1921 – Il mistero di Rookford

Inghilterra, primo dopoguerra. Tormentata dalla morte del fidanzato, Florence Cathcart è impegnata a smascherare le teorie sul sovrannaturale, dando spiegazioni di tipo metodico e razionale. Tuttavia, quando viene chiamata a visitare Rookford, un collegio situato nella campagna, per indagare sulle presunte apparizioni di un fantasma di un bambino,
Florence si sente costretta ad accettare il compito.

Giunta a Rookford, Florence comincia a lavorare utilizzando delle trappole e cercando di raccogliere prove scientifiche. Col tempo, i segreti cominciano a svelarsi e il mistero che avvolge il fantasma del bambino si rivela essere nient’altro che uno scherzo da ragazzi. Tuttavia, proprio quando Florence si accinge a lasciare il collegio, diventa testimone di un’esperienza che sfida ogni logica. Subito dopo l’accaduto, uno dei professori, Robert Mallory, si preoccupa per lo strano atteggiamento di Florence. L’incidente l’ha lasciata confusa e spaventata, eppure la giovane donna è risoluta nel voler andare in fondo alla questione e decide così di restare a Rookford durante le vacanze natalizie, quando tutti i ragazzi tornano a casa per le festività.

Florence comunque non resta sola. Le fanno compagnia Maud, l’infermiera che per prima aveva chiesto l’intervento di Florence a Rookford, Tom, un bambino di cui i genitori non possono occuparsi durante la pausa natalizia e Mallory, tormentato dalle visioni del passato dopo aver combattuto la Grande Guerra.

Nei giorni a seguire, Florence sarà perseguitata dall’immagine sfocata del fantasma di un bambino che farà vacillare la sua determinazione e la renderà sempre più incapace di poter dare una spiegazione logica agli strani eventi che si susseguono. Man mano che il suo legame con Mallory si fa più profondo, entrambi sentono che li accomuna un forte senso di solitudine e, insieme, si preparano ad affrontare le loro paure.

Hannibal Lecter – Le origini del male

La nascita del personaggio di Hannibal Lecter: bambino alla fine della seconda guerra mondiale, Hannibal è costretto a guardare mentre dei soldati filo-nazisti mangiano la sua sorellina! Una volta cresciuto, il giovane (Ulliel), ispirato dalla zia giapponese, dà la caccia ai killer vendicandosi brutalmente. Bello ma pesante, lento e auto-referenziale, anche se non così cruento come ci si poteva attendere. Sceneggiato da Thomas Harris a partire dal suo romanzo. Ulliel non ci ricorda Alex Cox, men che meno Anthony Hopkins. Super 35.

Chicago

La Chicago degli anni Venti è fata di alcol, gangster, violenza e jazz. Una famosa ballerina di cabaret, Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), uccide sua sorella e il marito, dopo averli scoperti insieme a letto. Intanto Roxie Hart (Renée Zellweger), tradisce il marito Amos con il mobiliere Fred, che le ha assicurato di parlare di lei al proprietario di un famoso locale. Dopo un po’ di tempo Roxie capisce che Fred le ha mentito e così, in un raptus di rabbia, lo uccide. Portata in prigione, dove incontra la presuntuosa e arrogante Velma, Roxie capisce come deve giocare le sue carte per non finire impiccata e così ingaggia il grande avvocato penalista Billy Flynn (Richard Gere), bravissimo a sfruttare il sensazionalismo che provocano i giornali nei casi di cronaca. Roxie ottiene fama e successo, mentre è in carcere, ma Velma, ormai offuscata dalla bionda rivale, trama nell’ombra… Basato sul famoso musical di John Kander, Fred Ebb e Bob Fosse,
Chicago
è un film davvero completo. Intrighi di ogni genere, amore, tradimenti, seduzione, rivalità, amicizia, cinismo, ironia, sarcasmo. Tutto condito con musica e danza. Un Richard Gere in grazia di dio, che arringa in aula a tempo di tip tap, che gioca al ventriloquo con la sua assistita, che canta da vero crooner. Altrettanto brave le due primedonne, anche se nel balletto di chiusura del film danno dimostrazione lampante di fare un altro lavoro, e per fortuna. Comunque una pellicola da vedere, ben fatto e ben recitato, praticamente impeccabile, apprezzabile anche da chi non ama il genere musical. Candidato a tredici premi Oscar.
(andrea amato)

Mona Lisa Smile

Autunno 1953. Katherine Watson ottiene l’incarico di insegnante di storia dell’arte nel campus di Wellesley, nel New England. L’impatto con il prestigioso istituto non è dei migliori. Qui si formano le future mogli e madri di famiglia della borghesia americana. Le ragazze «devono» sognare l’anello di fidanzamento e non certamente l’ammissione all’università. La carriera è una prerogativa dei loro mariti. In questo clima conformista la giovane insegnante conquisterà poco a poco la fiducia delle proprie allieve, le incoraggerà a ragionare in modo indipendente e a conquistarsi spazi di autonomia. Tra le ragazze c’è Joan, in procinto di fidanzarsi e desiderosa di fare domanda d’iscrizione alla Facoltà di Legge di Yale. Giselle Levy è invece la più disinibita della classe e intreccia relazioni con uomini maturi, tra cui il professore di italiano, Bill Dunbar e il suo psicanalista sposato. Ma sarà Betty Warren, figlia di una delle più facoltose e conservatrici famiglie del paese, a dare il maggior filo da torcere alla nuova insegnante.

Mona Lisa Smile
è stato annunciato come la versione al femminile de
L’attimo fuggente
(1989). In effetti gli ingredienti che accomunano le due pellicole sono molti. Anche qui un insegnante anticonformista tenta di sovvertire le ferree regole di un istituto scolastico e si scontra con l’immobilismo della classe docente ancorata alle tradizioni. Julia Roberts come Robin Williams. Ma
Mona Lisa Smile
non commuove come
L’attimo fuggente,
che aveva più pathos, affrontava un tema delicato come quello del suicidio e scavava molto più in profondità nei drammi dei diversi personaggi.
MLS
si mantiene invece su toni più pacati, da commedia piuttosto che da film drammatico. Per metà un inno all’indipendenza delle donne e per l’altra piccolo affresco della società americana del dopoguerra. Un mondo ancora lontano dal femminismo, in cui le ragazze che si laureavano erano pochissime e la pubblicità raffigurava la donna come una perfetta massaia, accanto al tacchino o con indosso una panciera. Danneggiata da una sceneggiatura debole, la Roberts non riesce a essere trascinante come in altre passate interpretazioni e i momenti di maggior tensione emotiva sono sottolineati dagli archi della colonna sonora più che dalle battute del copione. La sensazione complessiva è quella del già visto o sentito. L’idea di fondo era interessante ed originale, occorreva però insistere di più sulle donne, il vero motore del film. I personaggi sono invece sbiaditi, poco taglienti. La colpa non è però della mediocrità degli attori ma piuttosto di quella del racconto, troppo monocorde, troppo avaro di stimoli per lo spettatore. Nessuna scena o battuta entrerà nella storia del cinema, come invece aveva fatto la celebre «oh capitano, mio capitano» de
L’attimo fuggente.
(francesco marchetti)

Surviving Picasso

Pablo Picasso usa le donne e poi le getta via, ma una giovane artista azzarda lo stesso una relazione con lui, sicura che questa volta sarà diverso. La McElhone al suo esordio è molto brava nella parte della “vittima” compiacente, ma è la prova carismatica di Hopkins nel ruolo dell’egocentrico artista che ne fa un film da vedere. Bisogna però essere disposti ad accettare la mancanza di accenti europei, nonché l’assenza di vere opere di Picasso.