Don’t Come Knocking

Howard Spence ha conosciuto giorni migliori. All’inizio della sua carriera era una star del cinema western di serie B. Ancora oggi, all’età di sessant’anni fa uso di droghe, abusa dell’alcool e si intrattiene in futili rapporti con giovani ragazze per nascondere la dolorosa verità: il fallimento della sua carriera e della sua vita. Dopo aver abbandonato il set dell’ennesimo brutto film, decide di andare a trovare la madre ottantenne che non vede da lungo tempo. L’anziana donna  lo accoglie teneramente anche se da lui non ha ricevuto mai niente, se non una manciata di cartoline, e lo accudisce come se fosse ancora un ragazzo.

Nel frattempo, la produzione della pellicola di cui Howard era protagonista si è fermata. La società di assicurazione che tutela il film è sul piede di guerra  a causa dei ritardi causati dalla scomparsa del primo attore. Sguinzaglia allora un detective privato, Sutter, per ritrovarlo e fargli onorare il contratto. 
Ancora ospite della madre, l’attore viene a sapere che vent’anni prima una giovane donna lo aveva cercato. La madre dice di aver intuito che la ragazza fosse incinta. Howard è scosso al pensiero di avere un figlio disperso in qualche luogo sconosciuto. Howard parte alla ricerca del figlio e giunge a Butte, in Montana, dove molti anni prima aveva conosciuto una giovane cameriera: Doreen. Quest’ultima lavora ancora nello stesso bar e ha un figlio, Earl, musicista e cantante.
I due si incontrano e la donna, colei che aveva cercato l’attore a casa della madre, reagisce molto pacatamente all’improvvisa ricomparsa della vecchia fiamma. Il ragazzo rifiuta invece in toto il padre sconosciuto. Scoraggiato dall’esito dell’incontro, Howard è deciso a lasciare ancora Butte, quando dal nulla appare una ragazza di nome Sky. Ha esattamente la stessa età di Earl ed è un’altra, figlia di Howard, «prodotto» di un’altra relazione lampo durante la lavorazione dello stesso film.

Per la prima volta nella sua vita Howard prova a fare qualcosa per gli altri, tentando di riunire la sua famiglia. Il suo tentativo fallisce e l’uomo è addirittura sollevato quando Sutter lo rintraccia per riportarlo alla sua vecchia vita. La sua missione come padre è stata un fallimento ma i due fratelli potranno costruire il rapporto affettivo che perpetuerà il ricordo di Howard dopo la sua morte.

Don’t Come Knocking
non è il miglior film di Wim Wenders. I risultati visivi ed emotivi di
Paris, Texas
vincitore della Palma d’oro nel 1984, sono ineguagliabili. Eppure i due film hanno diversi punti in comune. Innanzitutto lo sceneggiatore Sam Shepard, qui co-sceneggiatore insieme a Wenders e attore protagonista. Poi la tendenza a utilizzare le emozioni suscitate dal paesaggio naturale e infine la poetica racchiusa in ogni inquadratura o movimento di camera.

Wenders e Shepard hanno lavorato a questo film per quattro anni, sia per problemi di carattere finanziario, sia perché, come spiegato dallo stesso regista, i due volevano ottenere il massimo dal soggetto di partenza. La lunga attesa ha però ripagato il regista, allorché Shepard ha espresso il desiderio di interpretare lui stesso il ruolo del protagonista, il che era ciò che Wenders desiderava. L’attore e Jessica Lange, già compagni nella vita reale, hanno inoltre potuto maturare con l’adeguata serenità l’idea di condividere il set dopo più di venti anni di separazione professionale.
Il regista di Dusseldorf  riesce a riprendere in mano le redini della narrazione di un conflitto interiore e a condurlo sui giusti binari raccontando la storia di un uomo che, vedendo avvicinarsi la fine della propria esistenza,  ha paura di non lasciare un segno e tenta di rivivere una paternità che ha sempre rifiutato, di una donna disillusa ma ancora capace di amare e di due giovani che, incontrando il padre, ritrovano una parte di loro stessi che li farà crescere e affrontare la vita con maggiori certezze e meno rabbia.

Don’t Come Knocking
riesce a parlare più con le immagini che con i dialoghi: le maestose vedute panoramiche comunicano ad alta voce grazie alla magistrale fotografia di Franz Lustig, incarnando perfettamente il senso opposto dei naufragi esistenziali dei suoi protagonisti e ispirando le riflessioni che la pellicola vuole suscitare. Tra le performance di maggiore impatto, quella della Lange nel ruolo di Doreen. L’attrice riesce ancora una volta a dare credibilità e spessore al suo personaggio con un’interpretazione coinvolgente e sincera. Nel cast è presente anche Tim Roth che, nella parte dell’agente privato assunto dall’assicurazione per braccare l’attore fuggiasco, fornisce una buona prova dopo un periodo di astinenza dal set. 
(mario vanni degli onesti)