Domenica

L’ispettore Sciarra è malato terminale. Al suo ultimo giorno di servizio deve condurre all’obitorio una bambina, per farle riconoscere il cadavere del suo presunto stupratore. I due si perdono e si ritrovano più volte nei meandri di Napoli. Uno spunto simile a quello de Il ladro di bambini, con una scelta di messa in scena debitrice alla Napoli di Martone. Ma non basta nascondere il sole per andare contro lo stereotipo, e l’impermeabile mitchum-caccioppoliano di Amendola – quasi parodistico – sembra l’emblema stesso del film. Che certo non aveva ambizioni «sociali», ma tantomeno riesce a essere un melodramma. Wilma Labate si aggira per una Napoli più smorta che astratta, dirige male gli attori (specie la bambina) e rimane vittima di una sceneggiatura artificiosa, con flashback pleonastici, dialoghi improbabili e svolte narrative che si intuiscono con mezz’ora di anticipo. Non fosse per il Cinemascope,
Domenica
si potrebbe scambiare per una fiction televisiva qualsiasi. Volenteroso Amendola, intensa e sacrificata Annabella Sciorra.
(emiliano morreale)

Domani

Cacchiano, nella cui chiesa si trova una Madonna incinta del Beato Angelico, è uno dei paesi umbri rimasti vittime del terremoto. Nei giorni della ricostruzione seguiamo le vicende di un consigliere comunale e dei suoi parenti, che dividono il container con un’altra famiglia. E poi la storia d’amore tra la maestra e il restauratore, le incomprensioni tra compagne di classe, la solidarietà e i conflitti… Francesca Archibugi, regista educata e perbene, è affetta in sommo grado da uno dei vizi capitali del nostro cinema: l’assenza di curiosità. Il suo immaginario ha un’estensione circoscrizionale: in Domani , pur animata dalle migliori intenzioni e senza ombra di sciacallaggio, si limita a rimettere in scena il microcosmo di Mignon è partita (il suo film migliore, il più sensuale). Anziché piazza Melozzo c’è un container, ma per il resto non manca niente: i bambini che ci guardano, le mamme comprensive in crisi, le maestre sfortunate in amore, l’arrivo dell’adolescenza.
E se la pellicola respira negli esterni fotografati da Bigazzi (la Archibugi ha uno sguardo pulito, mai volgare), crolla negli interni, con Baliani-Muti-Mastandrea. Il film è ispirato ai temi di alcuni bambini delle zone terremotate, ma lo «svolgimento» è corretto e noioso, da prima della classe. (emiliano morreale)