La guerra dei Roses

Oliver e Barbara si conoscono casualmente a un’asta, s’innamorano e, dopo breve tempo, si sposano. Dopo diciotto anni di matrimonio, durante i quali lei ha rinunciato a costruirsi una carriera, cominciano ad affiorare alcune incomprensioni. Quando Barbara chiede il divorzio, tra i due coniugi si scatena una vera e propria guerra. Senza esclusione di colpi. In una Hollywood ancora reaganiana e nostalgica, Danny De Vito (che due anni prima aveva già diretto una commedia nera, Getta la mamma dal treno ) sforna una delle pellicole più cattive dell’epoca. Douglas e Turner capovolgono uno degli schemi classici della commedia hollywoodiana, quello del «ri-matrimonio»: una coppia sposata all’inizio del film entra in crisi, si lascia e alla fine torna insieme. Qui invece il percorso conduce all’annichilimento fisico dei due coniugi. Ma è l’ossessione americana della casa, più ancora che la dinamica della coppia, a venir devastata con allegria sempre più cupa. De Vito si diverte a distruggere una ricca abitazione, e accumula violenze e disastri con cinismo sorprendente. Come regista non è male, e si rifà a certe cose dei Coen più demenziali. Come attore – già lo sapevamo – è irresistibile. Le due star protagoniste stanno al gioco, rivivendo al rovescio i cataclismi di All’inseguimento della pietra verde . La Turner, in particolare, è una Erinni sensualissima e grottesca, memore dell’ Onore dei Prizzi . (emiliano morreale) .

Palle d’acciaio

Il giovane Jack viene assunto dalla INC, una potente multinazionale guidata dai dirigenti con spietato cinismo. Il giovanotto riesce a fare rapidamente carriera, ma si mette nei guai innamorandosi di Rachel, una ragazza che si batte contro la chiusura di una delle molte fabbriche della INC. Un clamoroso atto di onestà provoca a Jack l’immediato licenziamento. Una commedia incolore, con qualche momento divertente dovuto unicamente all’ottimo cast di contorno.
(andrea tagliacozzo)

Il giardino delle vergini suicide

Tratto da un romanzo di culto dei primi anni Novanta (Jeffrey Eugenides, «Le vergini suicide», Mondadori), esce – a più di un anno dalla presentazione a Cannes – il primo lungometraggio di Sofia Coppola. Sottovalutato dalla critica e destinato al tritatutto degli esperti (televisivi e non), Il giardino delle vergini suicide è uno dei film sugli adolescenti più disperati e autentici mai realizzati.
Provincia americana, anni Settanta: cinque sorelle bionde, belle e misteriose sono l’oggetto del desiderio dei compagni di scuola, che ne spiano i movimenti e ne studiano i comportamenti. La tragedia annunciata arriva subito, con la più piccola che dapprima cerca di uccidersi e alla fine ci riesce, segnando tutto lo svolgimento della storia fino alla luttuosa chiusura. In mezzo, un teen-ager movie esistenzialista e vagamente allucinato che, a dispetto del tono indiziario della narrazione, rinuncia a offrire una vera spiegazione dell’accaduto. I misteri rimangono irrisolti e la curiosità dei ragazzi cui è affidata la narrazione inappagata. Non c’è niente da capire nel suicidio delle cinque sorelle Lisbon, niente che possa essere ricondotto a un coerente sistema causale. È vero, la madre è un’arpia bigotta e il padre un vecchio ragazzo inconcludente e debole, il ridicolo Dominic si innamora vanamente di un’altra e il bel Trip Fontaine fugge dopo una notte d’amore, ma tutto questo non basta. Tutte le piste sono false, tutte le ipotesi parziali. Il malessere che affligge mortalmente queste ragazze viene dall’interno, come il cancro che mina gli olmi del viale e il sangue mestruale che periodicamente esce dal loro corpo. Ma non si va oltre, e sorge il sospetto che anche questa simbologia non faccia altro che aggiungere un ulteriore tassello allo scacco del narratore.
Il mistero, doloroso e tragico, dell’adolescenza rimane insondabile, e anche il film resiste all’interpretazione. L’unica chiave – ma non si tratta di una chiave d’accesso, bensì piuttosto della dichiarazione di un’esclusione – è data da Cecilia, che allo psicanalista (colui che di mestiere interpreta la psiche) dichiara: «È evidente che lei non è mai stato una ragazzina di tredici anni». Questa battuta, nella sua disarmante ovvietà, riassume il senso del film e spiega la distanza cui tutti – adulti e spettatori – vengono tenuti. La tragedia adolescenziale di non poter condividere l’esperienza si traduce, nel film di Sofia Coppola, nella dimostrazione della vanità di ogni racconto. La logica viene sconfitta e rimane soltanto il dolore. (luca mosso)

L.A Confidential

La storia viene da un romanzo di James Ellroy, uno dei più fortunati e acuti esploratori della letteratura di genere: siamo nei paraggi di Hollywood, dove le indagini di tre poliziotti perdenti scoperchiano il solito nido di vipere. Ma oltre alla perfetta cinefilia, che regala a Kim Basinger il ruolo più bello della sua carriera (una triste attrice-prostituta sosia di Veronica Lake), questo film si distingue per la sua particolare sincerità. Ci si appassiona senza mezzi termini e senza retrogusti camp, e il dolore della pagina di Ellroy viene conservato, giusto un po’ ammorbidito nella bellissima fotografia di Dante Spinotti (virtuosistica la sparatoria finale). Un gran bel film hollywoodiano, fiero di esserlo, che – se non tocca le altezze del Polanski di
Chinatown
– esibisce comunque una confezione tra le più impeccabili del cinema americano di genere negli ultimi anni.
(emiliano morreale)

The Big Kahuna

Convention commerciale in un grande e anonimo hotel di Wichita. Tre venditori di lubrificanti industriali in una stanza d’albergo aspettano il pesce grosso che non si vede. Intanto Spacey spiega l’
American way of business
al giovane e devoto Facinelli, mentre De Vito interpreta il venditore alle prese con la crisi di mezza età. Il solito cinico aggiornamento del mito della frontiera con i concorrenti «là fuori» pronti a saltarti addosso? Magari: qui la morale è che anche i venditori hanno un’anima, e questa folgorante dichiarazione arriva dopo che nessuno ha fatto niente per metterla in discussione. Meglio: dopo che nessuno ha fatto niente di niente, se non recitare le battute e i pensosi monologhi del teatralissimo copione di Roger Rueff. La differenza fra un attore bravo e uno grande la si vede anche dai film che sceglie. Chi, come Spacey – qui anche produttore – scambia una sciacquatura di Mamet per una cosa seria, non può che appartenere alla prima categoria.
(luca mosso)

All’inseguimento della pietra verde

Divertente pellicola d’avventura sulla falsariga de I predatori dell’arca perduta . Una bella scrittrice si ritrova coinvolta con un avventuriero nella caccia ad una mitica e preziosa pietra verde tra i mille pericoli della giungla colombiana. Robert Zemeckis, degno allievo di Spielberg, evita le trappole del derivativo e del già visto puntando su una serie quasi ininterrotta di trovate, sul ritmo sostenuto del montaggio e delle sequenze d’azione, nonché sull’ironia e la simpatia degli interpreti, praticamente perfetti nei ruoli ideati dalla sceneggiatrice Diane Thomas (e, non accreditato, Lem Dobbs). Lo stesso terzetto d’interpreti tornerà l’anno nel meno riuscito Il gioiello del Nilo. (andrea tagliacozzo)

Cadaveri e compari

Harry e Moe sono due delinquenti di mezza tacca alle dipendenze di un cinico e spietato boss. Incaricati da questi di puntare una grossa somma su una corsa di cavalli, i due scommettono sul cavallo sbagliato e perdono una fortuna. Un film troppo esile, quasi inconsistente, con un finale che ricorda da vicino quello de La stangata . Divertente, invece, la prima sequenza, con Danny De Vito che fa il verso al De Niro di Taxi Driver. (andrea tagliacozzo)