Vivere e morire a Los Angeles

Un agente federale coglie sul fatto il falsario Eric Masters, ma viene da questi ucciso. Il caso resta nelle mani di Richard Chance, collega e amico del defunto poliziotto. Per incastrare Masters, protetto da un abile quanto ambiguo avvocato, Chance si serve dell’aiuto di un delinquente e di una bella informatrice. Veloce, duro e violento – come ci si aspetta da un grande come William Friedkin – con almeno una sequenza (un inseguimento d’auto mozzafiato) d’antologia del cinema d’azione.
(andrea tagliacozzo)

Paris, Texas

Un uomo che si è smarrito per quattro anni cerca di rimettere insieme la sua vita e di riconquistare moglie e figlio. Tortuoso, autocompiaciuto e lento come tutto ciò che scrive Sam Shepard, ma si distingue per le belle interpretazioni e la ricca atmosfera western creata da Wenders e dal direttore della fotografia Robby Müller. Il film ha comunque mandato molti critici in delirio, perciò potrebbe essere questione di gusti personali. Un premio a Wenders ai BAFTA: oltre alla Palma d’Oro a Cannes.

Una vedova allegra, ma non troppo

Un killer della mafia viene ucciso dal proprio boss che l’ha colto in flagrante con la sua amante. La moglie del primo, rimasta vedova, decide di trasferirsi con il figlio a New York, ignara d’essere costantemente controllata da due agenti dell’FBI. Una curiosa commedia che, dopo un inizio stentato, prende rapidamente quota anche grazie all’apporto degli interpreti, tutti in grande forma, tra i quali lo stralunato e divertentissimo Matthew Modine, nei panni di uno dei poliziotti, e la bellissima Michelle Pfeiffer. Bravi anche Dean Stockwell (candidato all’Oscar) e Mercedes Ruehl, i quali non di rado rubano la scena ai due protagonisti. Ottima la regia di Jonathan Demme che, come al solito, fa un buon uso della nutrita colonna sonora. (andrea tagliacozzo)

Tucker – Un uomo e il suo sogno

A Detroit, nel 1946, Preston Tucker progetta un’auto rivoluzionaria. Sulla strada della costruzione del prototipo trova ostacoli d’ogni genere, disseminati dalle potenti industrie concorrenti. Il film, splendidamente fotografato da Vittorio Storaro, è un sentito omaggio di Francis Ford Coppola alla fantasia e all’intraprendenza dell’americano medio. E non è difficile scorgere tra le righe un parallelo tra il mondo dei motori e l’ambiente del cinema (e, di conseguenza, tra Tucker e lo stesso Coppola). Tecnicamente, è uno dei migliori lavori del cineasta americano. Purtroppo non ha avuto la fortuna che avrebbe ampiamente meritato. (andrea tagliacozzo)

Obiettivo mortale

Satira esplicita, bizzarra e disinibita sulla nostra società dominata dalla televisione, incentrata sulla connessione tra un famoso giornalista (Connery) e un gruppo di terroristi, e sui possibili legami di quest’ultimo con il governo americano. Una sceneggiatura approssimativa riesce a centrare pochi obiettivi, ma trae vantaggio dal ritmo mozzafiato della regia.

Velluto blu

Il giovane Jeffrey e la coetanea Sandy, figlia di un agente di polizia, decidono di fare luce sulla misteriosa vicenda che vede coinvolta la cantante Dorothy Vallens. Entrato di nascosto nell’appartamento di quest’ultima, il ragazzo scopre che la donna è ricattata dal perfido Frank Booth. Film che ha fatto discutere: amato e odiato in eguale misura (venne rifiutato dal Festival di Venezia a causa di una scena di nudo della Rossellini che scandalizzò il direttore della Mostra Gian Luigi Rondi). Indubbiamente raffinato e pregevole nell’impianto visuale (anche grazie alla fotografia ricca di giochi cromatici realizzata da Frederick Elmes), il film spesso risulta volutamente sgradevole. Nel 1991, Kyle MacLachlan sarà il protagonista della serie tv
Twin Peaks
ideata dallo stesso Lynch.
(andrea tagliacozzo)

Giardini di pietra

Storia ben recitata, ambientata fra le milizie territoriali stanziate presso il National Cemetery di Airlington durante la fase acuta della guerra del Vietnam e incentrata sulla figura di un giovane soldato deciso a partire per il fronte. Il film è tenuto in piedi da grandi intepretazioni, ma sul finale i dialoghi, e l’ispirazione stessa, diventano affettati. Non aiuta la musica funerea di Carmine Coppola. Jones ruba la scena con un personaggio dal cuore tenero. I veri genitori della giovane Mary Stuart, Peter Masterson and Carlin Glynn, interpretano lo stesso ruolo sul grande schermo.

CQ

Un aspirante cineasta si trova coinvolto nelle vicissitudini produttive di un film di fantascienza incentrato sulle avventure di una sexy eroina modello Barbarella. Sullo sfondo, la dolce vita della Cinecittà psichedelica della fine degli anni Sessanta. Essere figli d’arte ha i suoi vantaggi. Ci si può dedicare, per esempio, tranquillamente alle proprie ossessioni senza dover badare alla vile moneta e magari, se tutto va bene, farci anche un film. Invidia (legittima) a parte,
CQ
appartiene al ristretto novero delle opere realizzate per pochi intimi. In questo caso ci si rivolge a coloro che appena vedono un po’ di carta stagnola usata come effetto high tech pensano subito al magistero di Margheriti, a quelli che sognano in technicolor inseguendo il beat dei due Piero (ossia Piccioni e Umiliani) e che hanno eletto il Diabolik di Mario Bava come loro
Quarto potere
segreto. Se non si partecipa dei moti sentimentali di questo universo (sexy e minoritario) si rischia di fare la fine del recensore di Variety che si chiedeva a chi fosse diretta un’operazione così chiusa e autocompiaciuta. Domanda legittima considerato che
CQ
va ben al di là del citazionismo che affligge il cinema contemporaneo. Coppola Jr. (ri)sogna letteralmente un mondo che ama. Se lo ricostruisce dalle fondamente e come i grandi ossessivi decide di abitare solo la porzione di mondo che gli interessa. E il gioco è talmente dichiarato che anche la critica non può far altro che limitarsi a prendere atto di questa spudorata dichiarazione d’amore. E poi sì: il Diabolik di Mario Bava È un capolavoro…
(giona a. nazzaro)