Il maratoneta

Thomas Babe Levy è uno studente universitario ebreo con l’hobby della corsa. Quando il fratello Doc, implicato in un traffico di diamanti, gli muore fra le braccia, il giovane si ritrova braccato da un ex criminale nazista che si è arricchito con l’oro ricavato dai denti delle vittime dei campi di sterminio. Dal romanzo di William Goldman (adattato per il grande schermo dallo stesso autore), un thriller teso e avvincente, ben diretto da John Schlesinger. Gara di bravura tra Dustin Hoffman (nell’edizione italiana doppiato da Giancarlo Giannini) e Laurence Olivier. A brillare è soprattutto quest’ultimo, agghiacciante nel ruolo dello spietato e sadico dentista tedesco.
(andrea tagliacozzo)

Tutti gli uomini del presidente

Avvincente ricostruzione delle indagini che portarono due giornalisti del
Washington Post
, Bob Woodward e Carl Bernstein, alla scoperta del caso Watergate e alle conseguenti dimissioni del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Grande regia di Pakula, capace di spettacolarizzare la vicenda senza mai scadere nel banale. Ottimi anche i due protagonisti. Oscar 1976 a Jason Robards (miglior attore non protagonista) e a William Goldman (miglior sceneggiatura non originale). Altre due statuette andarono alla scenografia e al suono.
(andrea tagliacozzo)

Giovanna d’Arco di Luc Besson

Approccio accattivante alla storia di Giovanna D’Arco, con una vibrante Jovovich nei panni della contadina che conduce gli uomini del suo paese in battaglia. Ma in questa versione (sceneggiata da Besson e Andrew Birkin) lei si fa anche delle domande, il che fa perdere slancio al film dopo un’elettrizzante prima metà piena di scene di battaglia vivide e aggressive. Una versione alternativa dura 158 minuti. Super 35.

La versione di Barney

Basato sull’omonimo e pluripremiato romanzo di Mordecai Richler, “La versione di Barney” è la pittoresca e toccante storia di Barney Panofsky, un uomo ordinario alle prese con una vita straordinaria.

La storia si svolge nell’arco di quarant’anni e percorre due continenti, includendo tre mogli, un padre oltraggioso, ed un affascinante quanto dissoluto migliore amico.

Barney decide di raccontare ora la sua versione della propria storia perchè il suo peggior nemico ha appena pubblicato un libro rivelazione che svela i capitoli più compromettenti del passato del protagonista: le tante e spesso oscure ragioni dietro al suo successo, i tre matrimoni, tutti e tre finiti, e il mistero ancora rrisolto della scomparsa di Boogie, il migliore amico di Barney, che si libera così dall’accusa di omicidio di cui lui stesso è il primo sospettato.

Le memorie di Barney appaiono però frammentarie e disordinate a causa dei vuoti di memoria che spesso lo accompagnano e per l’infelice abitudine di ubriacarsi in momenti cruciali.

Si entra così in un percorso instabile nei meandri della memoria che coinvolge sia chi ascolta il racconto della vita del protagonista che il protagonista stesso intento a ricordarla.

Alfredo Alfredo

Con l’aiuto di un amico, il timido Alfredo riesce a portare all’altare la ragazza che ama, la farmacista Maria Rosa. Fin dai primi giorni di matrimonio, il giovanotto comprende di aver commesso un terribile sbaglio: la moglie, possessiva ed isterica, gli rende la vita impossibile. Alfredo trova conforto nell’amicizia di Carolina, della quale s’innamora. Non è tra le cose migliori di Pietro Germi, ma contiene alcuni momenti davvero divertenti. Buona la prova di Dustin Hoffman, che aveva già lavorato in Italia nel ’68 in
Un dollaro per 7 vigliacchi
.
(andrea tagliacozzo)

Moonlight Mile – Voglia di ricominciare

Primi anni Settanta, gli Usa sono in piena guerra del Vietnam, intere generazioni di giovani mandati al fronte. Nel New England due genitori e un fidanzato (Jake Gyllenhaal) stanno per seppellire una ragazza uccisa per errore in un bar. Tutta la città è sconvolta, ma il fidanzato della vittima sembra sapere qualcosa che gli altri non sanno. A giorni si dovevano sposare e poi lavorare insieme nella ditta del padre (Dustin Hoffman), un’agenzia immobiliare e commerciale. La madre (Susan Sarandon), scrittrice, si chiude in se stessa, senza dare cenni di ripresa, mentre il padre si immerge immediatamente nel lavoro, coinvolto e coinvolgendo il nuovo socio, quello che doveva essere il genero e che ora appare come un figlio. Si rimane sospesi in una sorta di attesa, aspettando che il ragazzo vuoti il sacco e dica quello che ha dentro. Un dramma che ricorda molto
La stanza del figlio
di Nanni Moretti. L’elaborazione del lutto da parte dei genitori, che non si rassegnano alla perdita della figlia, con sensi di colpa per non essere stati un bravo padre e una brava madre. La figura del ragazzo come seconda chance, per cercare di recuperare gli errori fatti, ma proprio lui aprirà gli occhi ai due adulti. Un cast d’eccezione, ben assortito, con tre Oscar e quindici candidature a fare da richiamo, per un film scritto in maniera troppo retorica e prevedibile.
(andrea amato)

Dick Tracy

Vivace e raffinato adattamento del classico fumetto di Chester Gould, con Beatty che impersona l’eroe tutto naso e mascella. La storia è proprio esile, ma dentro c’è talmente tanto da vedere che non ci si bada: una galassia di personaggi famosi interpretano i grotteschi cattivi disegnati da Gould, gli incredibili costumi e la direzione artistica — che vinsero l’Oscar — e Madonna che canta le nuove canzoni di Stephen Sondheim (una pecca? Troppo poche). Una di queste, Sooner or Later (I Always Get My Man), si aggiudicò a sua volta l’Oscar. Da applauso la divertente interpretazione di Big Boy Caprice regalata da Pacino. Super 35.

Kramer contro Kramer

Una donna, delusa da un matrimonio che si trascina stancamente, abbandona il marito e il figlio di cinque anni. L’uomo, che fa di tutto per occuparsi del bambino cercando di non fargli pesare l’assenza della madre, trascura il lavoro e finisce per essere licenziato. Un melodramma di grande successo, ricattatorio, furbetto, ma indubbiamente ben confezionato e commovente. Premiato nel ’79 con cinque premi Oscar, due dei quali ai protagonisti, Dustin Hoffman e Meryl Streep. (andrea tagliacozzo)

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie

La Bottega delle Meraviglie del 243enne Mr. Magorium non è un semplice negozio di giocattoli, è un luogo magico in cui l’impossibile diventa reale! Ma quando l’attempato proprietario decide di affidare la Bottega alla sua assistente Mohoney, i giocattoli si arrabbiano e perdono tutta la loro magia. Per fortuna il piccolo Eric, un cliente affezionato, ha un piano per aiutare la ragazza a riportare il negozio al suo antico splendore.

Billy Bathgate

Siamo negli anni Trenta. Il giovane Billy Bathgate riesce ad entrare nella banda di Dutch Schultz, leggendario gangster newyorkese. Le cose si mettono bene e il ragazzo fa rapidamente strada. Commette un solo tragico errore: s’innamora di Drew Preston, la bellissima amante del boss. Poco amato dalla critica, il film ha il suo punto di forza nell’interpretazione di Hoffman, che giganteggia nella parte di Dutch Schultz. Bravo anche Bruce Willis, che appare in un memorabile cammeo all’inizio del film. Notevoli anche la fotografia di Nestor Almendros e l’apparato scenografico messo in piedi da Patrizia von Brandenstein, Dennis Bradford e Tim Galvin. Sceneggiatura di Tom Stoppard. (andrea tagliacozzo)

Cane di paglia

Un giovane e mite professore di matematica si trasferisce, assieme alla moglie, in un paese della Cornovaglia. Annoiata dall’eccessiva tranquillità della campagna, la ragazza comincia a civettare con quattro giovanotti del luogo che, approfittando di una momentanea assenza del marito, la stuprano. Tratto dal romanzo The Siege of Trencher’s Farm di Gordon M. Williams, il film, a prescindere dai suoi molti meriti, è diventato celebre per la sua violenza, un tema che ricorre in quasi tutti i lavori di Sam Peckinpah. Lo stile del montaggio – decisamente innovativo – è quello tipico del regista, frammentato e non necessariamente consequenziale.
(andrea tagliacozzo)

Profumo

Parigi, diciottesimo secolo. Jean-Baptiste Grenouille nasce al mercato del pesce e trascorre la sua infanzia perlopiù in solitudine e, crescendo, scopre di possedere capacità di gran lunga superiori alla norma. Capitato per caso da un profumiere sull’orlo del fallimento scopre una miriade di profumi sconosciuti e intravede la possibilità di realizzare il suo sogno: conservare tutti gli odori, anche quelli più impensabili. La sua diventa a poco a poco una vera e propria ossessione che lo porta a vivere in totale solitudine, fino alla scoperta del profumo delle donne e alla trasformazione in efferato serial-killer.

Rain Man

Alla morte del padre, il giovane Charlie apprende che l’intera eredità è andata al fratello Raymond, di cui ignorava l’esistenza. Quest’ultimo, affetto da autismo, è ricoverato in una clinica specializzata. Charlie prende con sé il congiunto sperando di ottenerne la tutela e, di conseguenza, la disponibilità dei beni familiari. Un prodotto prevedibile e un po’ ruffiano, ma indubbiamente ben confezionato, vincitore di quattro premi Oscar: film, regia, attore protagonista (Dustin Hoffman) e sceneggiatura. Tom Cruise tiene degnamente testa a Hoffman, così come fece con Paul Newman ne Il colore dei soldi . (andrea tagliacozzo)

Un sogno per la vita

Il cinema americano è abile a manipolare storia pubblica e privata, a dolcificarla, a indirizzarla per intenti patriottici, familiari, religiosi o meramente ricreativi. Ovvio che esiste anche l’altro cinema, per fortuna, come è altrettanto ovvio che il cinema «manipolato» è spesso grande cinema e grande spettacolo.

Non è il caso, purtroppo, di
Neverland, un sogno per la vita,
che Marc Forest ha ricavato da una pièce di Allan Knee, ispirata alla vita e all’opera di James Matthew Barrie, il fortunato creatore di Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere, che volava e conduceva gli altri bambini nell’Isola che non c’è, luogo dell’immaginario infantile, popolato da creature mostruose e favolose.

Anche senza scomodare Freud, già «in carriera» (siamo agli inizi del Novecento), è inutile ricordare a quanti riferimenti psicologici, sociologici, simbolici, mitologici abbia dato adito la creazione di questo personaggio-folletto; assai più, direi, che non Pinocchio o Alice.

Ma veniamo al film. Che segue la vita di Barrie, a Londra, a partire dal tiepido fiasco della sua ultima commedia. Nei giardini di Kensington, oziando alla ricerca di nuove idee teatrali, incontra i quattro figli di Sylvia Llewelyn, da poco vedova. Rimane incantato dai ragazzi, diventa loro amico, li coinvolge in giochi o partecipa alle loro fantasiose avventure come fosse un coetaneo; si traveste da pirata e commette stramberie da ritardato mentale, agli occhi dei cosiddetti normali; in realtà a poco a poco crea con loro quella che diventerà la commedia di Peter Pan, da cui deriveranno, in seguito, due romanzi. Se la vedova accetta incantata, il vicinato mormora (come si dice) e la di lei madre è ferocemente ostile, mentre la giovane moglie dello scrittore, sospettando una sbandata per Sylvia, finisce per tradirlo con un avvocato amico e poi per lasciarlo. Barrie riuscirà a metter su la commedia ideata con i suoi giovani amici, e sarà un grandissimo successo. Quasi contemporaneamente la vedova, ammalatasi di tisi, muore, lasciando tutore dei propri figli il commediografo e la madre, mentre in sala si sentono soffi di narici e, con la luce, si scorgono occhi pieni di umida commozione in molti dei presenti. Commozione facile facile, estirpata con mezzi ignobili, come si suole.

Perchè poco di quello che racconta il film corrisponde alla realtà. Per esempio Sylvia Lleewelyn non era vedova; lo diventerà soltanto nel 1907, tre anni dopo la première londinese della commedia. Suo marito detestava Barrie e ne era contraccambiato. Quanto a Barrie, sposò Sylvie (che morirà nel 1910) e divenne patrigno di quei ragazzi che, però, con gli anni, finirono col non sopportare più i suoi giochi. Di fatto era Barrie che non voleva crescere, mentre crescevano riconoscimenti, onorificenze e prebende.

Quanto ai figliastri, per una sorta di nemesi peterpanica («Morire sarà un’avventura grandissima», dice il protagonista) finirono tutti malamente: il primo morì in guerra nel 1915; il secondo, non accettando la sua omosessualità, si affogò in un lago ghiacciato con l’amico, nel 1921; un terzo infine, dopo la morte «naturale» del quarto, si gettò sotto il treno della metropolitana di Londra.

E Barrie che tipo era? Non così affascinante come il fascinoso Johnny Depp. Bassissimo di statura, aveva la voce fessa e sottile; a trentanni, nelle foto, con due folti baffi, sembra un bambino in maschera. Sempre innamorato, era tuttavia incapace di un rapporto adulto e con la moglie il matrimonio non fu mai consumato. Barrie non era un pedofilo «sublimato», come qualcuno ha potuto pensare, ma soffriva di quello che i medici chiamano pubertà ritardata; fisiologicamente aveva l’età di un dodicenne, il che, naturalmente, non gli impediva di essere un genio e un uomo generoso e affettuoso.

Non solo tutti questi dati sono alterati o falsificati a favore di un mercinomio lattemieloso di disponibilità umana e genialità creativa, di fantasia e ricostruzione storica, ma ogni possibile interpretazione delle molteplici e ambigue correlate al personaggio e al suo autore viene come azzerato dai ristagnanti buoni sentimenti in cui il regista chiude la vicenda. Poco e nulla traspare, perché il pubblico non si preoccupi; e tutto è falso, dalla leziosa gentilezza di Barrie alla dolcezza moribonda di Sylvia (Kate Winslet) all’antipatia manierata della Signora Du Maurier.

Dalle macerie si salvano soltanto la scena finale della prima teatrale e la recitazione superba di Dustin Hoffman, nel ruolo del generoso impresario teatrale Charles Frohman. Da non dimenticare inoltre il commovente straordinario interprete del piccolo Peter, tale Freddie Highmore.
(piero gelli)

Ishtar

Chuck e Lyle, scalcinati autori di canzoni e cantanti da piano-bar, ottengono un insperato ingaggio in una località del Marocco. Adescati all’arrivo da una graziosa ribelle, i due entrano loro malgrado a far parte di un intrigo internazionale. Strampalato e divertente, il film, costato quasi cinquanta milioni di dollari, fu un clamoroso e immeritato insuccesso. Ma qualche lungaggine di troppo e gli sperperi della regista non giustificano le violente stroncature che invece gli piovvero addosso.
(andrea tagliacozzo)

Tootsie

Un attore disoccupato, travestitosi da donna per ottenere una parte in un importante serial televisivo, trova il successo e diventa una «beniamina» del pubblico. Commette, però, lo sbaglio d’innamorarsi di una bella collega, mentre il padre di questa, intanto, comincia a fargli la corte. Una sceneggiatura dai meccanismi quasi perfetti e l’esilarante performance di Dustin Hoffman fanno di questo film una delle migliori commedie degli anni Ottanta. Jessica Lange vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Grande cast di contorno, in cui spiccano Charles Durning, Bill Murray e lo stesso Sydney Pollack nei panni del manager del protagonista. Esordio di Geena Davis.
(andrea tagliacozzo)

La giuria

La vedova di un uomo assassinato a colpi di pistola affida a un esperto avvocato la causa intentata nei confronti di una casa produttrice di armi, da essa ritenuta responsabile della morte del marito. Per meglio difendersi in tribunale, l’azienda ingaggia un consulente incaricato di studiare i singoli membri della giuria per cercare di influenzarli nel modo più efficace. Ma uno dei giurati è tutt’altro che disinteressato nei confronti dell’esito del processo…

Ennesimo legal-thriller tratto da un romanzo di John Grisham,
La giuria
è il quinto film di Gary Fleder, autore dell’ottimo esordio di
Cosa fare a Denver quando sei morto
e dei trascurabili
Il collezionista, Don’t Say A Word
e
Impostor.
Stavolta ai tradizionali protagonisti delle pellicole ambientate in tribunale (l’avvocato leale, il faccendiere e così via) si affiancano i giurati, coloro che dovranno decidere delle sorti del processo e, inevitabilmente, del finale del film. Anche se nel romanzo di Grisham si parlava di sigarette, il «cattivo» è stato trasformato dagli sceneggiatori in un’azienda produttrice di armi, forse perché una causa intentata contro un gigante del tabacco era già stata raccontata, e molto bene, da
The Insider
di Michael Mann. La sceneggiatura tiene a bada i colpi di scena in maniera efficace e gli attori, a partire da Dustin Hoffman (l’avvocato buono) e Gene Hackman (il consulente cattivo) svolgono il loro compito con mestiere. Purtroppo, come nel caso dei precedenti romanzi di Grisham portati sullo schermo, il film fa rimpiangere il libro e la sua maggiore accuratezza nel descrivere la psicologia dei personaggi. Un film da consigliare solo agli appassionati del genere.
(maurizio zoja)

The Lost City

Tre fratelli appartenenti a una ricca famiglia cubana vanno incontro a un differente destino, all’alba della rivoluzione che porterà al potere i «barbudos» di Fidel Castro. Il primo dirige con successo un nightclub, mentre gli altri due aderiscono segretamente alla guerriglia che sbaraglierà il dittatore Batista. L’intera famiglia, considerata fiancheggiatrice del potere ormai declinante, si vedrà costretta ad abbandonare clandestinamente l’isola c

Papillon

Henri Charrière, ingiustamente condannato ai lavori forzati nella famigerata Isola del Diavolo, tenta più volte la fuga per sfuggire a un trattamento disumano. Un film di notevole successo, tratto dal romanzo autobiografico scritto dallo stesso Charrière e diretto da un regista che tre anni prima aveva vinto l’Oscar con
Patton, generale d’acciaio
. Magnifici i protagonisti, costantemente impegnati in un tour de force psicofisico, ma è proprio la regia di Schaffner che non riesce a dare al film il respiro emozionale di cui avrebbe bisogno. Sceneggiatura di Dalton Trumbo e Lorenzo Semple Jr.
(andrea tagliacozzo)

Un uomo da marciapiede

Lasciato il paese natio, un giovane texano (Jon Voight) arriva a New York convinto ingenuamente di arricchirsi facendo il gigolò per ricche signore. Rimasto senza un soldo e senza un posto dove andare, il cowboy è costretto ad accettare l’ospitalità di uno zoppo (Dustin Hoffman) che vive di espedienti. Con l’aiuto di una coppia di eccellenti protagonisti, l’inglese John Schlesinger distrugge con spietata e tragica ironia il tanto decantato sogno americano. Ottime la sceneggiatura di Waldo Salt e la colonna sonora curata da John Barry (in cui spicca
Everybody’s Talkin’
cantata da Harry Nilsson). Film, regista e sceneggiatore vennero premiati con l’Oscar.
(andrea tagliacozzo)

Mi presenti i tuoi?

Gaylord è riuscito a entrare nelle grazie dell’inflessibile ex agente Cia Jack Byrnes. Stavolta tocca a suo padre e a sua madre passare l’esame dell’austero capofamiglia. Di fronte all’ultimo ostacolo frapposto al suo matrimonio con Pam, Gaylord si preoccupa di appianare e nascondere qualsiasi situazione imbarazzante. E ha ottimi motivi per farlo, visto che i suoi genitori sono Bernie Fotter, casalingo hippy ed emotivo e sua moglie Roz, donna eccentrica a partire dalla professione: sessuologa per anziani.

Ti presento i miei,
grande successo girato nel 2000 da Jay Roach, non poteva non generare un sequel, come si presagiva dal fatto che il primo episodio non si concludeva con il matrimonio fra i suoi protagonisti. Stavolta va in scena la famiglia Fotter, ennesima forzatura messa in atto dai traduttori di casa nostra per preservare il gioco di parole dell’edizione originale del film, in cui la famiglia si chiama Focker.

La produzione va sul sicuro e conferma in blocco il cast del primo episodio, regista compreso, regalando a quest’ultimo anche Dustin Hoffman e Barbra Streisand. Roach indirizza il film sui rassicuranti binari dell’accumulo: accumulo di star, come si è visto, di gag e di animaletti (a Sfigatto si aggiungono il bastardino Moses e il nipotino di casa Byrnes). Ne esce una pellicola collocabile a metà tra il filone demenzial-surreale e la commedia romantica.

Tutto è decisamente prevedibile. Bisogna far incontrare il rigido e quadrato papà Byrnes con i genitori di Greg? Bene, si prende il carattere del primo e lo si stiracchia al massimo nella direzione opposta, fino a ottenere Bernie Fotter (Dustin Hoffman). Si vuole avere a disposizione un serbatoio pressoché inesauribile di facili battute? Mamma Fotter (Barbra Streisand) sarà un’intraprendente sessuologa per anziani. E per chi ancora non avesse capito che Byrnes e Fotter sono antitetici e apparentemente inconciliabili, gli sceneggiatori li dotano rispettivamente di un gatto e un cane.

Le risate, in effetti, arrivano. La regia di Roach conosce i tempi comici e, pur senza incantare, confeziona alcune scene divertenti, le uniche ragioni per investire i soldi del biglietto. Dustin Hoffman è una vera sorpresa: a suo agio in camicioni rosa e sandali, forma un’affiatata coppia con una Streisand coinvolgente e quasi credibile. De Niro e Stiller funzionano bene insieme, ma questo già si sapeva. Dall’altra parte, il film perde quota a causa di numerosissime battute telefonate, inserite in una trama banale costellata di gag sessual-scatologiche. Anche chi ha riso con il primo episodio, insomma, rischia di rimanere deluso.
(stefano plateo)

Sono affari di famiglia

Adam, ragazzo abile e spregiudicato, dà un grande dispiacere al padre, l’onesto Vito, decidendo di lasciare l’università. Come se non bastasse, propone al nonno Jessie, vecchio furfante, un colpo da compiersi ai danni di un laboratorio scientifico. Una commedia multigenerazionale piuttosto deludente, anche in considerazione dei prestigiosi nomi impiegati nell’operazione. Discreta la prova di Matthew Broderick, per nulla intimidito dal carisma dei suoi ben più illustri colleghi.
(andrea tagliacozzo)