L’elemento del crimine

Lars von Trier è il regista più sopravvalutato degli ultimi anni. Prima del romanzo d’odio delle
Onde del destino
, prima del marketing del
Dogma
, prima dell’hard (censurato) di
Idioti
, prima dell’ambiguo successo di Cannes, il regista danese esercitava la propria presunzione su una scala produttiva minore. Identica, invece, è l’inadeguatezza dei mezzi ai fini. Film criptico e avviluppato su se stesso, linguisticamente sospeso fra sperimentalismo avant-garde e trovate da tv locale,
L’elemento del crimine
mira decisamente in alto, addirittura a tratteggiare il destino dell’Europa di fine millennio. Per farlo utilizza l’armamentario standard dell’intellettualino europeo anni Ottanta con l’avventura esotica che sfuma nell’obbligatorio noir destrutturato, in un tripudio di trovate visive e di citazioni moderatamente colte. Se vi fa tristezza vedere Henry Lime chiamato a sostegno di un dilettantesco bigino del nichilismo andate a vedere la riedizione di
Il terzo uomo
.
(luca mosso)

X-Men

X-Men è tratto da una serie di fumetti della Marvel molto nota, e di questa riprende caratteri e atmosfere. È fantascienza del presente, dove eventi che sfuggono alle spiegazioni della scienza attuale si svolgono accanto alla normale quotidianità. Protagonisti dei film sono i mutanti, uomini che si differenziano dai sapiens perché dotati di capacità superiori: c’è chi pratica la telecinesi, chi legge nel pensiero altrui, chi spara raggi laser dagli occhi, chi può manipolare le condizioni atmosferiche e chi è in grado di sanare istantaneamente le ferite subite.

La loro presenza sempre più diffusa è oggetto di preoccupate interrogazioni parlamentari e di una diffusa intolleranza. L’ostilità e la consapevolezza della propria superiorità spingono i mutanti a reagire in modo diverso: ci sono i buoni capitanati dal professor X, che cercano di lavorare in armonia con i sapiens, e i cattivi con a capo Magneto (un truce Ian McKellen), che ritengono il conflitto l’unica strada percorribile. Il film racconta la lotta fra i due gruppi, che è a tutta evidenza una lotta fra simili: l’opzione per il Bene o per il Male che li distingue non ha niente di originario, ma è frutto di una scelta esplicita. E anche il prologo girato nel lager nazista – scelto da chi, ebreo, non teme di passare per antisemita – serve a convalidare il ruolo del libero arbitrio.

Insomma – ancora una volta, dopo I soliti sospetti e L’allievo – quello che interessa a Singer è il conflitto morale: l’esplorazione di quella sottile linea di demarcazione che divide la virtù e il peccato, il progresso dall’orrore. Ma se nei film precedenti era il fascino esercitato dal Male, la qualità cinematografica del cattivo, a garantire l’interesse per la storia, qui questo elemento manca del tutto. Anzi a latitare è proprio una qualsiasi fascinazione: penalizzato da un’eccessiva meccanicità degli sviluppi narrativi, pieno zeppo di effetti speciali ormai di routine, il film fatica a stabilire con lo spettatore l’indispensabile relazione attiva. Con l’inevitabile risultato di essere scambiato per dozzinale sci-fi per adolescenti.

(luca mosso)

La recensione di X-Men – Conflitto finale

Tutti i film sugli X-Men sul dizionario del cinema

La mia droga si chiama Julie

Il romanzo di Cornell Woolrich era cupo, ossessivo e misogino. Truffaut ne trae una storia d’amore come iniziazione che continuamente sfiora la morte, un film che sembra un po’ un preludio rovesciato ad
Adele H.
: «La storia di un giovane che non conosce nulla della vita e soprattutto delle porcherie della vita. Alla ricerca della donna ideale, le capita il contrario di ciò che cercava, ma l’amerà ugualmente di un amore così forte che a sua volta lei lo amerà, dopo essersene infischiata di lui per tutta la durata della storia» (Truffaut). Il regista spinge il gioco all’estremo, sottoponendo Belmondo alle prove più assurde e ribaltando gli stereotipi del film sentimentale. «Nei miei film non si dice mai “ti amo”, per me è inconcepibile», aveva affermato Truffaut poco prima, ma qui le dichiarazioni d’amore – sempre più elaborate e concettose – si sprecano, alla vana ricerca dell’oscuro oggetto del desiderio. La Deneuve è di una bellezza ed enigmaticità inattingibili. Al tutto presiedono, esplicitamente evocati, Jean Renoir e Alfred Hitchcock.
(emiliano morreale)