Giallo

Torino. Un tassista dal volto deforme (Brody) sequestra modelle, le mutila e le uccide. L’unica idea del film è far interpretare poliziotto e assassino dallo stesso attore, che nella seconda parte si nasconde dietro lo pseudonimo-anagrama di Byron Dedra. Peccato che Brody, anche co-produttore, sia ridicolo sotto il mascherone grottesco e giallognolo che è costretto a portare, dato che il titolo (demenzialità o autoparodia?) si riferisce non solo al genere cinematografico ma anche all’itterizia che affligge il personaggio. Argento, con una sceneggiatura che sta su un foglietto, cerca di rinnovare i fasti del suo cinema passato, nella città che gli è più cara. Per i primi 5 minuti ci si crede anche. Poi è il vuoto condito con ammiccamenti al torture porn, al di sotto dei telefilm della serie Masters of Horror.

Il cartaio

Un misterioso assassino lancia una sfida alla Polizia di Roma. Risparmierà le sue potenziali vittime solo se troverà qualcuno in grado di batterlo in una partita di videopoker da giocare in Rete. Vinte le prime due partite, il killer uccide due giovani donne. Scovato un giovane campione di videopoker in una sala giochi della periferia, la Polizia crede di avere trovato l’arma per fermare l’assassino ma anche il ragazzo viene ucciso. Come faceva il giocatore di poker a sapere della sua esistenza? E soprattutto: chi fermerà la catena di omicidi?
Ancora un giallo, dopo il mediocre Nonhosonno, per l’autore di Profondo rosso. Il cartaio, spiega il regista, è un film sul male, qualcosa che non conosce mai crisi. E sulla tecnologia e il suo potere di farsi strumento del male. Purtroppo le intenzioni di Argento naufragano a causa della fragilità della sceneggiatura, scritta assieme a Franco Ferrini, a dialoghi assai poco curati e a tanti, troppi particolari che lasciano lo spettatore quantomeno perplesso. Perché il poliziotto irlandese non ha nemmeno una lieve inflessione anglosassone nel suo accento? Come è possibile che la Polizia permetta che a giocare a poker con l’assassino sia un’ispettrice che potrebbe non essersi mai seduta in vita sua al tavolo verde? Neanche Claudio Simonetti, autore di memorabili musiche per i film del regista romano, sembra particolarmente ispirato. Si salvano soltanto i suggestivi scorci di una Roma periferica e quasi mai mostrata al cinema e un Silvio Muccino a suo agio in un ruolo drammatico per lui inedito. Stefania Rocca e Liam Cunningham interpretano con mestiere il ruolo dei protagonisti ma Il cartaio rappresenta un altro passo falso nella filmografia dell’autore. (maurizio zoja)

La sindrome di Stendhal

Tratto da un libro di Graziella Magherini. Anna, giovane detective affetta da sindrome di Stendhal, indaga su un serial killer stupratore. Lo scova e lo uccide, ma si immedesima nella sua personalità divenendo assassina a sua volta. Un thriller insipido e troppo dilatato nel minutaggio.

Il fantasma dell’Opera

Ripresa di Argento in chiave sanguinolenta ed erotica del classico racconto, con Sands nei panni del misterioso fantasma che, in questa versione, viene abbandonato da bambino nelle fogne del teatro dell’Opéra e cresciuto da un’affettuosa famiglia di ratti! La figlia del regista interpreta la bellissima giovane cantante per la quale lui matura un’ossessione. Deludente per quanto ordinario e privo di immaginazione, con solo qualcuno dei tanto attesi sfavillanti colpi di scena tipici del regista.

La chiesa

In Germania, nel Medio Evo, una giovane strega è torturata e sepolta ancora viva, assieme a un gruppo di poveri appestati, per mano di alcuni cavalieri. Sul macabro sepolcro viene costruita una chiesa dove, secoli dopo, si verificano strani fenomeni dei quali restano vittime un incauto bibliotecario e altri occasionali ospiti. Il regista Soavi si dimostra un buon allievo di Dario Argento, con tutti i pregi e i difetti dell’autore di
Suspiria
: inventivo sul piano visivo, il film si regge a stento in piedi sul versante puramente narrativo. (
andrea tagliacozzo
)

Inferno

La giovane newyorchese Rose Elliot scopre che nel palazzo in cui abita si cela mater Tenebrarum, una delle tre streghe di cui aveva scritto l’alchimista Varelli, ma la scoperta le costa la vita. Suo fratello Mark cerca di far luce sul mistero… Argento parte dal Suspiria de profundis di Thomas De Quincey (1845) per celebtrare un letterale trionfo della morte. Per i fan è l’apice del suo gusto barocco e visionario, per gli altri l’inizio di una fase calante, dove l’intrecci si riduce a una serie di elaborati ammazzamenti. Mario Bava cura gli effetti speciali in uno dei suoi ultimi lavori per il cinema. Seconda parte di una ideale trilogia che comprende Suspiria (1977) e La terza madre (2007).

L’uccello dalle piume di cristallo

Un romanziere americano assiste casualmente all’accoltellamento di una donna e s’improvvisa detective alla caccia del misterioso colpevole. Quest’ultimo, dopo aver attentato per due volte alla vita dello scrittore, minaccia di uccidergli la fidanzata. Promettente esordio dietro la macchina da presa di Dario Argento, in precedenza sceneggiatore per Sergio Leone in C’era una volta il West, con un giallo intrigante e ben costruito. Notevole la fotografia di Vittorio Storaro. (andrea tagliacozzo)

Suspiria

Il racconto terrificante di una studentessa americana (Harper) che frequenta una scuola di danza europea, che si rivela essere un covo di streghe. Una trama spesso stupida è arricchita e compensata da inquadrature, atmosfera e colonna sonora (di Argento e del gruppo rock dei Goblin) brillanti. In tv potrebbe perdere un po’ della sua efficacia nel far venire i brividi. Disponibile anche in una versione più esplicita senza tagli che dura 107 minuti.

Due occhi diabolici

Film diviso in due episodi ispirati da altrettanti racconti di Edgar Allan Poe: nel primo, un uomo anziano muore durante uno stato di ipnosi, provocatogli dalla moglie e dal medico per approfittare delle sue ricchezze, diventando uno zombie; nel secondo, un fotografo uccide l’amante, ma quando tenta di nasconderne il cadavere commette l’errore di murare, assieme alla donna, anche un gatto nero. Pellicola dignitosa, ma tutto sommato deludente. Da due firme così prestigiose del cinema horror francamente ci aspettava qualcosina di più. (andrea tagliacozzo)

Profondo rosso

C’è stile da vendere in questo horror-thriller senza senso, con Hemmings che dà la caccia a un killer sadico e psicopatico. Scene di omicidio paradossali e scioccanti, imbevute di una martellante colonna sonora rock, a tutt’oggi il più abile film di Dario Argento: un attacco deliberato ai nervi dello spettaore, martellato da un montaggio quasi subliminale, da una musica quasi ipnotica (del jazzista Giorgio Gaslini e dei Goblin) e da esplosioni di violenza rimaste ineguagliate. Sadico e malsano, in definitiva, ma girato con notevole intelligenza cinematografica. Qualche tocco di ironia comunque. La versione americana è più corta di venti minuti ed esibisce molta meno violenza. 

 

La setta

Mentre si trova a bordo della sua auto, Miriam, giovane maestra di Francoforte, investe un uomo molto anziano. La ragazza decide di portare il vecchio, ancora in stato confusionale, nel suo cottage. Ma ignora che l’uomo è il capo di una pericolosa setta satanica. Il regista Michele Soavi, allievo di Dario Argento (che figura tra gli sceneggiatori del film), sembra incapace di governare la materia narrativa. Il risultato è un horror senza capo né coda, incomprensibilmente apprezzato da alcuni critici nostrani. Alcune scene sono semplicemente disgustose; altre involontariamente comiche e grottesche.
(andrea tagliacozzo)

La Terza Madre

Sarah è una studentessa straniera a Roma. Per errore libera lo spirito di Mater Lacrimarum, la Terza Madre di una triade demoniaca. Questa evoca le altre due causando un vortice di morti e paura. Sarah cerca di rimediare grazie all’aiuto di Padre Milesi, ma la situazione precipita e la giovane decide di rifugiarsi nel suo appartamento insieme all’amica lesbica Marta, una strega bianca accorsa in suo aiuto.

Argento scrive la conclusione della trilogia delle “tre madri” (Suspiriorum, Tenebrarum e Lacrimarum) iniziata con Suspiria (1977) e proseguita con Inferno (1980). Le sue consuete ossessioni sessuofobe, sadiche e misogine emergono in una forma più ambiziosa che nei suoi ultimi film, ma il confronto con le prime due parti della trilogia è imbarazzante: la confusione narrativa e l’approssimazione formale non possono essere scambiate per visionarietà. Curioso che dopo tanti squartamenti si imponga il lieto fine più banale (e cattolico!).

Trauma

Triti effettacci e artificiali spargimenti di sangue si sposano efficacemente in questo horror su una teenager traumatizzata (Argento) e un killer incappucciato che sega le teste alle sue vittime. Non un tipico trionfo di sangue alla Argento, ma i fan del regista non resteranno delusi. La versione homevideo, non censurata, dura 106 minuti. 

Phenomena

Opera nel tipico stile elegante e bizzarro di Dario Argento, la cui premessa — un killer impazzito che fa strage in un scuola svizzera per ragazze — serve da cornice ad alcuni eventi, astutamente strani. Per chi è alle prime armi, la Connelly interpreta una ragazza che intrattiene una strana relazione con gli insetti. Non dite poi che non vi avevamo avvertiti! Anche nella versione di 82 minuti.

Nonhosonno

Torino: un serial killer che si ispira ai romanzi di un nano torna a uccidere dopo diciassette anni di silenzio. Sulle sue tracce si alternano un poliziotto ottuso e tecnofilo, il commissario in pensione che aveva condotto le indagini in passato e il figlio della prima vittima del mostro. Gli omicidi e l’indagine si snodano fra gli interni e i cortili torinesi, svelando inconfessabili viluppi familiari e ripercorrendo temi e personaggi noti agli appassionati argentiani. Il film comincia bene, con una sequenza in treno che diverte e mette paura e con la messa in opera di un’articolata serie di dispositivi che promette sviluppi interessanti. Niente di nuovo, certo: c’è tutto l’armamentario classico del thriller, ordinato lungo la consueta serie di opposizioni (notte/giorno, femminile/maschile, inconscio/razionale) e predisposto a tendere la trappola allo spettatore che ci sta. Francamente non chiediamo di meglio, e ci rimaniamo male quando ci accorgiamo che Argento, forse troppo preso dalla foga di prendersi gioco delle nostre necessità di razionalizzazione, perde il filo del discorso e sbanda da tutte le parti. Gli omicidi che seguono, con una notevole eccezione, sembrano girati da un altro regista e il film, mal sorretto da una sceneggiatura approssimativa, perde mordente e interesse.
Ma non sono le incongruenze che fanno sghignazzare i critici a disturbarci, quanto piuttosto il contraddittorio sforzo di riportare maldestramente ordine nella vicenda. Argento è un autore di mise en scène : perché impegolarsi in tali e tante spiegazioni, goffe e artificiose? Restano alcune sequenze memorabili, come quella dell’omicidio sul tappeto, e alcuni stacchi magistrali che restituiscono uno spazio sempre incompleto e inquietante, ma nel complesso il film ci sembra l’ennesima occasione mancata. E Argento, sempre di più, un grande stilista con un piccolo progetto. (luca mosso)