Potere assoluto

Un ladro un po’ in là con gli anni sta compiendo l’ultimo furto della sua carriera, quando diventa testimone di uno stupro-omicidio compiuto nientepopodimeno che dal presidente degli Stati Uniti (Hackman). Adattamento poco credibile (e fatalmente annacquato) del best-seller di William Goldman, con protagonista David Baldacci. Eastwood e Harris (il poliziotto) giocano al gatto col topo; ma Gene Hackman esagera e, nella seconda parte, il film scade inevitabilmente. Panavision.

Il colore della libertà – Goodbye Bafana

La famiglia del sergente Gregory si trasferisce sull’isola di Robben Island al seguito del capofamiglia, una guardia carceraria a cui è stato affidato il compito di dirigere la censura sulla posta e sulle conversazioni dei detenuti politici. Il militare conosce la lingua xhosa e può capire cosa dicono i prigionieri del carcere dell’isola, e in particolare cosa dice, o trama, il loro leader Nelson Mandela. Si prospetta un’ottima opportunità di carriera perché l’incarico è delicato e prestigioso: siamo nel 1968 e il Sudafrica governato da Botha fronteggia in maniera sempre più aspra la lotta contro l’apartheid condotta dall’African National Congress: riuscire a farsi apprezzare dai superiori significherebbe una promozione a maresciallo, e magari anche a tenente. La moglie di Gregory, Gloria, è ambiziosa e spregiudicata e preme sul marito perché non perda l’occasione della vita. Il loro razzismo, la loro profonda ignoranza, la propaganda del regime che fa passare Mandela per un comunista e un terrorista, formano il ritratto di una tipica famiglia di Afrikaner che sostiene un regime spietato, ma l’incontro e la conoscenza con una delle persone più lucide e intelligenti della recente storia dell’umanità li renderà più aperti, sensibili e consapevoli.

Far From Heaven – Lontano dal paradiso

Inverno 1957. Cathy e Frank Whitaker sono la famiglia più invidiata di Hartford, piccola cittadina del Connecticut. Lui è il direttore commerciale di un’azienda di elettrodomestici che va a gonfie vele, lei la sua devota moglie, dedita alla cura della casa e dei due bambini. Sotto l’apparente perfezione del loro matrimonio si nasconde però l’omosessualità di Frank. Quando la donna scopre la relazione del marito con un altro uomo, decide di iniziare a frequentare un giardiniere di colore, attirando su di sé i pettegolezzi di tutta la cittadina.

Giunto alla sua quarta prova da regista (dopo
Poison, Safe
e
Velvet Goldmine),
Todd Haynes decide di ricostruire nei minimi particolari l’immaginario cinematografico degli anni Cinquanta, dal look dei protagonisti alla fotografia agli interni delle case, per poi mostrare la disgregazione di una famiglia apparentemente felice. Il suo è un omaggio ai melodrammi americani dell’epoca, reso credibile dall’ottima interpretazione di Julianne Moore, davvero convincente nei panni di una donna tanto entusiasta quanto ingenua, e di Dennis Quaid, che ne interpreta il mediocre e ipocrita marito. Il fallimento del loro matrimonio è il perfetto prodotto di una società bigotta e razzista, fondata su meschinità e ipocrisie. Haynes gioca a metterne in evidenza le caratteristiche più distanti rispetto alla realtà odierna (la separazione fisica fra neri e bianchi, l’omosessualità trattata come una malattia), riuscendo in tal modo a smontare l’iniziale illusione indotta nello spettatore. Non tutto però gira alla perfezione: i «colpi di scena» previsti dalla sceneggiatura sono tutt’altro che sorprendenti e molto, troppo spesso, si ha la sensazione di assistere a un semplice esercizio di stile. Meglio tornare all’originale: a Douglas Sirk e al suo
Secondo amore
(1955), forse la pellicola che più di ogni altra ha ispirato Haynes nella realizzazione di questo lavoro.
(maurizio zoja)