Il principe di Homburg

La critica salutò questo adattamento del capolavoro di Heinrich von Kleist come una rinascita di Bellocchio dopo il periodo psicanalitico segnato dal sodalizio con Massimo Fagioli. Qui il regista non compie affatto una lettura psicanalitica del testo, ma semmai torna indietro, a scoprire nel romanticismo le radici di inquietudini che poi saranno della psicanalisi (e nostre). Dopo aver prosciugato il testo (che è un classico/anticlassico, inconciliato e attratto dall’horror vacui come contraltare della giovinezza), fa pronunciare a un attore protagonista volutamente impacciato battute a velocità vertiginosa, come se fosse sperduto (anzi – letteralmente – sfuocato). I nobili temi del conflitto tra individuo e dovere e della responsabilità individuale non hanno nulla di moralistico; anzi si collocano in un ambito pre-morale, tra luci e ombre, tra potenze oscure come il Leviatano o come il Dio di Isacco. E tutto sfocia nelle agghiaccianti sequenze della guerra, che non si vede mai: basta un polverone in una radura, o alcune gigantesche ombre di cavalieri proiettate su una parete. (emiliano morreale)

Le conseguenze dell’amore

Titta Di Girolamo
(Toni Servillo)
è un uomo laconico, solo e misterioso. Da otto anni vive nel bell’albergo di un’anonima cittadina della Svizzera italiana. Passa le giornate al bar, fumando e annotando propositi per il futuro in un block notes, attirando la curiosità della barista
(Olivia Magnani).
La sera, gioca a carte con una coppia di attempati nobilotti rovinati dal gioco e passa le notti insonne, ad ascoltare i vicini di stanza. Otto anni così, assorbito in un’atroce e metodica ripetizione che lo ha inaridito: paga puntuale ogni primo del mese, da 24 anni si fa di eroina una volta a settimana, e una volta l’anno si fa sostituire tutto il sangue. Fa anche altro: ogni tanto porta in una banca valigie con milioni di dollari che fa contare a mano dai dipendenti perché «non vuole smettere di avere fiducia negli uomini». Nulla sembra incrinare l’edificio cinico del suo ordine. Ma il Caso opera le sue rivoluzioni con i fatti più semplici, come la replica piccata della barista che lui ignora e non saluta da due anni.

Così, per un uomo che si è autoesiliato dal mondo (perché tanto «fuori non c’è niente»), privo d’immaginazione e alieno ai cedimenti emotivi (perché teme le conseguenze dell’amore), per il suo effimero equilibrio con cui protegge un segreto inconfessabile, l’incontro con una ragazza ordinaria – che nulla ha da offrirgli se non la remota possibilità di un amore improbabile (che lui non sa costruire e prova a comprare con una decappottabile di lusso) – rappresenta un detonatore dalle conseguenze tragiche. Tragiche perché la vita di Titta non gli appartiene più: dieci anni prima era un commercialista che investiva in borsa, e dopo una transazione sfortunata per Cosa Nostra è stato confinato in quel limbo a riciclare il loro denaro sporco, perdendo la famiglia e il futuro.Tragiche perché Titta è un idealista timido ma coerente che vuole riappropriarsi della sua vita: sfida Cosa Nostra per fuggire con la barista, e quando lei non verrà (un altro tranello innocente del Caso), poiché non crede alla sfortuna («è un’invenzione dei falliti e dei poveri») si erge a beffardo riparatore di torti (omaggia i nobili decaduti dei milioni che aveva sottratto ai mafiosi per rifarsi una vita con la ragazza) e trova il coraggio di andare incontro a una morte rocambolesca.

In un mondo in cui non ci sono eroi e morali, il riciclatore, che vive in una terra di mezzo (non si può dire che sia un drogato ma ha a che fare con la droga, non è un mafioso ma la fiancheggia), non può salvare nessuno e nemmeno se stesso se non, forse, morendo addirittura per vecchi e desueti ideali come l’amore e l’amicizia perenne (commovente la speranza finale che il suo amico d’infanzia, tecnico dei piloni della luce in Trentino, ogni tanto si immalinconisca pensando a lui).

Una storia pura e lineare, costruita come un teorema geometrico, che (r)innova la fiducia nell’amore malgrado le sue imprevedibili conseguenze. Fluida la regia di Sorrentino (abile con poco a rendere il senso di attesa nel vuoto) e strepitoso Servillo, che sa offrire il ritratto di un perdente tremendamente umano nel suo orgoglio. Da vedere.

(salvatore vitellino)

Un viaggio chiamato amore

Non ha avuto una vita facile Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo. Ha visto la madre tentare il suicidio, è stata violentata da un collega che è stata obbligata a sposare, le hanno portato via il bambino che non vede da vent’anni… Una esistenza movimentata, una cerchia di amicizie illustri, di amori famosi, una vita intellettuale vivacissima. Legge le poesie di Dino Campana. Gli scrive. E decide di incontrarlo nel paesello toscano dove lui passa per matto. Lei è una splendida quarantenne, lui ha dieci anni di meno. Scoppia una passione travolgente, folle, delirante, violenta e tenera. Fino alla invitabile conclusione.
Michele Placido firma la regia di questo film che ha per protagonisti due belli del cinema italiano in un periodo di gloria: Laura Morante e Stefano Accorsi (Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2002 come miglior attore). Una storia d’amore forte che, però, non riesce a coinvolgere né tantomeno ad appassionare, con i suoi flash-back e le incursioni nella guerra in bianco e nero. Troppa carne al fuoco, forse. La guerra, la cultura, il femminismo, la passione, la malattia, il nuovo secolo… Un film pretenzioso, insomma. Sempre brava Laura Morante, ma Accorsi convince poco con la sua recitazione sempre sopra le righe e francamente poco espressiva.