Io non ho paura

Basilicata, 1978. La torrida estate del 1978. In un paesino dimenticato da Dio, con solo cinque nuclei familiari, i bambini si inventano giochi tra le case e la sterminata campagna di grano. Giochi inventati, fantasie che si confondono con la realtà per ammazzare la noia. Michele ha dieci anni e attraverso i suoi occhi si scopre il mondo. Un incredibile segreto stravolgerà la sua vita per sempre. Un segreto in fondo a un buco. Diventerà adulto in pochi giorni, spinto dalla curiosità, talmente forte da prevalere sulla paura. Michele non capisce cosa sta succedendo, non capisce i grandi e le loro azioni. Ancora una volta la fantasia cerca di rassicurarlo, ma la realtà è ben diversa e ben più cruda. Al suo undicesimo film Gabriele Salvatores fa bingo. Probabilmente la pellicola più bella del regista milanese, premio Oscar nel 1991 per
Mediterraneo.
Salvatores rasenta la perfezione quasi in ogni aspetto: la fotografia è mozzafiato, i colori sorprendenti e azzeccati, soprattutto quando si vuole calcare la mano sulla grande differenza tra il mondo esterno e il buco, simbolo della paura, della morte: il non luogo, una sorte di passaggio in un’altra dimensione. Le musiche perfette, calzanti, che accompagnano ogni gesto, ogni azione, ogni pensiero del piccolo protagonista. Il montaggio molto curato come al solito, ma questa volta pulito e non sperimentale. I costumi selezionati, realistici e precisi. E poi il testo. Il libro di Ammaniti era già splendido, ma Salvatores ha avuto la grandezza di lasciare la sceneggiatura in mano allo scrittore e questa è stata, forse, la scelta più azzeccata di tutto il progetto. I bambini così bravi e veri, mentre Abatantuono, per una volta, fa il cattivo. Alla grande, come sempre. Assolutamente da non perdere.
(andrea amato)

Viuuulentemente… mia

Un poliziotto riesce a gabbare una finanziera, resistendo in modo impeccabile ai suoi corteggiamenti. Ma, come premio, viene trasferito in Barbagia. Buon per lui, ci sarà però un lieto fine. Purtroppo niente di simile a Eccezzziunale…veramente. Si salva Abatantuono, che in pratica ripete sempre le sue gag. Un film che, non avendo nulla da dire, non poteva far altro che riuscire noioso dal primo all’ultimo minuto.

Puerto Escondido

A Milano, un impiegato di banca assiste a un omicidio. L’autore del misfatto, un commissario, cerca di ucciderlo. Per evitare che il poliziotto ci riprovi, il bancario decide di lasciare l’Italia e si trasferisce in Messico. Rimasto senza soldi, l’uomo impara l’arte di arrangiarsi da due connazionali. Salvatores torna sugli stessi temi (primi su tutti quello della fuga e del viaggio) che hanno fatto la fortuna dei suoi film precedenti (Marrakesh Express, Tournée e Mediterraneo), forse con meno originalità e brillantezza. Comunque, una commedia piacevole sorretta da un Diego Abatantuono in ottima forma e dai guizzi di Claudio Bisio.

L’abbuffata

In un piccolo e suggestivo borgo calabrese, un gruppo di quattro giovani amici decide di girare un film e in questo modo sconvolgere la vita della cittadina. Dalla banda del paese al cinico regista “guru” (Diego Abatantuono) ritiratosi a vita da eremita, dalle zie che aspettano ancora l’amor al professore d’inglese (Nino Frassica), dal parroco alla barista (Donatella Finocchiaro), per finire alle stelle del mondo del cinema, al di là dei confini della Calabria, tutti rimangono coinvolti dall’energia, dalla magia e dalla semplicità con cui i quattro ragazzi vogliono costruire un presente e un futuro diverso. E per la grande stella (Gérard Depardieu) che ha accettato generosamente di atterrare in Calabria, in compagnia della fidanzata (Valeria Bruni Tedeschi) per girare il loro film, i giovani amici con l’aiuto di tutto il paese prepareranno una grande festa.

Mari del Sud

Il giorno prima di partire per le vacanze in un’isola tropicale, il manager Alberto scopre di essere stato truffato dal suo consulente finanziario e di non avere più una lira in banca. Per evitare la figuraccia con amici e colleghi decide di nascondersi per due settimane in cantina con tutta la famiglia. Diego Abatantuono è sempre una sicurezza e questa volta è spalleggiato da una grande e convincente Victoria Abril (la preferita di Almodovar). Il film è abbastanza semplice e in alcune parti prevedibile, ma nessuno aveva le pretese del capolavoro. Almeno così si spera. Una commedia divertente, stile Chevy Chase in Christmas Vacation , in cui il cast salva il tutto. Bravi anche i giovani attori: Giulia Steigerwalt (Come te nessuno mai ) e Stefano Scandaletti, famoso per la pubblicità di un’aranciata. (andrea amato)

Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me

Riprendono le avventure dei tre incalliti tifosi Donato (il milanista), Tirzan (lo juventino) e Franco (l’interista). Donato ha passato tutto questo tempo sull’isola di Ibiza e solo oggi decide di tornare nella sua amata Milano. Qui trova una situazione inaspettata: Ginevra, la sua fidanzata di un tempo, gli confessa di aver avuto un figlio da lui che, sfortunatamente per Donato, è uno sfegatato ultrà interista.
Tirzan invece ha passato gli ultimi vent’anni in un letto d’ospedale, a causa di un incidente stradale occorsogli mentre era alla guida del suo camion. Risvegliato dal coma non si ricorda più nulla, neanche della sua Juventus. Ritrova però la bella Nunzia, sua moglie, che nel frattempo si è legata all’uomo coinvolto vent’anni prima nell’incidente di Tirzan. Colpito da un pallone, riacquisterà la memoria.
Franco l’interista è sommerso dai debiti a causa della sua passione per il gioco. Il bar di cui è proprietario è preda dei creditori ma un giorno, durante una trasferta a Zurigo, scambia la propria valigia con quella di un malavitoso. All’interno trova centocinquantamila euro, cifra sufficiente a rimetterlo in piedi. Ma la mafia rivuole i suoi soldi e, per non finire con le scarpe di cemento, Franco dovrà scendere a patti con i boss.
Alla fine ce l’hanno fatta. Diego Abatantuono insieme a Carlo ed Enrico Vanzina, già autori del primo episodio, resuscitano un classico della commedia italiana realizzando un sequel di tutto rispetto. Un film comico all’italiana in senso tradizionale, non volgare e non sempre brillante ma dalla battuta puntuale e verace, esaltata da storpiature e sbeffeggiamenti calcisticamente corretti che si snodano lungo tutta la durata della pellicola. La sceneggiatura gioca molto su alcuni elementi e caratterizzazioni presenti nel primo Eccezzziunale (la situazione «sentimentale» da tifoso e non di Donato e i problemi di soldi di Franco, per esempio) e ne rimescola le carte nell’impostazione del nuovo episodio: i tifosi sfegatati e burloni sono ora i milanisti interpretati dal quartetto comico i Turbolenti, nessuno dei quali dimostra di essere un grande attore (nel primo episodio, invece, gli sfegatati e burloni erano gli interisti Abatantuono, Conti, Teocoli e Boldi, questi ultimi due oggi rimpiazzati da Mauro Di Francesco e, miseramente, da Raffaello Tonon), mentre ora al centro di un triangolo amoroso si trova l’ex camionista Tirzan che, risvegliandosi dal coma, ritrova la formosa moglie Nunzia, Sabrina Ferilli, accanto a un altro uomo (nel primo episodio era invece Donato a trovare l’amore in Loredana, fidanzata di Sandrino, smemorato capo ultrà interista, ora patrigno del figlio di Donato).
Un gioco ben riuscito e sapientemente dosato dai tre sceneggiatori, senza eccessivi colpi d’ingegno, qualche banalità del tutto concessa e una chiusura scontata ma dal sapore antico. Diego Abatantuono, ancora una volta uno e trino, non delude riprendendo un personaggio ormai sepolto nel suo passato (e qualche palata anche lui gliela aveva data) ma è chiaro, anche da questa prova, che ormai i ruoli che meglio interpreta sono quelli meno grotteschi: nel nuovo Eccezziunale gli calza perfettamente il personaggio di Franco, mentre è meno convincente in quello di Donato Ras della Fossa. Al tempo fu il contrario. Viuuulenza!!! (mario vanni degli onesti)

I mostri oggi

In sedici episodi caustici, vengono parodiati tutti i vizi, le debolezze e le paure dell’Italia contemporanea. Perché passano gli anni, passano i decenni ma i difetti che affliggono l’Italia sono sempre gli stessi, qui illustrati in episodi divertenti, amari, grotteschi, fulminanti: cinismo, avidità, indifferenza, falso perbenismo, cialtroneria, vanità e via “difettando”.

Ciascun episodio, di durata e struttura diverse, ruota intorno a delle figure centrali, in genere caricaturali, che saranno interpretate da tre attori principali (Diego Abatantuono, Giorgio Panariello e Claudio Bisio), i quali compariranno sia alternativamente che insieme, così come in altri episodi con Sabrina Ferilli, Angela Finocchiaro, Carlo Buccirosso e molti altri ancora…

In barca a vela contromano

Massimo ha i legamenti crociati da risistemare. Si fa ricoverare nel reparto di ortopedia di un ospedale romano. L’impatto è duro: Carlo l’infermiere fa il ducetto, Gigi, il vicino di letto da quattro anni in ospedale lo angoscia con racconti del terrore su medici, malati e infermieri, Wanda, la caposala, non disdegna né un medico, né un paziente… Massimo, in realtà, è un laureato in Medicina disoccupato. Il suo amico Cupreo, l’ortopedico che ha fatto carriera sposando la figlia del primario, vuole che smascheri per conto della direzione sanitaria una truffa. Carlo, Gigi e Wanda, nel giro di sei mesi, hanno «venduto» 22 letti ad altrettanti malati in lista d’attesa. Spaventando con i loro racconti i malati in procinto di essere operati, li inducevano a dimettersi e a lasciare il posto a qualcun altro. Ma non sono gli unici personaggi disonesti del reparto. Anzi…

Stefano Reali, al suo secondo film, ha tratto l’idea per questa denuncia di malasanità e meschinerie da un episodio che gli accade qualche anno fa. Ne aveva già tratto una piéce teatrale, Operazione. Gradevolissima commedia, che in realtà commedia non è. Perché si ride, è vero, grazie a dialoghi serrati e divertenti, ma di fondo spiccano amarezza e dolore. E poi i rapporti umani. Il paziente e l’infermiere. Il paziente e la caposala. La caposala e il medico. Il giovane medico e il primario… Ritratto dolceamaro (molto veritiero) della vita in corsia, un po’ come metafora di quello che sta fuori dall’ospedale. Proprio bravo, oltre che simpatico, Valerio Mastandrea ingenuo (ma non del tutto perché anche lui fa il doppio gioco) ma fondamentalmente onesto. Che deve vedersela con un altrettanto bravo Antonio Catania, nei panni di un malato «allettato» da anni, presunto capo della gang, che vive in carrozzella senza lacrimosità né caricature scontate. Buono il cast con bravi caratteristi, ottime le battute, forse qualche giravolta di troppo nella sceneggiatura cui ha messo la penna anche Diego Abatantuono.

Fantozzi contro tutti

Terza puntata della serie, diretta da Paolo Villaggio in collaborazione con Neri Parenti (che sarà il regista dei successivi quattro episodi). Nella società dove da anni lavora senza sosta il ragionier Ugo Fantozzi, viene nominato Direttore Totale un maniaco dello sport. Questi obbliga tutti i dipendenti, nessuno escluso, a partecipare a una massacrante corsa ciclistica. Diretto alla meno peggio e slegato nella narrazione, ma ricco di gag divertenti. (andrea tagliacozzo)

2061 – Un anno eccezionale

2061. In seguito a una tremenda crisi energetica dovuta all’esaurimento delle scorte petrolifere, il mondo è piombato in una sorta di Medioevo. L’Italia è un paese disunito, multietnico, quasi pre-risorgimentale: al nord è nata la Repubblica Longobarda difesa da un muro altissimo; nella Repubblica Popolare della Romagna la tassazione è al 100 per cento ma abbonda la benzina; la Toscana è tornata a essere un Granducato dove le fazioni dei Della Valle e dei Cecchi Gori lottano per il potere; al centro è rinato lo Stato Pontificio, un regime integralista dove domina l’Inquisizione; al sud regna il Sultanato delle due Sicilie dove le temperature oscillano tra i 32 e i 54 gradi. Da qui, un gruppo di avventurosi patrioti capitanati da un istrionicoProfessore (Diego Abatantuono), intraprende un viaggio grottesco e picaresco, con lo scopo di unirsi alla resistenza e con la “mission imbossible” di arrivare a Torino per rifare l’Italia.

Nel continente nero

L’italiano Alessandro (Salani), giovane manager, parte per il Kenia dove il padre, che non vedeva da più di vent’anni, è morto in un disastro aereo. Il giovanotto si ritrova poi impossibilitato a tornare in patria, almeno fino a quando non avrà estinto l’ingente debito contratto dal genitore nei confronti dell’ex socio, lo scaltro Fulvio Colombo (Abatantuono). Tentativo poco riuscito di recuperare la cattiveria della classica commedia all’italiana. Il film inizia discretamente, poi si perde rapidamente per strada. Abatantuono è bravo, ma strabordante.
(andrea tagliacozzo)

Amnèsia

Tre storie che si intrecciano sull’isola più trasgressiva e trendy del mondo, Ibiza. Sandro (Diego Abatantuono) è un produttore di film porno e riceve la visita di sua figlia diciassettenne (Martina Stella). Tra i due non c’è un gran rapporto, ma una notizia e un imprevisto li farà avvicinare. Angelino (Sergio Rubini) gestisce un bar sulla spiaggia e desidera fare tanti soldi per mettere su famiglia. Per caso si imbatte in quattro chili di cocaina purissima e nel cercare di piazzarla si mette nei guai. Xavier (Juango Puigcorbè), invece, è il capo della polizia locale, vedovo, alle prese con un figlio irrequieto (Ruben Ochandiano). Senza rovinare i tre finali, si può solo dire (per bocca di Gabriele Salvatores) che: «Nessuna cosa è solo buona o solo cattiva». Il «gruppo vacanze» della premiata ditta Salvatores-Abatantuono sceglie ancora una volta un’isola del Mediterraneo, ma dopo l’atmosfera leggera e poetica di una Grecia di mezzo secolo
(Mediterraneo),
si piomba in una Ibiza psichedelica e frenetica di inizio millennio.
Amnèsia
è un film divertente, con un buon ritmo e un montaggio accattivante. A metà tra il videogame e il videoclip, Salvatores mescola sapientemente le tre storie, con giochi registici molto funzionali. Con leggerezza, poi, affronta lo scontro generazionale tra padri e figli. Proprio i due attori più giovani dimostrano già un talento notevole. Per i veterani nulla da dire, una prestazione assolutamente convincente.
(andrea amato)

I fichissimi

Come quasi in ogni film di Vanzina la trama rasenta la banalità: un posteggiatore si innamora della sorella del suo peggior nemico (Abatantuono) che nei suo confronti fa scoppiare la “viuuulenza” tipica del meridionale scalmanato interpretato da Diego Abatantuono. Ma proprio Abatantuono, con le peculiarità del suo personaggio, in mezzo a tanta retorica, riesce a portare una ventata di ironia e di sostanziale creatività a un film che altrimenti ci saremmo già dimenticati. Non a caso, per le gag di Abatantuono, questa pellicola fu un grosso successo al botteghino.

Turné

Amici di vecchia data, gli attori Dario e Federico partono per una lunga tournée teatrale. Quest’ultimo ha dei seri problemi con Vittoria, la sua ragazza, e sul palcoscenico non riesce a rendere come dovrebbe. Dario, che di Vittoria è diventato l’amante, non trova il coraggio di confessare il tradimento all’amico. Il migliore dei film realizzati da Gabriele Salvatores. Gli attori sono in stato di grazia e la sceneggiatura scritta da Francesca Marciano, allo stesso tempo malinconica e divertente, non perde un colpo. Peccato che il regista in seguito si sia perso per strada.
(andrea tagliacozzo)

Il pap’occhio

Papa Giovanni Paolo II incarica Arbore e la sua sgangherata banda di amici comici di allestire una televisione vaticana. Non eccelso, ma latore di un umorismo “low-fi” dispensato da alcuni — allora — giovani comici (molti dei quali destinati a carriere scintillanti). Per amanti del genere.

Eccezzziunale… veramente

Abatantuono superstar, qui impegnato in tre personaggi: Donato, capo degli ultrà del Milan obbligato però a rinnegare la sua fede calcistica per amore della fidanzata; Franco, tifoso interista sempre nei guai con la moglie e vittima di scherzi e scommesse iellate; e Tirzan, scalmanato camionista jueventino che per seguire la sua squadra si fa pure rubare il camion a Parigi. Vanzina crea personaggi riuscendo a disegnare lo spaccato di un’Italia cialtrona, ma comunque simpaticamente genuina. E lo fa grazie a un’interpretazione di Diego Abatantuono che qui crea definitivamente un’icona del cinema italiano: quella di un grande comico con trovate, modi di dire e battute ancora oggi irresistibili.

La cena per farli conoscere

Già nel cast di numerosi b-movie, Sandro Lanza (Diego Abatantuono) è un attore di soap opera sul viale del tramonto. Sottopostosi a un intervento di chirurgia plastica per compiacere un’attricetta con cui ha una relazione, si ritrova sfigurato, con un occhio spalancato che è costretto a celare sotto occhiali scuri per evitare il ridicolo. Licenziato dalla produzione della soap, inscena un finto suicidio. In ospedale viene raggiunto dalle tre figlie (Violante Placido, Vanessa Incontrada e Inés Sastre), avute da donne diverse e tutte e tre infelici, ognuna per ragioni diverse…

Avati prende spunto da una leggenda metropolitana (una pausa forzata che Ugo Tognazzi avrebbe dovuto imporsi dopo un intervento estetico finito male) e ritrova i toni amarognoli e malinconici che gli sono cari per raccontare il declino di un attore. Ma poi finisce per prendersela con la televisione ei reality e perde l’occasione di offrire ad Abatantuono (finalmente senza barba e straordinariamente in parte) l’occasione per raccontare davvero la miseria umana di un certo ambiente “artistico”.

Gli amici del bar Margherita

Bologna, 1954. Taddeo (Pierpaolo Zizzi), un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua. Con uno stratagemma, il giovane diventa l’autista personale di Al (Diego Abatantuono), l’uomo più carismatico e più misterioso del quartiere. Attraverso la sua protezione, Taddeo riuscirà ad essere testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della entra îneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi), aspirante cantante e vittima di uno scherzo atroce; delle follie di Manuelo (Luigi Lo Cascio), ladruncolo e sessuofobo; delle cattiverie di Zanchi (Claudio Botosso), l’inventore delle cravatte con l’elastico; delle stranezze di Sarti (Gianni Ippoliti), vestito giorno e notte nel suo smoking e campione di ballo. Pernon parlare del contesto dove Taddeo vive con mamma (Katia Ricciarelli) circuita dal medico di famiglia e il nonno (Gianni Cavina) che perde invece la testa per una prosperosa maestra di pianoforte (Luisa Ranieri). Ma alla fine, Taddeo che tutti chiamavano “Coso” ce la farà ad essere considerato uno del Bar Margherita.

Avati disegna il solito universo arcaico di perdenti di provincia tra ricordi, amarezze, sentimenti, disillusioni. Ma il copione, inevitabilmente episodico, stavolta è tirato via in più di una situazione, tra fellinismi spudorati e un’inquietante misoginia. Colonna sonora di Lucio Dalla.

Concorrenza sleale

Roma, dalle parti del Vaticano, 1938. Accanto all’antica sartoria di Umberto Melchiorri apre il merciaio Leone Simeoni. Vende vestiti confezionati e dozzinali, ha uno stile spregiudicato, coi clienti ci sa fare. È ebreo. Col vicino è subito concorrenza spietata: ma quando gli effetti delle leggi razziali cominciano a farsi sentire, Umberto passa dalla parte giusta.

Fin dalle prime immagini (un bimbo che sembra tanto uno sceneggiatore fa un riassunto dello stato dei personaggi e dell’intera Italia nel 1938), il nuovo film di Scola materializza i peggiori timori della vigilia: didascalico, lento, farcito fino a scoppiare di zeppe narrative, dominato da due gigioni che rimangono altrettante macchiette. Si può capire l’indignazione e la voglia di comunicare alle giovani generazioni, ma tutto ciò non giustifica la demagogia (il fratello scemo e parassita che diventa fascista in quanto scemo e parassita) e la sciatteria (i personaggi si perdono per strada, e si ha l’impressione che interi blocchi narrativi siano stati rimossi all’ultimo momento). Il resto, a partire dal solito valzerino di Trovajoli, è risaputo. Ma lo spettatore, sebbene provato, sfotte pur sempre con dolore. Fa male pensare che il regista di questo film sia lo stesso del capolavoro
Una giornata particolare
.
(emiliano morreale)

Regalo di Natale

Una rimpatriata di quattro amici che, la notte di Natale, si ritrovano per una partita a poker. Ognuno di loro ha, da mettere sul piatto, il bilancio della propria vita, tra inganni, menzogne, tradimenti e fallimenti. Un film lucido, amaro e malinconico, che segna il (notevolissimo) debutto di Diego Abatantuono in un ruolo drammatico.

Il testimone dello sposo

Commedia romantica piacevole e piena di calore, ambientata a cavallo fra Ottocento e Novecento in una piccola città della provincia italiana. La vicenda prende corpo il 31 dicembre 1899 (data simbolica!): una giovane donna rifiuta all’ultimo secondo di sposarsi con un ricco uomo d’affari, e si innamora del testimone dello sposo. Sceneggiatura del regista.

Happy Family

In una Milano d’estate, due famiglie incrociano i propri destini a causa dei rispettivi figli sedicenni, caparbiamente decisi a sposarsi.
Un banale incidente stradale catapulta il protagonista (e narratore), Ezio, al centro di questo microcosmo, nel quale i genitori sapranno essere saggi, ma a volte anche più sballati dei figli: madri nevrotiche e coraggiose, nonne inevitabilmente svampite, figlie bellissime e cani cocciuti e innamorati.

La rivincita di Natale

Sono passati quindici anni da quando, durante la notte di Natale, quattro ex amici delusi dalla vita si ritrovarono intorno a un tavolo da gioco per spennare un presunto pollo rivelatosi in realtà un astuto giocatore professionista. Al termine di quella partita uno di loro si alzò dal tavolo dopo aver perso cinquecento milioni. Quindici anni dopo ha la possibilità di rifarsi. Lo stesso gioco, gli stessi cinque giocatori. Chi vincerà stavolta?
Girato con gli stessi protagonisti di allora, La rivincita di Natale è il sequel di Regalo di Natale (1986), la pellicola che diede il via alla seconda parte della carriera di Diego Abatantuono dopo i fasti, si fa per dire, dei vari Attila ed Eccezziunale veramente. Quindici anni dopo, nessuno sta meglio di allora, anzi. Pupi Avati racconta cinque piccoli uomini allo sbando, pronti a tradire, oggi come allora, pur di togliersi dai guai. Si ride, più che altro si sorride, molto amaro. Inevitabile, almeno inizialmente, prendere le parti del personaggio interpretato da Diego Abatantuono, colui che uscì con le ossa rotte dalla prima partita. Ma il modo in cui insegue la sua rivincita mette ansia e malinconia, così come il comportamento dei suoi ex amici. Numerosi i colpi di scena, inseriti nella sceneggiatura con la consulenza di Giovanni Bruzzi, esperto di gioco d’azzardo, bluff e affini ed egli stesso ex biscazziere. Fino all’esito finale della partita e del film, tutt’altro che un lieto fine. (maurizio zoja)

Ultimo minuto

Walter Fabbroni è l’anziano mister di una squadra di calcio che non vince da tempo. Viene ingaggiato un nuovo presidente che licenzia Fabbroni. Il suo sostituto, però, ha risultati ancora peggiori e l’anziano allenatore viene richiamato. Nella partita decisiva del campionato un attaccante della squadra (amante della figlia di Fabbroni) accetta una mazzetta per pilotare la partita a sfavore della squadra, ma la partita viene vinta ugualmente grazie a un giovane che l’allenatore decide di far giocare. Un discreto film sul mondo del calcio e sulla rivincita di un uomo, dai consueti toni amari e malinconici di Avati.

Marrakech Express

Quattro trentenni, dopo essersi persi di vista, si riuniscono quando un loro comune amico, Rudy, viene arrestato in Marocco per una questione di droga. Decidono di partire alla volta del Paese africano, andando incontro a mille disavventure che rinsalderanno la loro amicizia. Primo lavoro di Gabriele Salvatores che riuscì riscuotere una certa attenzione da parte della critica (il precedente
Kamikazen
era passato quasi inosservato), il film riesce ad essere allo stesso tempo malinconico e divertente, ma come spaccato generazionale sembra un po’ troppo furbo, edulcorato e insincero. Bravissimi, comunque, tutti gli interpreti (Cederna e Abatantuono una spanna sopra agli altri). La sceneggiatura del film porta le firme di Carlo Mazzacurati (regista di
La lingua del santo
), Umberto Contarello e Vincenzo Montenapoleone (in seguito autore anche del copione di
Mediterraneo
).
(andrea tagliacozzo)