Fino a prova contraria

Steve Everett, giornalista dell’«Oakland Tribune» con un debole per l’alcool e le donne, dopo la morte della sua collega Michelle prende in mano l’inchiesta sul condannato a morte Frank Beachum, della cui innocenza la donna era sicura. Frank inizia a indagare e scopre subito che le presunte certezze dei testimoni altro non sono che una fragile rete di pregiudizi razziali. A Venezia, nel corso del seminario organizzato dal festival, Clint ha spiegato chiaramente di che cosa tratta Fino a prova contraria : «È un film su gente che ha visto delle cose, ma non nel modo in cui sono accadute». Come dire: il film è sì un pamphlet contro la pena di morte, ma sviluppato nelle forme di un’analisi della visione che si erge, naturalmente, a testo teorico sul fare cinema eastwoodiano. Lo sguardo decostruisce le inquadrature della realtà preconfezionata dagli altri; il dovere morale del cineasta è vedere al di là di ciò che è socialmente accettato. È cosi: se lo sguardo fallace può dare la morte, quello del cinema salva. Fino a prova contraria è uno dei pochi esempi di cinema democratico non politicamente corretto in circolazione. Oltre a essere un dolente capolavoro su un paese che lentamente muore nei suoi figli che non hanno diritti. (giona a. nazzaro)

Ironweed

William Kennedy ha fatto l’adattamento del suo romanzo vincitore del premio Pulitzer Prize sulla gente di strada, ambientato ad Albany, New York, nel 1938. Nicholson interpreta un uomo che cerca di venire a termini con una vita che gli ha voltato le spalle anni prima. La Streep è la sua compagna da molto tempo che, come lui, non riesce a stare a lungo lontano dalla bottiglia. Primo film americano di Babenco ha un’atmosfera forte ed è pieno di immagini ossessionanti: ma è lungo e ininterrottamente desolante, con davvero troppo pochi picchi drammatici. Si salva grazie a Nicholson e alla Streep ed è un privilegio guardare le loro interpretazioni. Nomination all’Oscar per Jack Nicholson e Meryl Streep.

Hamlet 2000

Più di quaranta versioni cinematografiche dell’Amleto shakespeariano e ancora c‘è chi ha voglia di rivisitarlo. Hamlet di Michael Almereyda ambienta la storia fra i grattacieli di Manhattan e lo adatta all’epoca delle multinazionali: la lotta per il potere si mescola ai conflitti generazionali e al disagio di un universo giovanile upper class cresciuto con i media, il consumo, la riproduzione e il riciclaggio delle immagini.
Amleto è un regista senza grandi prospettive, sempre a disagio nelle circostanze pubbliche in cui la madre naturale (Diane Venora) e patrigno (il lynchano Kyle MacLachlan), proprietari della Denmark Corporation, fanno sfoggio del proprio potere e della propria ricchezza. Amleto si rapporta alla realtà attraverso una telecamera digitale, ha un approccio virtuale e dolente con il mondo, dialoga con gli altri e con se stesso servendosi di fotografie, estratti da film o clip delle sue videoregistrazioni. Lo spettacolo con cui Amleto smaschera i genitori assassini è un cortometraggio realizzato con frammenti eterogenei di altri film, telefilm o documentari. La celebre sequenza del monologo si svolge invece tra i corridoi gremiti di videocassette di uno dei tanti Blockbuster della Grande Mela. La crisi amletica si traduce in una vaga nostalgia paterna, che prende le mosse dalle apparizioni di un padre-fantasma (Sam Shepard) che assomiglia molto ad una delle innumerevoli immagini latenti e virtuali che popolano la solitudine del ragazzo. Al padre tradizionale, emblema di un passato imposto come un dovere che rivendica un posto nella vita interiore e nell’agire fatale di Amleto, pretendendo di essere ricordato e dunque vendicato, si contrappone la prospettiva di un futuro indecifrabile, codificato in numeri, transazioni di quote societarie e in cerimonie autopromozionali, che ad Amleto appare come una gabbia alienante. Sulla falsariga di Scream e di The Blair Witch Project , Hamlet è una metafora contemporanea di stampo giovanile sul potere delle immagini, sul tragico diniego globale e sulle conseguenze sul piano cognitivo ed esistenziale di questa pervasiva dimensione artificiale. (anton giulio mancino)

The Jackal

Quando l’Fbi e il Kgb si trovano in difficoltà su come catturare un assassino internazionale detto “Jackal”, si rivolgono all’unico individuo che lo conosce bene: un terrorista irlandese (Gere) che sta scontando una pena in una prigione degli Stati Uniti. Un passabile thriller che ci porta in giro per il mondo, indebolito da vuoti di credibilità ma rinforzato dalla carismatica interpretazione di Gere. Anche la Venora è in grande evidenza nella non irrilevante parte dell’agente russa. Assomiglia solo lontanamente al ben più valido Il giorno dello sciacallo, malgrado si rifaccia “ufficialmente” a quella sceneggiatura. Panavision.

Surviving Picasso

Pablo Picasso usa le donne e poi le getta via, ma una giovane artista azzarda lo stesso una relazione con lui, sicura che questa volta sarà diverso. La McElhone al suo esordio è molto brava nella parte della “vittima” compiacente, ma è la prova carismatica di Hopkins nel ruolo dell’egocentrico artista che ne fa un film da vedere. Bisogna però essere disposti ad accettare la mancanza di accenti europei, nonché l’assenza di vere opere di Picasso.

Bird

Vita e opere del leggendario sassofonista nero Charlie Parker, dal successo fino all’autodistruzione. Audace e a tratti straordinaria la regia di Clint Eastwood che fa procedere il suo film con bruschi salti temporali e narrativi, quasi fosse un’improvvisazione jazz. La splendida colonna sonora è suonata dallo stesso Parker, reinciso su un accompagnamento attuale. Statuetta per il miglior suono nel 1988 e premio a Forest Whitaker quale miglior attore al Festival di Cannes dello stesso anno. (andrea tagliacozzo)