Un fantasma per amico

Jack Moony, rude agente di polizia, è vittima di un infarto. In ospedale, i medici gli sostituiscono il cuore malato con quello di un uomo appena deceduto in un incidente stradale. Il caso vuole che il defunto sia Napoleon Stone, un poco onesto afroamericano che il poliziotto ha sempre avuto come il fumo negli occhi. Rimessosi dall’intervento, Jack si ritrova costantemente tra i piedi il fantasma di Napoleon. Una divertente commediola, anche se con ben poco di originale. Gli affiatati Bob Hoskins e Denzel Washington riescono comunque a salvare la pellicola dalla mediocrità.
(andrea tagliacozzo)

Inside Man

Quattro malviventi travestiti da imbianchini entrano in una banca di New York, il Manhattan Trust, prendendo in ostaggio cinquanta persone tra clienti e dipendenti. Il caso viene affidato al negoziatore della polizia Keith Frazier, ancora coinvolto in un caso di corruzione. All’interno dell’istituto i ladri fanno spogliare gli ostaggi e gli ordinano di indossare i loro stessi indumenti (tute e maschere bianche, opportunamente introdotte). Nessuno, in questo modo, capirà chi è l’altro. I contatti tra autorità e rapinatori tardano a essere stabiliti e le successive richieste dei malviventi sono troppo assurde per essere prese in considerazione. Il caso appare da subito anomalo…

La recensione

Una banca che cela un segreto. Una banda di rapinatori determinati. Un detective che si deve riscattare. Questi gli elementi che si intrecciano a formare la trama del nuovo joint firmato Spike Lee. C

Grido di libertà

Film commovente e travolgente che descrive la figura dell’attivista sudafricano Steve Biko (ben interpretato da Washington) e della sua amicizia con il (battagliero) redattore di quotidiano Donald Woods (Kline). Purtroppo la seconda parte del film, se non si conta il personaggio di Biko, perde slancio: si sofferma per troppo tempo, infatti, sulla fuga dal Sudafrica messa in atto da Kline e famiglia ma, ingegnosamente, vengono inseriti i flashback di Biko che fanno riprendere filo e ritmo alla narrazione. Sceneggiatura di John Briley. Esiste una versione allungata di 23 minuti, realizzata per permettere alla televisione di dividere il film in due parti. 

Attacco al potere

Alcuni terroristi fanno esplodere bombe per tutta New York, mettendo in ginocchio la città e spingendo così all’imposizione della legge marziale, che prevede campi di concentramento per tutti gli arabi, stranieri e cittadini. Ben presto, il generale in carica (un Willis di cartone) inizia a comportarsi come un tiranno, scontrandosi con un ispettore dell’Fbi (Washington) e con un’agente della Cia (Bening: entrambi eccellenti). Ben fatto e ricco di suspense. Super 35.

Power

Richard Gere interpreta il ruolo di Pete St. John, un «costruttore d’immagine pubblica» per uomini politici. Pete è il migliore, ma soprattutto è cinico e non si cura dell’onestà e dei fini dei suoi clienti. Un film politico parzialmente interessante, ma privo della lucidità e della incisività che Lumet aveva dimostrato nei suoi film degli anni Sessanta e Settanta. Sceneggiatura scritta dal giornalista David Himmelstein.
(andrea tagliacozzo)

Malcolm X

Biografia del leader nero Malcolm X, assassinato il 21 luglio del 1965. Dopo una ben misera infanzia trascorsa in Nebraska, dove la sua famiglia ha dovuto subire le persecuzioni del Ku Klux Klan, Malcolm Little intraprende la via del crimine a New York. Finito in prigione, Malcolm si converte alla religione islamica e prende la decisione di dedicare la propria vita alla causa del popolo nero. Il più grande difetto del film sta nell’eccessiva lunghezza. Una biografia-fiume, un po’ troppo prolissa, lenta e verbosa, ma non priva di momenti di grande cinema. Superba l’interpretazione di Denzel Washington.
(andrea tagliacozzo)

The Manchurian Candidate

Remake del film di John Frankenheimer del 1962, uscito in Italia col titolo Va’ e uccidi. Il capitano Bennet Marco (Denzel Washington), reduce della guerra del Golfo (quella del ’91), sbarca il lunario tenendo conferenze per conto dell’esercito. Viene così casualmente in contatto con un suo ex sottoposto che, visibilmente toccato nella psiche, gli rivela uno strano sogno che lo perseguita ogni notte, sempre identico e terrificante. Anche Marco accusa le stesse allucinazioni, giustificate dai medici militari che l’hanno in cura come «sindrome del Golfo». Marco comincia a indagare, cercando di recuperare i contatti con i superstiti della sua unità. Ma sono tutti morti. Tranne uno, Raymond Prentiss Shaw (Liev Schreiber), eroe di guerra, figlio di un’agguerrita senatrice (Meryl Streep), le cui ambizioni sono finanziate da una potente e misteriosa multinazionale, la Manchurian Global. Quando Shaw viene nominato a sorpresa candidato vice-presidente degli Stati Uniti alle primarie del suo partito, Marco ha la prova che anche il suo ex-sottufficiale – come lui e tutta la squadra – è stato sottoposto durante la guerra a un trattamento di lavaggio del cervello che fa parte di un complotto. L’obiettivo è mettere a capo dell’iperpotenza americana un fantoccio manovrabile a piacere, come un automa.
Certo non era facile confrontarsi con il film di Frankenheimer. Non certo per ragioni di «nobiltà cinematografica». Demme è regista di valore assoluto, avendo vinto un Oscar con Il silenzio degli innocenti e avendone fatto vincere un altro a Tom Hanks con Philadelphia. Qui realizza un film dove la tensione viene sempre tenuta alta, tranne alcune lentezze iniziali. Tuttavia non vince il confronto. Il clima da guerra fredda magistralmente evocato da Frankenheimer tra i postumi della guerra di Corea, viene attualizzato da Demme sostituendolo con la guerra del Golfo; l’ossessione dell’asservimento totale delle forze armate ai loro capi è tradotto nella corruzione dell’ambiente politico e istituzionale, entrambi asserviti alla dittatura dell’immagine (televisiva). Infine, la mela marcia viene trasferita dal cesto pubblico (l’esercito e il governo degli Stati Uniti) a quello privato (la multinazionale che istalla nei corpi dei soldati-cavie microchip in grado di annullarne la volontà a comando).
Non basta a Demme affidare a una Meryl Streep, come sempre fino irritante nella sua bravura – eccessiva come il personaggio di una tragedia classica – il ruolo della senatrice arrivista e malefica che sfrutta lucidamente il proprio figlio per raggiungere il potere supremo che a lei – solo in quanto donna – non sarebbe mai concesso. Il film è come bloccato su un altalenare di registri: dal thriller poliziesco alla fantascienza; dalla denuncia sociopolitica fin quasi sull’uscio del grottesco. E se il candidato manciuriano del ’62 provocò le critiche della destra come della sinistra, venendo perfino bandito dalle sale perché accusato di aver «ispirato» l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, quello di Demme è quanto meno tacciabile di cerchiobottismo. Infatti, questa volta non si è arrabbiato nessuno.
(enzo fragassi)

Mo’ Better Blues

Bleek Gilliam è un grande trombettista, ma anche un egoista e un figlio di buonadonna. Tratta male le sue compagne e rischia di bruciarsi. Di certo il suo manager, arruffone e giocatore d’azzardo, non lo aiuta. Elegantissimo, sopraffino, magistrale e un po’ frigido come il jazz dei fratelli Marsalis che lo sostiene, fu il primo film «ripulito» del primo regista afroamericano di successo. Ed è anche un bel film: sincero, trascinante, dominato da una passione e da un ritmo notevoli. Certo, è un’operazione di grande compromesso, con una fotografia smagliante, attori bravissimi e bellissimi (tranne Lee stesso, che bello non è), una regia sinuosa… Insomma, perfino un po’ leccato e prevedibile. Ma possiede una sensualità vera, e ci trasporta in un mondo e in un mood che pochi hanno saputo raccontare.
(emiliano morreale)

John Q

Un operaio di fabbrica che sta lottando per sbarcare il lunario viene a sapere che la sua assicurazione non coprirà le spese per l’intervento di trapianto cardiaco sul figlio. Aggredito da lungaggini burocratiche e burocrati noncuranti, si barrica nel pronto soccorso dell’ospedale, disposto a fare qualsiasi cosa per salvare la vita del figlio. Gli ingredienti della storia si sentono veritieri, ma è un peccato che il film prema il pulsante dell’emotività con personaggi di secondo piano verbosi e semplicistici. Riscattato in modo sorprendente dalla potente interpretazione di Washington.

American gangster

All’inizio degli anni Settanta la corruzione della polizia era in crescita nella città di New York.

Mentre la guerra del Vietnam stava costando un prezzo spaventoso sia in casa sia sul posto, il quartiere di Harlem vide l’ascesa di Frank Lucas (Denzel Washington), il silenzioso apprendista di Bumpy Johnson, uno dei boss del crimine della zona interna della città nel dopo guerra. Ma quando il suo capo muore improvvisamente, Lucas sfrutta l’apertura nella struttura del potere per costruirsi il suo impero personale. Entra nel commercio di eroina trattando direttamente con i produttori in Vietnam e trasporta la droga nelle bare dei soldati americani caduti. Lucas scalza tutte le organizzazioni criminali e diventa il principale trafficante del paese.

In città però si muove anche il detective Richie Roberts (Russell Crowe), un tipo scaltro e duro che è abbastanza vicino alla strada per avvertire un cambio ai vertici della malavita dietro il traffico la droga. Roberts intuisce che qualcuno sta scalando i ranghi, scavalcando le famiglie mafiose locali e comincia a sospettare che un potente “giocatore” nero sia apparso dal nulla a dominare la scena. Inizia le indagini con una squadra da lui stesso selezionata e arriva all’insospettabile Lucas.

Il sapore della vittoria

Nel 1971 ad Alexandria, Virginia, in vista del campionato un college sperimenta la convivenza di studenti bianchi e neri per formare una squadra di football multirazziale. Mentre l’odio e i confini etnici restano ancora assai marcati tra la gente del luogo, i nerboruti e scontrosi ragazzi riescono, sotto la severa guida dell’allenatore di colore Herman Boone e del vice bianco Bill Yoast, a superare i pregiudizi e a fare della formazione dei Titans una coesa cellula sociale, imbattibile sul piano agonistico e culturale.
Il produttore dei più sfacciati blockbuster degli ultimi anni, Jerry Bruckheimer, ha deciso di investire su formule di intrattenimento «impegnato». E allora, dopo Armageddon e prima di Pearl Harbour , arriva sui nostri schermi Il sapore della vittoria, altro prodotto trionfalistico e senza cuore che tuttavia ostenta un tema forte: il razzismo. La pretestuosità del film è evidente: la forma di razzismo di cui si parla è ormai superata e quindi innocua, e soprattutto le tematiche razziali finiscono per veicolare l’ennesimo racconto edificante sul successo americano che supera qualsiasi barriera. Dinamiche narrative e linguaggio sono più adatti a un plotone di marines arrabbiati, fieri e assetati di vittoria. Tutto è estremamente calcolato, senza sorprese, senza sincerità, senza originalità. E le riprese delle partite sfigurano al confronto con quelle ben più spettacolari di Ogni maledetta domenica. Il massimo del ridicolo si tocca quando il capitano della squadra rimane paralizzato dalla vita in giù: l’atleta non si abbatte nemmeno un po’, si prepara per il campionato dei disabili e rincuora tranquillamente i compagni. A salvarsi sono solo le scelte di casting, con Denzel Washington e Will Patton che si scambiano le parti abituali: Denzel che fa il duro e Will comprensivo e rabbonito funzionano comunque al meglio. (anton giulio mancino)

Codice Genesi

In un futuro non troppo lontano, circa 30 anni dopo l’ultima guerra, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l’America. Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi – i segni di una catastrofica distruzione. Non c’è civiltà, né legge. Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero un uomo pur di togliergli le scarpe, o per un po’ d’acqua… ma anche senza motivo. Ma non possono far nulla contro questo viaggiatore. Guerriero non per scelta ma per necessità, Eli cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell’errore fatale che hanno commesso. Non è la propria vita che difende così ferocemente, ma la speranza per il futuro: una speranza che porta con sé e protegge da 30 anni ed è determinato a realizzare.

Molto rumore per nulla

La commedia di Shakespeare sulla corte di Benedick (interpretato dall’attore-regista-sceneggiatore Branagh) a Beatrice (la Thompson, al tempo sua moglie) è ambientata e girata completamente in una villa toscana e si sostiene su un cast di prima qualità. Chiassoso, vivace e ben ritmato, una vera e propria sferzata di vigore al testo del bardo, anche se talvolta la poesia si perde tra gli scherzi e i giochi. Branagh esegue un lavoro eccellente, ma non riesce a superare il suo precedente sforzo shakespeariano Enrico V (1989).

Mississippi Masala

Seconda prova della regista Mira Nair dopo il felice esordio del 1988 con
Salaam Bombay
. Nel 1972, la famiglia della piccola Mina, di origine indiana, viene espulsa dall’Uganda. Diciotto anni più tardi, Mina, trasferitasi negli Stati Uniti assieme ai genitori, s’innamora di un ragazzo nero, Demetrius, ma trova l’opposizione dei propri parenti. Il film, malgrado il ritmo lento e le debolezze della sceneggiatura, riesce a risultare sufficientemente interessante e, non di rado, affascinante. Coinvolgente l’interpretazione dei protagonisti, in particolare quella di Roshan Seth nel ruolo del padre della ragazza.
(andrea tagliacozzo)

Philadelphia

Un avvocato emergente (Hanks) sta combattendo l’Aids; quando viene licenziato dal suo ricco studio legale di Main Line Philadelphia (per ragioni complottate), decide di fare causa. L’unico che accetterà il suo caso è un avvocato rincorri-ambulanze (Washington) a cui non piacciono i gay. Questo benintenzionato sguardo mainstream sull’Aids e sull’omofobia americana ha successo come trattatello ma non come dramma. Hanks è grandioso in questa interpretazione vincitrice dell’Oscar, ma non sappiamo nulla del suo personaggio, o del suo compagno (Banderas); la sua famiglia stile Norman Rockwell è (ahimè) troppo bella per essere vera. È proprio il reverendo Robert Castle (protagonista del documentario Cousin Bobby dello stesso Demme) nel ruolo del padre di Hanks. Oscar anche a Bruce Springsteen per la miglior canzone.

Glory – Uomini di gloria

La pellicola si basa sulla storia vera di Robert Goul Shaw, giovane capitano dell’esercito nordista, al quale, durante la guerra di secessione, venne affidato il comando del primo plotone interamente formato da uomini di colore. Film avvincente e spettacolare, interpretato da un manipolo di bravissimi attori, al quale si può rimproverare solo di aver dato un punto di vista troppo WASP a una vicenda in cui i veri protagonisti dovrebbero essere gli afroamericani. Denzel Washington vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista. Altre due statuette andarono alla bellissima fotografia di Freddie Francis e al suono. Putroppo nei film seguenti il regista Edward Zwick si è perso per strada, realizzando assolute mediocrità come Vento di passioni, Il coraggio della verità e Attacco al potere. (andrea tagliacozzo)

Il coraggio della verità

L’avvincente storia di un ufficiale dell’esercito americano, sconvolto da un incidente avvenuto durante la guerra del Golfo, in cui morì incidentalmente una persona. Ora si ritrova costretto a indagare sulla morte di un capitano (Ryan), nominata per la medaglia d’onore. Nei flashback stile Rashomon, scopriremo che in realtà ci sono molte più cose da dire sulla vicenda di quanto sembrasse di primo acchito. Intelligente sceneggiatura a più livelli (di Patrick Sheane Duncan) sull’integrità, l’onore individuale e l’ipocrisia pubblica.

Out of Time

Matt Whitlock (Denzel Washington) è il capo della polizia locale di Banyan Key, afosa e piccola località balneare della Florida. Ha una moglie splendida (Eva Mendes), ispettore della Omicidi, da cui sta divorziando suo malgrado (perché in fondo l’ama ancora ma il suo orgoglio di maschio gli impedisce di mostrarsi il più debole). Intanto si consola con Merai Harrison (Sanaa Lathan), procace moglie di un ex giocatore di football fallito e violento. Non la ama (e glielo dice pure!) ma le è vicino quando lei scopre di avere un tumore all’ultimo stadio. Lei lo nomina beneficiario della sua assicurazione sulla vita, lui ruba mezzo milione di dollari sequestrati a un narcotrafficante per pagarle una cura sperimentale in Svizzera e fuggire con lei.

Ma la sera della partenza i coniugi Harrison muoiono nell’incendio della loro casa. L’indomani mattina sarà la moglie di Whitlock a prendere in mano le indagini e a lui toccherà remare disperatamente controcorrente. Sa che tutti gli indizi convergono su di sé: le testimonianze, il movente (il milione di dollari dell’assicurazione) e l’opportunità. Riuscirà, in una corsa contro il tempo e contro tutti, a camuffare l’apparente realtà e a svelare per conto proprio chi lo ha incastrato? Niente paura, non è
Training day
(purtroppo), il colpo di scena è presto intuito, i cattivi saranno puniti (nel più scontato dei modi) e il buono che ha sbagliato salverà amore e distintivo.

Non un film ma una pura operazione commerciale: la sceneggiatura non è più di un saggio di fine corso, scolastica e prevedibile; la regia prudente, ai limiti dell’anonimato, con la solita confezione da noir dall’aria finta sexy di stampo hollywoodiano. Quanto a Denzel Washington è davvero «in vacanza», nel look e nella recitazione (forse lo ha fiaccato il caldo durante le riprese, come ha dichiarato in un’intervista) e la Mendes (con quel suo neo che la fa sembrare una Cindy Crawford latina) dietro lo sguardo semiserio sembra ridersela e dire «che s’ha da fa’ pe’ campa’». Per chi vuole «rilassarsi» una sera, e non ha proprio niente di meglio da fare…

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foto
tratte dal film

(salvatore vitellino)