta la «vera» storia dell’imperatore francese che, sostituito da un sosia nel suo esilio, rientra a Parigi per risalire al potere. Una serie di vicissitudini, però, complicano le cose e Napoleone, vestendo i panni di un «signor nessuno», vivrà gli ultimi anni della sua vita in maniera diversa. Strana operazione cinematografica, ben confezionata per regia, montaggio, fotografia, scenografie e costumi. Un bell’esercizio stilistico e un divertente gioco storico fatto di «se» e «ma». Il regista Alan Taylor e il produttore Uberto Pasolini tornano a lavorare insieme dai tempi di
Palookaville
, ma anche questa volta non ne esce un capolavoro.
(andrea amato)

The Illusionist

Vienna, seconda metà dell’Ottocento. Edward è un giovane popolano con la passione per la magia: la principessa Sophia si invaghisce di lui ma il loro sentimento è osteggiato dalla famiglia reale. Edward allora decide di partire e non fa ritorno a Vienna per quindici lunghi anni. Al suo ritorno è diventato Eisenheim The Illusionist e incanta le platee con i suoi incredibili trucchi: la sua fama è tale che una sera anche i regnanti decidono di assistere al suo spettacolo.

21 Grammi

Paul Rivers è un professore di matematica, cardiopatico, cui resta solo un mese di vita. Sua moglie vuole un figlio da lui, e vuole ricorrere all’inseminazione artificiale. Cristina Peck è moglie e mamma con un bravo marito Michael e due bellissime bambine, anche se in gioventù non deve essere stata una santa. E poi c’è Jack Jordan, un balordo che ha fatto dentro e fuori dalla galera e che è diventato un integralista cattolico (altro che islamici…) al limite del ridicolo. Tre vite, tre famiglie, tre storie. Che fatalmente si intrecciano. Perché il balordo sul suo furgoncino con la scritta «Jesus loves you» prende a tutta velocità una curva, investe il marito e le bambine di Cristina e li uccide. Il cuore di Michael viene donato a Paul che sopravvive. E sarà proprio lui ad andare a cercare Cristina per saperne di più su chi gli ha ridato la vita. I due finiranno uno tra le braccia dell’altra, mentre lo sconclusionato Jack…

Alejandro González Iñárritu è l’acclamato autore messicano di
Amores Perros
(1999) che affronta anche questa volta la vita e i suoi tristi casi. Al centro della vicenda, un incidente automobilistico che stronca la vita a tre persone, la illumina a un’altra, la stravolge a una terza. Queste tre vite (moltiplicate poi per i vari componenti delle tre famiglie) si frantumano come nell’andamento, frammentario e spezzato, del film che procede per quadri, per flash back senza alcuna linearità temporale (e con qualche fastidio per lo spettatore). Nella provincia americana più anonima e più normale (all’inizio il film doveva essere ambientato in Messico) con le villette a schiera, l’oratorio, il furgoncino molto Usa, i motel… Iñárritu mette insieme tanti temi scottanti: i trapianti (ma niente a che e vedere con le emozioni trasmesse da Almodovar), gli incidenti stradali, il fanatismo religioso (irritante ai limiti della sopportazione), l’inseminazione artificiale, la disoccupazione… La morte. Ecco in questo film dal ritmo sostenuto (quasi tutte le riprese sono state fatte con una cinepresa a spalla per accentuare nelle intenzioni degli autori l’atmosfera di tensione e l’immediatezza) manca l’emozione, manca il coinvolgimento. Si guardano tragedie inenarrabili (una mamma che perde le sue bambine, un uomo rantolante che sa di avere le ore contate…) e si rimane freddi. Forse perché le tragedie sono un po’ troppe. E anche l’amore è disperato. Le vie d’uscita – quasi tutte – sono bloccate. Ma è la filosofia di Iñárritu: «Questo film – ha dichiarato – medita su alcune difficoltà della vita: la perdita, l’assuefazione, l’amore, la colpa, la coincidenza, la vendetta, l’obbligo, la fede, la speranza e la redenzione. Mi piacciono i personaggi sfaccettati e contraddittori, come sono io e come, credo, sono tutti gli esseri umani che conosco. Nessuno è semplicemente buono o cattivo. Tutti noi galleggiamo in un immenso universo di circostanze, mi piace mostrare la debolezza e la forza dei miei personaggi, senza giudicarli, perché solo allora essi riescono a rivelare la propria condizione umana».
21 Grammi
è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003: Sean Penn per la sua interpretazione si è aggiudicato la Coppa Volpi come miglior attore. E davvero Penn è strepitoso riuscendo a passare, in modo assolutamente convincente, dalla parte del marito annoiato a quella del moribondo, dell’uomo fragile e disperato a quello dell’amante forte e protettivo. Bravi anche Naomi Watts
(Mulholland Drive, The Ring)
e Benicio Del Toro (Oscar per
Traffic).
Il titolo merita una spiegazione. quei 21 grammi sarebbero il peso che un essere umano perde nel momento del trapasso. Il peso dell’anima, insomma. «Il peso di cinque nichelini uno sopra l’altro. Il peso di un colibrì. Il peso di una barretta di cioccolata…».
(d.c.i)