A Beautiful Mind

Verso la fine degli anni Quaranta, l’introverso John Forbes Nash frequenta la prestigiosa università di Princeton per conseguire la specializzazione post lauream in matematica. Considerato come un eccentrico dai suoi compagni di corso, John è alla ricerca di un’idea originale, una teoria innovativa che possa garantirgli un futuro luminoso nella professione. Dopo un lungo periodo di dubbi e angosce, elabora finalmente una nuova formula destinata a rivoluzionare il mondo dell’economia. Il risultato conseguito gli apre le porte del MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove trova posto come ricercatore e professore. Contemporaneamente, John viene avvicinato dal misterioso William Parcher, un agente del governo che gli propone di lavorare a una missione segreta in cui il talento del giovane matematico verrà impiegato per decifrare i codici segreti dei sovietici. L’unica a rompere l’isolamento di John è la bellissima studentessa Alicia Larde che riesce finalmente a farlo uscire dal suo guscio e a coinvolgerlo in una intensa storia d’amore. I due si sposano, ma dopo breve tempo la ragazza si accorge che il comportamento di John si fa sempre più strano. Sarà il Dr. Rosen a rivelarle che il marito soffre di una grave forma di schizofrenia paranoide.

A Beautiful Mind – biografia più o meno romanzata del vero John F. Nash, vincitore nel ’94 del Premio Nobel – dimostra ancora una volta quanto sia duttile e cristallino il talento di Ron Howard, un cineasta che film dopo film, passando attraverso vere e proprie gemme cinematografiche come Parenti, amici e tanti guai, Apollo 13, Ransom e il più recente The Grinch, continua a maturare, ad evolversi, fino a diventare l’ultimo alfiere del cinema classico hollywoodiano. Il suo stile, paradossalmente, consiste nell’assenza di stile, di un tocco immediatamente riconoscibile. Il suo modo di fare cinema è apparentemente semplice, ma in realtà vive di virtuosismi invisibili, preziosismi tecnici e soluzioni narrative che s’inseriscono nel racconto senza distrarre lo spettatore o stravolgere il testo di base. Lascia stupefatti la straordinaria semplicità di approccio con il quale Howard ha dato vita alla già ottima sceneggiatura di Akiva Goldsman (in parte ispirata alla biografia di Nash scritta da Sylvia Nasar), stravolgendo con un espediente allo stesso tempo ovvio e geniale la convenzione cinematografica che impone determinati codici visivi e narrativi alla descrizione della malattia mentale. L’effetto è stravolgente, spiazzante, per certi versi imprevedibile. Non solo. Il suo approccio non si limita a rimanere su un piano puramente tecnico o stilistico. Ron Howard riesce a raggiungere ben altre profondità e sfaccettature nella sua personale rilettura della vicenda di John Nash, fino a conferire alla malattia del protagonista un’inquietante dimensione politica: la schizofrenia di Nash diventa quindi la malattia di una intera nazione, alle prese con il morbo paranoico della Guerra Fredda che la sta divorando dall’interno, fino a far diventare se stessi (vale per Nash quanto per l’America) il proprio peggior nemico. A Beautiful Mind è una perla rara nel panorama cinematografico contemporaneo: un fulgido esempio di cinema per le masse realizzato con l’intelligenza e la passione di un artigiano umile, ma dotato di un talento infinito e geniale. (andrea tagliacozzo)

Potere assoluto

Un ladro un po’ in là con gli anni sta compiendo l’ultimo furto della sua carriera, quando diventa testimone di uno stupro-omicidio compiuto nientepopodimeno che dal presidente degli Stati Uniti (Hackman). Adattamento poco credibile (e fatalmente annacquato) del best-seller di William Goldman, con protagonista David Baldacci. Eastwood e Harris (il poliziotto) giocano al gatto col topo; ma Gene Hackman esagera e, nella seconda parte, il film scade inevitabilmente. Panavision.

China Moon – Linea mortale

Il poliziotto Harris desidera ardentemente la Stowe, infelicemente sposata, in questo lunatico noir ambientato in Florida. Un paio di trovate interessanti, ma la produzione è molto più che debitrice al migliore Brivido caldo. Debutto alla regia per Bailey, meglio conosciuto come uno dei migliori direttori della fotografia in circolazione (Gente comune, Nel centro del mirino). Girato nel 1991.

Il socio

Benché di sicuro non il miglior lavoro di Sydney Pollack, con il passare del tempo Il socio – tratto dal solito, arzigogolato legal-thriller di John Grisham – acquista spessore e rischia di apparire un buon film. Anzi, sebbene pieno di passaggi narrativi improbabili e di personaggi un po’ troppo sopra le righe, «è» un buon film. E, soprattutto, a risultare sempre meno fantapolitica e sempre più attinente alla realtà, è l’idea centrale del giovane avvocato in carriera che si vede lautamente remunerato da uno studio legale che si occupa delle cause del crimine organizzato. Ovviamente, la sua sarà una carriera irreversibile. Pena: la morte. Sorvolando sugli aspetti sensazionalistici, vanno messi in conto – positivamente – lo spirito anarcoide che spinge il protagonista a guardarsi sia dai gangster che dall’Fbi, la convinzione che per fermare l’apparato criminale occorre innanzitutto arrestare gli avvocati e il postulato, sotteso, che un vistoso benessere implica sempre affari assai loschi. Niente male per una parabola sulla perdita delle certezze e dello spazio privato, confezionata da uno dei grandi intimisti hollywoodiani. Eppoi, come non ammirare l’accoppiata Tom Cruise-Sydney Pollack, che preannuncia l’exploit kubrickiano di Eyes Wide Shut ? Ottima la colonna sonora di Dave Grusin. (anton giulio mancino)

Il nemico alle porte

Un film sulla battaglia di Stalingrado era il grande progetto irrealizzato di Sergio Leone. Affrontare una simile impresa è toccato invece a un regista per tutte le stagioni come Jean-Jacques Annaud, che dopo Il nome della rosa e Giovanna d’Arco sembra essersi specializzato in kolossal pseudo-storici con cast internazionali. E il risultato è una sorta di thriller bellico dove c’è praticamente di tutto: lo spettacolo esaltante e macabro della guerra, lo scontro individuale vissuto attraverso i cannocchiali di due fucili di precisione, il sacrificio di un popolo, i personaggi storici, la critica ideologica e la vicenda d’amore e di gelosia tradotta nel classico triangolo che unisce e lega due uomini alla stessa donna. Il nemico alle porte è un film senz’anima o, piuttosto, con troppe anime. Nei primi quindici minuti contende a Salvate il soldato Ryan il primato dei morti ammazzati in battaglia, tutti in bella vista accatastati come in un mattatoio. Poi comincia a farsi strada l’ex contadino russo Vasili Zaitsev (Jude Law), che al fronte ha scoperto un’autentica vocazione da cecchino, diventando – attraverso le corrispondenze del commissario politico Danilov (Joseph Fiennes) – un eroe nazionale capace con la sua leggenda di tenere alto il morale all’esercito sovietico assediato. A questo punto, mentre le complicazioni sentimentali e politiche hanno già messo radici, inizia il terzo e appena più convincente capitolo della saga: il duello tra Vassili e l’aristocratico maggiore Konings (Ed Harris), cecchino d’eccezione proveniente direttamente da Berlino per eliminare l’eroe.
La vicenda, tratta dal romanzo omonimo di William Craig, dovrebbe essere vera, ma così come viene riproposta non potrebbe risultare più incredibile. Annaud non sa legare i momenti privati alle imponenti pagine storiche, ostenta scenari devastati con un’enfasi smorzata dalla visibile artificiosità della grafica digitale, diluisce l’intrigo con digressioni a non finire e poi pretende di ricattarci con tragedie di bambini uccisi o di eroine votate al sacrificio. E, come se non bastasse, condisce il tutto con un motivo musicale scopiazzato a Schindler’s List . Il risultato alla fine è modesto. (anton giulio mancino)

The Abyss

Spettacolare avventura sotto i mari: una squadra di tecnici di un’azienda petrolifera viene coinvolta nel rischioso tentativo di recuperare un sottomarino affondato. Più interessante per le immagini sottomarine che per i contenuti fantascientifici; a volte un po’ eccessivo, ma comunque affascinante e originale. Grande colonna sonora di Alan Silvestri. Oscar per gli effetti speciali e altre tre nomination. Esiste anche una “special edition” più lunga di circa 27 minuti, con una serie di scene tagliate che rendevano troppo ovvio il finale pur approfondendo alcuni personaggi e amplificando i colpi di scena della trama. Super 35. 

Swing Shift – Tempo di swing

Tentativo fallito di creare una storia di fantasia basata sulla reale esperienza delle casalinghe che diventarono operaie in fabbrica durante la seconda guerra mondiale. Tutte le donne sono interessanti (specialmente la Lahti, in una performance meravigliosa), ma gli uomini non sono profondi e definiti male, e di conseguenza lo è anche il film. La sceneggiatura è accreditata a “Rob Morton”, pseudonimo che cela diversi bravi autori; si dice che mezz’ora del film sia stata girata da un altro regista su insistenza della Hawn, anche produttrice. Una nominatio agli Oscar.

The rock

Storia d’azione e suspense esagerata, roboante e spesso stupida su un generale dei Marines scontento che occupa Alcatraz, minacciando di cancellare San Francisco dalla faccia della terra con un gas velenoso di ultima generazione. Al che intervengono un biochimico dell’Fbi (Cage) e un agente britannico a lungo incarcerato (Connery) — l’unico uomo che sia mai riuscito a evadere da Alcatraz — per guidare una squadra di salvataggio sull’isola. Un sacco di movimentate scene d’azione e distruzione, e altrettante forzature e buchi nella storia. David Marshall Grant compare non accreditato. Una nomination agli Oscar.

A History Of Violence

Che bello vivere nella profonda provincia americana. Tom Stall (Viggo Mortensen) si trova piuttosto bene, nella cittadina di Millbrook, Indiana. Ha tutto quello che un uomo può desiderare: un lavoro tranquillo come titolare di una tavola calda, una famiglia che lo ama e lo rispetta, e naturalmente una bella moglie, Edie (Maria Bello). Un giorno subisce un tentativo di rapina da parte di due malviventi. Incredibilmente, riesce ad avere la meglio sui criminali, addirittura li uccide. I media lo trasformano in un eroe americano. Ma l’episodio apre uno squarcio sul misterioso passato dell’uomo, che si rivelerà essere assai poco limpido. Seconda pellicola del «nuovo corso» di David Cronenberg, inaugurato con il precedente Spider. Abbandonate le ossessioni sul rapporto tra uomo e macchina che avevano caratterizzato pellicole come Videodrome, Crash ed Existenz, il regista canadese ha spostato la sua attenzione sull’analisi dello strato più profondo e inquietante dell’animo umano.  A History Of Violence pone al centro della vicenda il momento del mutamento della personalità di Tom Stall, che riscopre la violenza sopita nel suo inconscio. Quando quest’ultima inizia a palesarsi, dà il via a un effetto-domino che travolge anche gli altri componenti della famiglia: in primo luogo il figlio maggiore (ma anche la moglie non farà eccezione). La trama ha una struttura circolare: alla fine della vicenda Tom si purificherà simbolicamente dalla violenza, riprendendosi la sua vita «ideale», ma si tratta di un happy ending che lascia una forte impressione di posticcio.  Il film è molto riuscito soprattutto dal punto di vista estetico, forte di uno stile asciutto e piuttosto rigoroso e dell’ottima fotografia del fedelissimo Peter Suschitzky. Rispetto all’omonimo romanzo grafico da cui è tratta la pellicola (edito in Italia da Magic Press con il titolo Una storia violenta), Cronenberg ha compiuto una selezione piuttosto severa, tenendo solo l’antefatto e semplificando in modo estremo il resto dell’opera dello scrittore John Wagner e del cartoonist Vince Locke. Forse addirittura all’eccesso, nonostante si arrivi alla canonica ora e mezza di runtime. La cosa più curiosa rimane poi il fatto che sia stata tagliata proprio la maggior parte della violenza presente nel fumetto, che offriva scene molto più forti delle tre semplici scazzottate – pur con conseguenze letali – di cui è protagonista Tom sul grande schermo. Da segnalare, infine, l’ottima prova di Viggo Mortensen e di William Hurt, quest’ultimo perfettamente calato in un ruolo per lui inedito, quello del gangster spietato. (michele serra)

 

Un prete da uccidere

Film che ricostruisce il calvario di Padre Jerzy Popieluzko (qui chiamato Padre Alec), perseguitato in Polonia agli inizi degli anni ’80 dal regime comunista di Jaruszelski. Gli intenti sono lodevoli, ma il film, incentrato quasi tutto sulla statica interpretazione di Christopher Lambert, convince ben poco.
(andrea tagliacozzo)

The Truman Show

Truman Burbank non lo sa, ma da quando è nato tutta la sua vita è una finzione. Convinto di vivere una tranquilla esistenza americana, è in realtà il protagonista di una sitcom in onda 24 ore su 24, ripresa da telecamere nascoste, e tutte le persone che lo circondano sono attori. Quando se ne accorge il piccolo uomo tenta di fuggire. Nonostante l’ispirazione venga alla lontana da alcune idee di Philip K. Dick, l’atmosfera (e l’individualismo ottimista della seconda parte) stanno dalle parti del Frank Capra più «nero». La regia impeccabile di Weir serve ottimamente i due punti di forza del film: la raffinatissima interpretazione di Jim Carrey e soprattutto la sceneggiatura del giovanissimo Andrew Niccol ( Gattaca ), abilissimo nel far passare in una costruzione tranquillamente mainstream alcune delle angosce politiche ed esistenziali più profonde degli ultimi decenni. (emiliano morreale)

The Hours

Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan. La prima vive negli anni Venti, la seconda nei Cinquanta e la terza ai giorni nostri. Sussex, Los Angeles e New York. Tre storie, un unico filo conduttore: il libro Mrs Dalloway. Virginia Woolf (Nicole Kidman) nel 1921 inizia a scrivere il libro che verrà pubblicato nel 1925, Mrs Dalloway appunto. Vive fuori Londra, in una casa di campagna, accudita dal marito e dai medici. La sua malattia mentale avanza e la scrittrice se ne accorge. Laura Brown (Julianne Moore) vive a Los Angeles e nel 1952 inizia a leggere il libro della Woolf. La sua vita sembra normale: ha un marito che la ama molto e un figlio adorabile. La lettura del romanzo, però, le sconvolge la vita e mette in discussione, per la prima volta, tutte le sue certezze. Clarissa Vaughan (Meryl Streep) vive a New York e sta preparando la festa per il suo amico poeta, ex amante, Richard, malato terminale di Aids. Richard la chiama Mrs Dalloway, perché lei ne è l’incarnazione in chiave moderna. Le tre donne ricercano la propria esistenza, il significato della loro vita e, come diceva la Woolf, la vita di ognuno è legata in qualche modo a quella di altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham, pubblicato nel 1998 e premiato con il Pulitzer nel 1999, The Hours è un film sulle fragilità umane, non solo femminili. Tre spaccati di vita, in tre epoche diverse, ma tutte intercambiabili l’una con l’altra. Ottima la regia, il montaggio, la fotografia, le scene, i costumi e, ovviamente, la sceneggiatura. Come spina dorsale del film le tre attrici, al solito insuperabili. Oscar alla Kidman e altre otto nomination. (andrea amato)

Stato di grazia

L’agente di polizia Terry Noonan viene infiltrato nel quartiere irlandese di New York, dove è nato e cresciuto in mezzo al crimine. I vecchi amici non sanno che lavora per conto delle forze dell’ordine e si fidano ciecamente di lui. Ritrova così Kathleen, la ragazza della quale era innamorato molto anni addietro, sorella dell’amico d’infanzia Jackie. Un gangster movie originale ed elegante. Ottima la regia iperbolica di Phil Joanou (
Analisi finale
) e l’interpretazione di Gary Oldman nel difficile ruolo del nevrotico Jackie.
(andrea tagliacozzo)

Lezioni di anatomia

Commedia sui “valori familiari” con un ragazzino di 12 anni che raccoglie fondi per dare un’occhiata a una prostituta sexy, che dopo si fa viva nella sua città natale! Non così ignobile come potrebbe apparire, ma è comunque improbabile che venga candidato per il premio Irving G. Thalberg. McDowell gigioneggia, se possibile in questa filmetto, nei panni del criminale.

Appaloosa

Ambientato nel 1882 nei territori del New Mexico, il film ripercorre la storia dello sceriffo Virgil Cole (Harris) e del suo vice Everett Hitch (Mortensen), che si sono fatti la fama di pacificatori nelle città senza legge sorte in quelle terre selvagge. Nella piccola comunità di minatori di Appaloosa, uno spietato e potente ranchero, Randall Bragg (Irons), ha permesso alla sua banda di fuorilegge di spadroneggiare in tutta la città. Dopo l’assassinio a sangue freddo dello sceriffo di Appaloosa, Cole and Hitch vengono incaricati di assicurare il colpevole alla giustizia. Mentre impongono la loro autorità usando in parti uguali fermezza e pistole, Cole e Hitch conoscono la bella nuova arrivata Allison French (Zellweger), i cui modi anticonformisti mettono a rischio il loro lavoro e l’amicizia che li lega da anni.

The Way Back

Una notte del 1940, durante una bufera di neve, sette prigionieri scappano da un Gulag sovietico. Sono uomini liberi, ora, ma sono anche quasi certamente uomini morti … la loro fuga ha poche possibilità di riuscita, perché le terre che devono attraversare sono a dir poco spietate. Con poco cibo, nessun equipaggiamento a disposizione e senza avere idea della loro posizione, tantomeno della loro meta, questi uomini si avventurano in un viaggio che gli riserverà difficoltà e tragedie inimmaginabili.  Spinti dai soli istinti animali, sopravvivenza e paura, e affidandosi a tratti umani evoluti, compassione e fiducia, vivranno delle esperienze allo stesso tempo profonde e terribili, angoscianti ed estatiche. Nel corso della loro vicenda, seguiranno un solo, unico principio: andare avanti, andare avanti, andare avanti …

Nemicheamiche

Curata mega-produzione ricca di star sul tema della vita dopo il divorzio. La Sarandon interpreta una donna che disapprova la presenza della fidanzata del suo ex nella vita dei suoi figli. Melodramma patinato con qualche tocco di humor; i protagonisti riescono a dare lustro a una storia sdolcinata. Panavision.

La macchia umana

Coleman Silk è un insigne professore, nonché ex preside del New York England College. Un giorno viene accusato ingiustamente di razzismo e si dimette. Sua moglie non regge alla notizia e muore per un’embolia al cervello. La sua reputazione, la sua carriera e la sua vita cadono in frantumi. Ma la resurrezione è dietro l’angolo. Incontra Nathan Zuckerman, uno scrittore cui affida il compito di raccontare la sua storia e con cui instaura un profondo rapporto di amicizia. E soprattutto incontra Faunia Farley, una donna delle pulizie molto più giovane di lui, con cui intreccia una relazione sessuale. Ma la vera macchia di Coleman Silk è nel passato: una colpa che non è mai stato in grado di confessare.

L’adattamento cinematografico di un romanzo è un operazione che nasconde difficoltà e possibili scivoloni. Difficoltà che il regista Robert Benton doveva avere ben presenti, avendo deciso di portare sul grande schermo La Macchia Umana (ultimo capitolo della trilogia iniziata con Pastorale Americana e proseguita con Ho sposato un Comunista), opera di uno dei maggiori scrittori americani di origine ebraica, Philiph Roth, un letterato di grande potenza narrativa e impatto sociale. La macchina realizzativa è delle migliori. Benton ha vinto due Oscar (Kramer contro Kramer, Le stagioni del cuore) e ha ottenuto numerose candidature per le sue sceneggiature (L’occhio privato, La vita a modo mio, Bonnie and Clyde). Sir Anthony Hopkins ha dimostrato ampiamente la sua capacità di calarsi nei personaggi letterari: Il silenzio degli innocenti, Quel che resta del giorno, Casa Howard, Il Bounty. Nicole Kidman è l’attrice più ricercata del momento. Un tris d’assi che però non riesce a vincere la partita. L’ex moglie di Tom Cruise non convince del tutto. I suoi occhi di ghiaccio, i capelli scuri e scompigliati, l’aspetto non curato non riescono a toglierle quella patina di dolcezza hollywoodiana che ormai la contraddistingue. In questo film la Kidman è una copertina di Vogue che tenta di fare la donna delle pulizie. Estremamente bella e sexy quando si spoglia, non credibile quando si lancia in tranche drammatiche. La potenza di questo film è l’idea narrativa, ossia Philiph Roth. Al romanzo, che merita di essere letto, aggiunge poco, forse toglie qualcosa, specie nella caratterizzazione dei personaggi. E il sesso? Questo universo, da sempre protagonista dei romanzi dello scrittore, viene affrontato con troppa pulizia, a parte qualche inquadratura della Kidman nuda. Si sarebbe potuto confrontare la donna giovane e il vecchio maturo calandosi un piano più materialistico, che avrebbe giovato alla veridicità dei protagonisti. La Macchia Umana è la storia di un uomo che reinventa se stesso. Coleman Silk, afro-americano dalla pelle chiarissima, si fa passare per bianco e diventa il prototipo dell’ebreo acculturato, del self-made man americano. La frase farsi passare per bianco è stata usata per indicare le persone che hanno cercato di cancellare la loro identità afro-americana. Nel XIX secolo era considerata una tecnica di sopravvivenza degli schiavi che cercavano così di sfuggire alle umiliazioni ma il fenomeno è continuato anche in epoca moderna. «Bisogna ricordare gli anni di cui parliamo – spiega Philiph Roth – prima del 1945 l’America era un paese segregazionista. Coleman ha preso la sua decisione in un periodo precedente a quello dei diritti civili, e sospetto che molti abbiano preso allora decisioni simili. Coleman si sente spinto a farlo perché vuole essere quello che pensa sia un uomo libero». (francesco marchetti)

Le stagioni del cuore

Sguardo affezionato dello sceneggiatore e regista Benton sulla vita della sua città, Waxahachie in Texas, durante la Depressione negli anni Trenta. Un po’ troppo calcolato e prevedibile, ma la Field è talmente brava (nel ruolo di una giovane vedova decisa a sopravvivere come coltivatrice di cotone) e il film è fatto così bene (splendidamente girato da Nestor Almendros) che è difficile non farselo piacere. La Field ha vinto l’Oscar come Migliore Attrice per la sua interpretazione, e anche Benton per la sua sceneggiatura originale.