Ufficiale e gentiluomo

Per uscire da un condizione di miseria che l’ha perseguitato per tutta l’infanzia, il giovane Zack si iscrive alla scuola ufficiali della marina. L’istruttore del corso gli rende subito la vita difficile, sottoponendolo a una lunga serie di angherie. Confezionato a dovere da Taylor Hackford, un buon dramma di stampo hollywoodiano, ben interpretato da Gere, dalla Winger e, soprattutto, dal comprimario David Keith. Bravo anche Louis Gosset Jr. nei panni dell’istruttore, che si aggiudicò l’Oscar 1981 come migliore attore non protagonista. Un premio andò anche alla canzone
Up Where We Belong
, interpretata da Joe Cocker e Jennifer Warnes.
(andrea tagliacozzo)

Brubaker

Nominato direttore del carcere di Wakenfield, Harry Brubaker si fa rinchiudere per qualche giorno nel penitenziario come un qualsiasi delinquente e scopre i soprusi che un gruppo di carcerati privilegiati compiono nei confronti del resto dei reclusi. Nel ’67, il regista Stuart Rosenberg aveva già affrontato il tema carcerario con l’ottimo
Nick mano fredda
. Qui il risultato non è dei migliori, pur rimanendo su livelli dignitosi. Redford, nel ruolo del direttore progressista, è comunque perfetto.
(andrea tagliacozzo)

Heartbreak Hotel

È il 1972. Un adolescente americano, aspirante chitarrista rock, è in pena per la madre: la donna, divorziata e alcolizzata, è stata per l’ennesima volta maltrattata dal nuovo compagno. Per consolarla, il giovane ha la balzana idea di rapire, al termine di un concerto, il re del rock’n’roll Elvis Presley, da sempre idolo della donna. Il film funziona solo a tratti, ma nel complesso risulta sufficientemente spassoso. Qualche anno più tardi, il giovane regista Chris Columbus otterrà un enorme successo con Mamma ho perso l’aereo . (andrea tagliacozzo)

Men of Honor-L’onore degli uomini

Il primo capo Billy Sunday è un feroce istruttore di palombari che fuma una pipa regalatagli da MacArthur in persona. Carl Brashear ha un solo sogno: entrare in marina e diventare un primo capo. Sunday, determinato e razzista, non ha alcuna intenzione di aprire il suo corso di addestramento agli afroamericani. Carl, però, è ancora più determinato di lui nel voler perseguire a tutti i costi il suo obiettivo. «I have a dream», diceva il dottor King, e come per incanto la pursuit of happiness si salda, senza colpo ferire, con il sogno dell’integrazione razziale secondo Hollywood. Inevitabilmente il film di Tillman jr. risulta tutto già visto, per cui non si sa bene se stroncarlo a causa della sua prevedibilità o se divertirsi affidandosi alla melodia del déjà vu. Anche se la prima ipotesi sarebbe quella teoricamente preferibile, non si può fare a meno di notare come l’aurea mediocrità d’altri tempi del film (con i suoi ritmi soporiferi e ultradilatati), l’appello a un tranquillo e pacato sdegno civile, l’ecumenismo «cromatico» che mette in ombra l’istituzione al cui interno si combatte cotanta nobile pugna, sembrano contenere in sé gli anticorpi di qualsiasi obiezione critica. Tutto già visto? Quindi tutto potenzialmente da rivedere. C’è qualcosa del segreto stesso dell’artigianato high budget hollywoodiano nella serena banalità di questo film. E perciò ci si arrende: si ripercorrono luoghi noti, ci si commuove dove richiesto, si ride quando previsto. E un po’ ci si sorprende del valore pedagogico che sortisce la colorita espressione «culo nero» che, date le circostanze, viene mondata di qualsiasi intento dispregiativo. «I have a dream», diceva il dottor King. Anche noi.
(giona a. nazzaro)