Hollywood Ending

Val Waxman è un regista al tramonto, anche se ha già vinto due Oscar. È nevrotico e sempre più insicuro da quando l’ex moglie lo ha lasciato. Non solo lo ha lasciato ma è fidanzata, anzi è prossima alle nozze bis, con un grande produttore di Hollywood. E proprio Ellie, l’ex moglie, gli propone un film su New York, rpodotto dall’attuale compagno, che sembra tagliato su misura per lui. Dovrebbe essere il film del rilancio. Dopo qualche incertezza il film si fa. Ma Val, alla vigilia del primo ciak, viene colpito da cecità psicosomatica. E comincia a girare il film senza vedere quello che fa. Gli daranno una mano il traduttore cinese del direttore della fotografia prima e poi l’ex moglie… Il solito Woody Allen, con le sue nevrosi, i suoi tic, la sua New York, i suoi dialoghi spumeggianti, il suo romanticismo che, anche questa volta, fa vincere il regista vecchio-stanco-bruttino rispetto al produttore ricco-giovane-bello. Si ride, tanto. Battute a raffica. E uno sguardo acuto, da parte di un regista che non ci vede, sul mondo del cinema, sulle dinamiche di Hollywood, su certe figure di produttori («Chiamate Benigni per un musical sulla Divina Commedia a Miami»), sulle attricette che ronzano attorno ai registi, sui critici cinematografici («I critici sono il livello più basso della cultura»)… Un mondo che Allen conosce bene. Che mette in discussione. Mettendo in discussione se stesso per primo. Facendo, alla fine, trionfare l’amore: «Tutti i mariti dovrebbero diventare ciechi almeno una volta…». (d.c.)

Il profumo del mosto selvatico

Un giovane uomo appena tornato dalla seconda guerra mondiale, combattuta oltreoceano, aiuta una donna attraente fingendo di essere suo marito, in modo da appianare l’ira del padre di lei alla notizia che è incinta. Ovviamente, non si innamora di lei ma della sua famiglia, e della loro meravigliosa tenuta nella Napa Valley. Sfacciatamente romantico e all’antica, perfino sdolcinato, con le scene casalinghe che ricordano Come l’acqua per il cioccolato, dello stesso regista. Se vi va di investirci, funziona — perlomeno fino al finale. Ispirato a Quattro passi tra le nuvole (1942) di Alessandro Blasetti.

The Mothman Prophecies – Voci dall’ombra

Dopo la morte della moglie, il cronista del
Washington Post,
John Klein (Richard Gere), viene misteriosamente trasportato a centinaia di chilometri di distanza in West Virginia, dove gli abitanti sono in preda al terrore e angosciati a causa di fenomeni paranormali. Al centro di questa storia c’è Mothman (l’uomo-falena), una specie di apparizione di gigante alato la cui comparsa fa da presagio a numerosi morti e disastri. Basato sugli eventi realmente accaduti a Point Pleasant, in Virginia, così come sono raccontati nel libro di John Keel
The Mothman Prophecies,
però non si capisce come Richard Gere si sia infilato in un film così assurdo, a metà tra
X-File, Twin Peaks
e
The Gift,
ma molto più surreale. Ben girato e ben recitato, un buon prodotto cinematografico, realizzato con cura in tutti i suoi aspetti. Dedicato a chi ama il genere fanta-thriller.
(andrea amato)

…e a alla fine arriva Polly

Perito assicurativo specializzato nel calcolo dei rischi, Ruben viene tradito dalla moglie durante il viaggio di nozze. Tornato a casa decide di lasciarsi il passato alle spalle e inizia a frequentare Polly, una sua vecchia compagna di scuola incontrata a una festa. Nonostante caratteri, gusti e abitudini molto diverse, tra i due sboccia l’amore. Ma l’ex moglie di Ruben rischia di rovinare tutto.

Negli Stati Uniti è stato un grande successo. Ha incassato 50 milioni di dollari durante i primi tre giorni di programmazione scalzando
Il ritorno del Re
dalla classifica dei film più visti. Cosa c’è di tanto speciale nella commedia diretta dall’esordiente Johm Hamburg, lo sceneggiatore di
Ti presento i miei?
Difficile dare una risposta. Si ride, è vero, ma con battute di grana grossa e doppi sensi volgari. Jennifer Aniston e Ben Stiller sono simpatici ma un po’ troppo sopra le righe. Il modello di riferimento di Hamburg sembra essere
Tutti pazzi per Mary,
sguaiatissima e mediocre commedia interpretata nel 1998 da Cameron Diaz e dallo stesso Stiller. Il contrasto tra i due protagonisti, metodico e ordinato lui, sconclusionata e pazzerella lei, funziona fino a un certo punto e dopo le prime gag inizia ad annoiare. L’unico a salvarsi, incredibile a dirsi, è Alec Baldwin, anch’egli non raffinatissimo ma perfettamente a suo agio in un inconsueto ruolo comico.
(maurizio zoja)