Sette anni in Tibet

La lunga ma avvincente storia dell’alpinista e avventuriero austriaco Heinrich Harrer, il cui tentativo di scalare una strabiliante vetta dell’Himalaya nel 1939 viene interrotto dalla seconda guerra mondiale, e le cui successive avventure lo portano in Tibet e nella città santa di Lhasa, normalmente chiusa agli stranieri. Lì incontra e fa amicizia con il quattordicenne Dalai Lama. Pitt è eccellente nel ruolo di Harrer, un personaggio dal carattere difficile, egoista e arrogante, finché non impara l’umiltà in Tibet. Le riprese sono magnifiche. Panavision.

Timeline

Il professor Edward Johnston (Billy Connelly), guida un giovane gruppo di archeologi, impegnati negli scavi attorno alle rovine di Castelgard, nel dipartimento francese della Dordogna, dove, nel 1357, al termine di un sanguinoso assedio, i francesi sconfissero gli inglesi nel corso della cosiddetta guerra dei cent’anni. Del gruppo fanno parte l’aitante assistente del professore, Andre Marek (Gerard Butler), la fascinosa studente Kate (Frances O’Connor) e il figlio del professore, Chris (Paul Walker), deciso a seguire le orme del padre più per amore di Kate che per reale interesse nell’archeologia. Il ritrovamento di un’antica pergamena risalente alla metà del XIV secolo, che riporta inspiegabilmente una richiesta di aiuto del professore, porta i giovani archeologi nel Nuovo Messico, dove ha sede la International Technology Corporation, misteriosa società presso la quale lo scienziato si era recato prima che le sue tracce si perdessero. Scopriranno che la ITC ha creato una macchina del tempo e che lo studioso, avendo preteso di tornare al tempo della battaglia, non ne ha fatto più ritorno. Detto fatto, i giovani decidono di tornare indietro nel tempo alla ricerca dello scomparso. Ma lo scaltro capo dell’ITC, Robert Doniger (David Thewlis) ha dimenticato di dire loro molte cose importanti…
Io ho conosciuto degli archeologi veri, una volta. Scavavano delle rovine etrusche, dalle parti dell’antichissima città di Roselle, nel cuore della Maremma toscana. Si facevano un mazzo così, sotto il sole a picco. Giovani erano giovani ma dire che fossero belli… E ti credo: caldo umido, tafani al posto delle mosche, niente acqua, magari due lire di dottorato. Magari neppure quelle… E più erano giovani, e più si facevano il mazzo. Perché gli archeologi di Hollywood sono tutti appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi? Mah, sia come sia, il regista-produttore Richard Donner (la quadrilogia di Arma letale, Ladyhawke, Superman come regista; X-Men come produttore) realizza un filmetto dalla partenza sciatta per non dire irritante che poi però prende il volo grazie alle scene d’azione e all’ambientazione medievale. Di gran moda da qualche tempo a questa parte, come tutto ciò che è rievocazione storica. Lo fa sul canovaccio di un signore che risponde al nome di Michael Crichton (pare si pronunci Cràiton, caso mai anche voi, come me, abbiate penosamente provato a pronunciarlo). Di mestiere Mr. Crichton scrive best seller, dai quali astuti produttori (il Donner, nello specifico) cavano film mediocri ma di sicuro successo al botteghino. Così è stato per Jurassic Park (trilogia), per Twister, per Congo e per la fortunata serie televisiva ER, quella dei dottori (pure loro appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi. Ma allora sei tu, Michael…).
L’ambientazione medievale è poco più di un pretesto per rispolverare il mito della macchina del tempo, del viaggiare attraverso i secoli come in un soffio di brezza, ritrovandosi muso a muso con la Storia. Peccato, perché invece Timeline avrebbe potuto essere un bel trampolino per tuffarsi con doppio carpiato nel mare della storiografia, nel gorgo delle contraddizioni-evoluzioni del linguaggio, del costume, della psiche. Avrebbe potuto soffermarsi sulle differenze-similitudini che ci legano-allontanano dai comuni avi europei. Avrebbe, appunto. Ma Timeline è un film di Hollywood, Stati Uniti d’America. Poche pippe, ladies and gentlemen, gli effetti speciali costano e bisogna pur campare! (enzo fragassi)

Basic Instinct 2

Ci si chiedo, dopo aver visto Basic Instinct 2 e la sua tardona sexy tra i cachinni compiaciuti dei critici, se il film non sia in realtà una satira della psicanalisi e dei suoi adepti sotto le sue mentite spoglie di thriller sanguinolento a sfondo soft/hard core. Perché come thriller è talmente astruso e complicato, con le sue rivelazioni a foglie di carciofo, da far sospettare negli autori della sceneggiatura (Leora Barish e Henry Bean) un infantilismo congenito; del resto non sarebbero soli, è tipica della categoria.
Come soft/hard core, poi, la televisione a tarda notte, i cinema a luci rosse periferici, Internet, e porno cd d’ogni razza genere e colore, offrono assai di più delle partouze che si intravedono qui tra il lusco e brusco, e delle scosciature della perversa Trammell/Stone. La quale Stone, con i suoi cinquant’anni prossimani (quarantotto, per l’esattezza) è bellissima, un miracolo di ricostruzione robotica per quanto riguarda il viso e dintorni e le gambe, perfette; ma il corpo che si vede nella vasca idromassaggio, chiaramente il suo, ha qualche segno di flaccidità; meglio le veline di Striscia.
Ma veniamo al polpettone sexy-giallo. La scrittrice scervellata e iettatrice Catherine Tramell – sì quella che ne aveva già combinate di cotte e di crude nel primo Basic Instinct di Paul Verhoeven – viaggia a 180 all’ora su una macchina sportiva per le strade assurdamente deserte di Londra. Accanto a lei un nero drogatissimo e semi-intontito la titilla a dovere. Durante l’orgasmo l’auto sbanda e i due finiscono nel Tamigi. Il giovanotto muore intrappolato nell’abitacolo, lei si salva.
È il prologo di una vicenda che la vede incolpata di omicidio e salvata in extremis dalle dichiarazioni dello psichiatra psicologo (David Morissey). Il quale psichiatra finirà sedotto dalle seducenti perversioni della scrittrice, che diventerà sua «paziente». Lui è un avviatissimo professionista, con uno studio megagalattico nella New London dei Docks, prospiciente al celebre grattacielo fallico di Foster (sembra anche una colorata supposta, e il riferimento simbolico non cambia). Ha una collega psicanalista (Charlotte Rampling), e i loro dialoghi sono del seguente genere. Lui: «Sai, lei ha lasciato la seduta venti minuti prima della fine». Risposta della psico-rampling: «Ah, molto lacaniano, questo!». Il gran guru della psicanalisi poi, quello che dovrebbe premiare con alto incarico universitario il nostro psichiatra, capelli neri molto scarrufati a indicare genialità, sembra il fratello di Vittorino Andreoli. Parla e svanvera dietro a un quadro di Freud, ma sembra piuttosto uno junghiano dei tempi di Re Nudo, con l’India nella testa vuota (ricordate Valcarenghi e gli arancioni?).
Scene di omicidi efferati e di sesso sfrenato si susseguono pausate da lenti primi piani intrecciati di lei e lui. Lei ha un’espressione unica, che indossa dalla prima all’ultima scena, perfino quando lui tenta di strozzarla in vasca, ed è quella che significa «ironica perfidia con foia»; lui ha un’espressione unica, di tanto in tanto variata da strabuzzamenti di occhi come quando qualcosa imbocca la trachea invece dell’esofago, anche quando lei tenta di strozzarlo con cintura dei pantaloni. Ed è quella che vorrebbe significare «infoiamento represso da indignazione», ma che in realtà produce nell’attore solo uno sguardo da catatonico-ebefrenico.
Tutto nel film, nonostante l’indotta comicità, è fiacco come la regia (Michael Caton-Jones) o ridicolo, dalla sceneggiatura alla scenografia, ai costumi, sempre iper (lei tacchi alti anche quando è in cucina o al computer), ai quadri alle pareti (significativo un culone-Botero). Quanto alla trama, non è mai chiaro fino in fondo chi sia l’assassino, se lui, lei o l’altro (l’ispettore corrotto, alias David Thewlis), talmente la verità cambia per sorprese pseudo-pirandelliane (Così è se vi pare). Quando poi, nelle ultime inquadrature, si capisce chi è il folle omicida, si capisce anche che gli sceneggiatori sono dei dementi oppure cinicamente reputano che lo siano gli spettatori. (piero gelli)

Naked

NAKED, di Mike Leigh. Un’eccezionale, contemporanea, tesa disamina dell’esistenza di un vagabondo di Manchester (Johnny- David Thewlis), che giunge inatteso nell’appartamento di una sua ex e comincia a oltraggiare – ma anche a divertire – chiunque gli capiti a tiro. Oltre a lui farà indesiderata visita in casa Jeremy, un giovane e arrogante yuppie che si presenterà come il proprietario dallo stabile rivelandosi ancora più molesto, arrivando a seviziare una delle due affittuarie, caduta ormai completamente nel panico.

Nel frattempo Johnny vagherà per Londra, usando la sua coltissima logorrea (straordinari in particolare i  dialoghi/monologhi sull’Apocalisse e il postumano) per vomitare sulla mediocrità e stolidità – di volta in volta dimessa, rapace, ingenua – degli abitanti della capitale.

Il ‘loser’ Johnny sembrerebbe esattamente l’opposto speculare dello yuppie Jeremy: l’uno povero, malconcio e spiantato, il secondo alto borghese, ben vestito, di poche e taglienti parole. Ma un regista come Mike Leigh non poteva certo accontentarsi di un dualismo così smaccato e dozzinale, una scelta che sarebbe stata troppo retoricamente ‘liberal’. I due in realtà si somigliano più di quel che sembra: sono outsider, solo che la psicopatologia di Jeremy è accettata perché coperta dal consenso dell’ugualmente bestiale ideologia capitalistica inglese contemporanea. Una vicinanza di caratteri che – come se non bastasse – viene  sottolineata dalle brillanti chiarificanti scelte di montaggio.

Con ‘Naked’ Leigh dirige un’opera indimenticabile (e purtroppo quasi dimenticata, nonostante la recente edizione DVD della Criterion), di chiara ispirazione shakespeariana, capace  di unire alto e basso in una sintesi superiore. Johnny è un personaggio fantastico, che compie lo stesso cammino infernale dei personaggi più crudi di Fassbinder e di Pasolini ma che, a differenza di loro, preferisce la risata sardonica alle scelte tragiche dell’omicidio e del suicidio. E’ un disperato che ha studiato, involontario emblema dei giovani colti e senza futuro di oggi.

Che fine ha fatto Harold Smith?

La generazione che occupa l’attuale ribalta sociale e mediatica ricerca le sue origini e le trova affondate negli anni Settanta. Chi non voglia effettuare un’amarognola ricognizione sulla Grande Illusione ripiega sui fenomeni più vistosi, quelli cristallizzati in una duratura mitologia come la disco music e, naturalmente, il punk.
Che fine ha fatto Harold Smith?
arriva dopo
Summer of Sam
(e chissà prima di quanti altri) e racconta l’educazione sentimentale di Vince, praticante in uno studio di avvocato, che fa le mosse di John Travolta allo specchio ed è ancora vergine. Arrivano i Sex Pistols, Vince diventa anarchico ma rimane vergine: tanto vale tornare alla febbre del sabato sera, allora, tanto più che nel frattempo il film si è perso dietro la storia sgangherata del padre di Vince, l’Harold Smith del titolo, innocuo babbeo che nel tempo libero blocca gli orologi e piega le posate come Uri Geller. Quando è invitato a esibirsi all’ospizio, ferma i pace-maker di alcuni vecchietti, attirando l’attenzione della tv e ottenendo i canonici 15 minuti di ambigua popolarità. Indeciso su tutto, il film offre comunque un inizio divertente, giocato farsescamente su gustosi quadretti familiari, la malinconica performance di un invecchiato Tom Courtenay (
La solitudine del maratoneta
) e una colonna sonora con tutti gli hit dell’epoca.
(luca mosso)

L’assedio

In una magnifica casa del centro di Roma, un compositore pedina la bellissima colf di colore del piano di sotto. È una storia d’amore impossibile, platonica ma quasi morbosa, che sembra non aver mai sbocco. Dopo Io ballo da sola , Bertolucci rimane piccolo e italiano, con una voglia ancora più forte di tornare alle origini del cinema. C’è un che di primitivo, mélièsiano in questo film, oltre al piacere di girare che Bertolucci da sempre comunica. Non il suo lavoro più bello, ma certo uno dei più seduttivi: quasi tutto ambientato in un appartamento, è un vero tour de force, di bravura addirittura narcisistica. E se la voglia di allegoria non sempre paga (il prologo in Africa è incongruo e fastidioso), le parti migliori sono quelle più follemente estetizzanti: le schiume che si spargono sul pavimento, le lenzuola che ondeggiano sul terrazzo (e che terrazzo: piazza di Spagna o giù di lì…). Straordinaria la bellezza di Thandie Newton, poi candeggiata per Mission: Impossible 2 , e irresistibilmente morbose le scene erotiche; brutta invece la musica di Alessio Vlad che fa da leitmotiv. (emiliano morreale)

Dragonheart – Cuore di drago

Una favola decisamente insolita su un cavaliere “della vecchia scuola” (siamo nel I secolo d.C.), il cui giovane re diventa malvagio dopo che gli è stata salvata la vita da un dragone che gli ha dato metà del suo cuore. Anni dopo, il cavaliere fa amicizia con quello stesso dragone, con il quale si allea per sconfiggere il crudele sovrano. L’improbabile soggetto è reso credibile dalla persuasiva interpretazione di Quaid e dalla carismatica presenza di Connery che, nella versione originale, dà voce al dragone (nonché dall’eccezionale e aggiornatissima animazione digitale). Bella colonna sonora di Randy Edelman. Ne fu girato un seguito per la televisione. Panavision. Nomination agli Oscar per gli effetti speciali.