Frida

Nel 1925 Frida Khalo, a 18 anni, rimane vittima di un incidente stradale e le ferite che riporterà le cambieranno drasticamente la vita. Questo film, prodotto dalla stessa Salma Hayek, messicana come la pittrice scomparsa nel 1954, è la storia della vita di una donna forte, compagna del grande pittore messicano Diego Rivera e amante di Leon Trotsky. Dei suoi eccessi femministi, della sua bisessualità, della sua sofferenza fisica e della sua arte. Un personaggio scoperto dal grande pubblico solo negli ultimi anni, ma che ha influenzato la prima metà del secolo. Soprattutto in America Latina. Il film è tratto liberamente dall’omonimo libro di Hayden Herrera, pubblicato in Italia da La Tartaruga Edizioni. Un film biografico, con qualche visione surreale della regista Julie Taymor, che ha voluto interpretare a suo modo il pensiero della Kahlo: immagini oniriche, pittura che si confonde con la realtà, drammi vissuti in ambienti senza concezioni spazio-temporali. Un tocco registico azzardato, ma coraggioso e originale. Buono il cast, al completo, e ottimo il lavoro delle scenografie e dei costumi. Da vedere, se non altro per conoscere meglio Frida Kahlo e per apprezzare una convincente Salma Hayek.
(andrea amato)

Terra di confine – Open Range

Far West, 1882. Nelle sconfinate praterie verdi con le montagne bellissime a far da cornice, tre uomini e un ragazzo vivono la loro vita tra vacche, cavalli e un cagnolino. Vivono nella natura, dove quando piove si annega nel fango e dove quando il cielo è limpido è tutto tempestato di stelle, e lontano il più possibile dalla città. Che poi è una strada sterrata e quattro case con un’altra in costruzione… I quattro sono mandriani. Vanno per conto loro. Randagi. Liberi. Vivono e lasciano vivere. Con una loro onestà di fondo. E la cosa non piace allo sceriffo e ai suoi scagnozzi che si sentono padroni della prateria… Primi sgarri. Pestano uno dei quattro. Poi lo ammazzano e riducono il ragazzino in fin di vita. E allora i due, Boss e Charlie, si scatenano. Vanno in città per fare giustizia…
Kevin Costner interpreta, dirige e produce un film western vecchio stile, con tutti i «pezzi» al posto giusto. I buoni, i cattivi, lo sceriffo, il medico, il barista del saloon, la prigione, la donna del cow-boy. Bello. E divertentissimo. Costner, si sa, ama la natura e i vecchi miti Usa. Qui la natura è garantita, grandi spazi, tanto verde, cavalli che corrono, fiori, tramonti, nuvoloni… Le praterie sono quelle dell’Alberta, in Canada, le montagne sono le Montagne Rocciose a ovest di Calgary, sempre in Canada, luoghi selvaggi e dall’acceso difficilissimo tanto che la produzione del film ha dovutto costruire una strada per poter cominciare le riprese. Il vecchio mito, romantico, è quello del West. Con questi uomini rudi che uccidono nel nome della Giustizia e dell’Onore (ma anche della santa vendetta), con il loro passato misterioso (da nascondere? da rimuovere?), con la loro vita comunque difficile. Ebbene qui quel vecchio West c’è tutto. Kevin Costner, uomo rude (per la verità quasi sempre con un’espressione sola…) con qualche fantasma del passato che ancora lo angustia, e il suo capo Boss, un uomo vecchio, il grande Robert Duvall, giusto, saggio a modo suo, con i piedi per terra e le mani che ben sanno maneggiare pistole e fucili. Con un andamento che, almeno all’inizio, è lento si snodano le vicende dei buoni e dei cattivi parallelamente alla storia d’amore tra il cow-boy e la bella Annette Benning. E grande sceneggiatura: fotogramma dopo fotogramma, i due protagonisti e i loro avversari sciorinano pillole di buon senso, ma anche tanta retorica, tanti luoghi comuni, tante cose che sembrano fuori dal tempo… Ma che divertono assai. Perché, mentre il film scorre, ci si domanda se Costner abbia voluto fare (anche) una parodia della sua vecchia passione… E se non fosse così? (d.c.i.)

Terminal

Viktor Navorski
(Tom Hanks)
giunto all’aeroporto
JFK
di New York, scopre che durante il volo la sua patria, la
Krakozhia,
è stata oggetto di un colpo di stato. Il direttore dell’aeroporto, Frank Dixon
(Stanley Tucci),
constata una «falla» nel Regolamento aeroportuale: Viktor è cittadino di uno Stato che non c’è più. Non può essere detenuto perché non ha compiuto alcun reato, ma non può neppure varcare le porte del terminal, perché il suo passaporto non è più valido. Comincia così la divertente odissea dell’uomo (che non parla che poche parole di inglese) costretto a vivere all’interno della sala arrivi internazionali per oltre nove mesi, fino al prevedibile lieto fine. Durante questo periodo Viktor saprà farsi apprezzare per la sua onestà e bontà d’animo dai dipendenti dello scalo – che provengono dai quattro angoli del mondo – e si innamorerà di una bella hostess, Amelia Warren
(Catherine Zeta-Jones),
vogliosa ma incapace di sciogliere il suo legame con un uomo sposato.

Basato sulla vera storia di un rifugiato iraniano che soggiornò anni nell’aeroporto
Charles De Gaulle
di Parigi in attesa di un visto,
Terminal
segna il passaggio di Steven Spielberg dalle parti della commedia sentimentale. Un genere che non ha mai saputo maneggiare con l’irraggiungibile maestria dimostrata in altri campi, come quello dell’avventura
(Indiana Jones),
della fantasia
(Incontri ravvicinati, E.T., A.I.),
della storia
(Schindler’s List, Amistad, Salvate il soldato Ryan).

Occorre dire che, se non fosse stato diretto dal genio di Cincinnati,
Teminal
avrebbe spuntato un giudizio più benevolo. Tom Hanks – improbabile nella parte dello slavo – rimane un bravo attore e lo dimostra, riuscendo a sostenere l’intera durata della pellicola con la sua mimica e una gestualità appesantita da qualche chiletto di troppo. Zeta-Jones piange piange piange (avrà versato più lacrime lei o Demi Moore in
Ghost?)
Il resto del cast è formato da buoni caratteristi che però non donano alla vicenda quella coralità che avrebbe dovuto alleggerire un po’ il
one man show
di Hanks. Il messaggio sociale, che non manca mai nei film di Spielberg, è scontato, anche se è lodevole l’intento di ambientare la commedia nell’aeroporto probabilmente più sottoposto a vessatorie quanto indispensabili misure di sicurezza del mondo. Un po’ come girare un film di barzellette in un carcere di massima sicurezza. Neppure ci è parso originale il misterioso motivo che spinge il prode Viktor a imbarcarsi nell’assurda vicenda. Non sveliamo nulla per non togliere il gusto a nessuno ma ci si creda sulla parola.

Terminal
è un film divertente che strappa sorrisi ma non ammirazione, Un buon diversivo per trascorrere in serenità qualche quarto d’ora, nulla più. Distante un bel pezzo da
Frank Capra
e il suo cinema dei buoni sentimenti a cui forse è ispirato. Non si può essere maestri in tutto.

(enzo fragassi)

Y tu mamà también – Anche tua madre

Due ragazzi con la fissa del sesso si fanno una scorribanda in automobile con una donna più grande, sposata con un loro cugino, e alla fine portano a casa molto più di ciò che avevano previsto. Un “road movie” con qualche peculiarità, alternativamente chiassoso e malinconico, con pensieri subliminali (e non) al desiderio, al destino, alla politica, al sesso e ad altro. Una nomination agli Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale.