The Million Dollar Hotel

Storia eccentrica alla Davis e Lisa di due giovani amanti mentalmente instabili, ambientata in un piccolo albergo della previdenza sociale di Los Angeles. Bono (degli U2) ha collaborato alla stesura di una sceneggiatura confusa e tortuosa che mette a dura prova la pazienza degli spettatori. Per fortuna l’acume di Wenders si riflette nella poesia figurativa, mentre Davies e la Jovovich svolgono al meglio la loro parte di protagonisti. Un aiuto alla riuscita del film viene da un colorito cast di supporto, anche se Gibson nella parte di un agente dell’FBI con il busto per la schiena sembra appartenere a tutt’altro film. Panavision.

The Opportunists

Queens, New York: Victor Kelly tenta di ricostruirsi una vita e una credibilità sociale. Con un passato da scassinatore, fa ora il meccanico. I risultati però sono decisamente modesti, e l’arrivo dall’Irlanda di un presunto cugino lo riporterà a delinquere. Ma il colpo non va come progettato… Niente di nuovo dal fronte occidentale, si direbbe, se non fosse che questa storia di esistenze balorde ha qualità che affiorano lentamente. Più che una commedia agrodolce sullo stile di Palookaville di Alan Taylor (che pure lo ricorda), The Opportunists è una favola metropolitana dallo sviluppo lento e con lieto fine: un andantino che si lascia alle spalle i luoghi comuni del genere per incentrarsi sulle atmosfere rarefatte e sui personaggi, evidentemente letterari ma efficaci e credibili. Non casualmente, tra i produttori esecutivi appare il nome di Jonathan Demme. Quanto agli attori, Christopher Walken interpreta Victor con una certa svogliatezza, ma lascia comunque trasparire – come di consueto – una grande presenza e un forte carisma. Al suo fianco, nel ruolo della fidanzata, una Cyndi Lauper lontana mille miglia dal suo passato pop. (dario zonta)

Il patriota

Non c’è regista oggi negli Stati Uniti più patriottico, enfatico ed edificante del tedesco Roland Emmerich, già autore degli imbarazzanti Independence Day e Godzilla . Questa volta, pur di tornare a cantare i valori solidi e militari che hanno reso forte e potente l’unica superpotenza mondiale, ha pensato bene di cominciare dal principio, dalla Guerra d’Indipendenza, e di confezionare così una specie di grande omaggio al Paese nel quale sente di appartenere. L’attenzione con cui riscrive le pagine storiche si riduce a una filologia tutta esteriore (concentrata giusto sulle divise dei soldati), mentre il film è in realtà un’ipocrita celebrazione delle magnifiche sorti e progressive di un paese di cui si preferisce occultare la vocazione schiavista e sciovinista. L’azione si svolge nel 1776, in Carolina del Sud: Mel Gibson, nei panni del prode vedovo Benjamin Martin, dapprima restio a partecipare alla rivoluzione e poi conquistato dalla nobile causa contro gli inglesi, incarna il tradizionale modello dell’eroe americano irriducibilmente isolazionista eppur votato all’altruismo, sulla falsariga del Gary Cooper de Il sergente York e La legge del signore . La sceneggiatura di Robert Rodat, già autore del copione di Salvate il soldato Ryan , è talmente discutibile da farci venire retrospettivamente il sospetto di aver sopravvalutato il film di Spielberg. (anton giulio mancino)