Fergus O’Connell dentista in Patagonia

Fergus è un dentista missionario che, in sella alla sua motocicletta, viaggia per la Patagonia offrendo gratuitamente la sua assistenza medica. Un incidente stradale gli fa conoscere una ragazza che, di lì in poi, lo accompagnerà nel suo peregrinare. Un bel passo indietro per il regista Carlos Sorin, che nell’86 aveva vinto il Leone d’argento a Venezia con
La pelicula del Rey
. Curioso lo spunto, che però non può reggere un intero film.
(andrea tagliacozzo)

Gangs of New York

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento. La guerra civile è in corso e l’immigrazione irlandese porta circa 15 mila persone alla settimana a New York. Per le strade, bande di immigrati cattolici e nativi protestanti, figli di inglesi e olandesi colonizzatori della prima ora, si scontrano a colpi di coltelli e asce. Un bambino irlandese, Amsterdam Vallon (Leonardo DiCaprio), perde il padre ucciso in battaglia da William Cutting (Daniel Day-Lewis), detto «Il macellaio». Quel bambino, dopo sedici anni di orfanotrofio, tornerà tra quelle strade, Five Points, per vendicare il padre. Dopo aver imparato le regole della strada e scoperto l’amore, Amsterdam si farà paladino degli immigrati irlandesi. Ma intanto lo scontro è molto più ampio, la città si rivolta contro la chiamata alle armi per la guerra civile. Dal successo di
Taxi Driver
(1976) Martin Scorsese aveva in mente solo una cosa: realizzare questo film, perché «l’America è nata per le strade». Troppo costoso gli avevano sempre detto e così ha dovuto aspettare 27 anni e venire a girarlo a Cinecittà, perché qui da noi costa meno. Migliaia di comparse, centinaia di stuntman, una New York ricostruita, 100 milioni di dollari di budget e quasi un anno di riprese. Doveva essere il campione d’incassi del 2003, invece è stato accolto in maniera tiepida negli Usa. Effettivamente il film, a parte la spettacolarità delle scene del nostro Dante Ferretti, appare troppo barocco e finto. Un carrozzone di cartapesta con personaggi poco credibili. Di fronte a uno strepitoso Daniel Day-Lewis, DiCaprio appare sottotono e non a livello del suo standard abituale. Anche la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare e, solo per fare un esempio, il personaggio di Cameron Diaz sembra quasi appiccicato, come a dire che una bellona ci voleva per forza, anche se non c’azzecca niente con lo svolgimento della trama. Comunque da vedere, solo per l’esercizio di stile di un maestro, che forse poteva aspettare ancora qualche anno e schiarirsi meglio le idee prima di fare il film della vita.
(andrea amato)

L’ultimo dei Mohicani

Dall’omonimo romanzo di James Fenimore Cooper, già portato sullo schermo nel ’20, nel ’36, nel ’47 e nel ’77. Nel 1757, in Canada, Hawkeye, un bianco adottato dai mohicani, salva la vita alle figlie di un comandante inglese dall’attacco dagli indiani Uroni. L’uomo, condotte le ragazze alla guarnigione del padre, assediata dai francesi e dagli Uroni loro alleati, s’innamora della maggiore delle due sorelle, Madeleine. Spettacolare e incalzante, il film ha i suoi punti di forza nella magniloquente regia di Mann e nella vibrante e atletica performance di Daniel Day-Lewis.
(andrea tagliacozzo)

Camera con vista

Agli inizi del Novecento, una ricca e giovane inglese, in visita a Firenze, s’innamora di un connazionale di più modeste origini. Una volta tornati in Inghilterra, le differenze sociali sembrano porre un insormontabile ostacolo alla loro unione. Confezione impeccabile per uno dei migliori (anche se assai sopravvalutato) film di James Ivory, interpretato da un cast a dir poco eccellente (a partire da Maggie Smith). Oscar 1986 alla sceneggiatura non originale (tratta da un romanzo di E.M. Forster), alle scenografie e ai costumi; altre quattro nomination e una pioggia di premi. Ivory tornerà nuovamente ad attingere da un’opera dello scrittore inglese per il successivo Maurice. (andrea tagliacozzo)

Il Bounty

Terza ricostruzione cinematografica del famoso ammutinamento avvenuto nel 1789, quando gli uomini della nave inglese Bounty si ribellarono ai soprusi del loro comandante. Di grande impatto spettacolare, il film è reso interessante soprattutto dall’interpretazione di Anthony Hopkins. La sceneggiatura di Robert Bolt è basata sul romanzo di Richard Hough Captain Bligh and Mister Christian e non sulle novelle di Nordhoff e Hall che avevano ispirato le precedenti versioni del ’35 (di Frank Lloyd) e del ’62 (di Lewis Milestone).
(andrea tagliacozzo)

My Beautiful Laundrette

A Londra, il giovane Omar, membro della locale comunità pakistana, ottiene dallo zio il permesso di gestire una vecchia lavanderia. Il ragazzo decide di mettersi in affari con Johnny, suo amico d’infanzia, che finisce per diventare anche il suo amante. Sceneggiato da Hanif Kureishi, un interessante spaccato dell’ambiente pakistano nella Londra tatcheriana degli anni Ottanta. Terza regia di Stephen Frears, eccellente nonostante l’evidente povertà di mezzi.
(andrea tagliacozzo)

L’insostenibile leggerezza dell’essere

A Praga, nel ’68, Tomas, neochirurgo con la passione delle donne, sposa Tereza, ragazza timida e idealista, che mal sopporta i continui tradimenti del marito. Durante la primavera dello stesso anno, i sovietici invadono la Cecoslovacchia, costringendo la coppia a riparare a Ginevra. Trasposizione cinematografica più o meno fedele dell’omonimo romanzo di Milan Kundera, realizzata con un gusto prettamente europeo nonostante la produzione sia di fatto statunitense. Mai noioso, nonostante qualche prolissità. Le scene di sesso sono realizzate con intelligenza e ironia. Sceneggiatura firmata dallo stesso Kaufman con Jean-Claude Carrière.
(andrea tagliacozzo)

L’età dell’innocenza

Da un piccolo classico della letteratura americana, un’opera che poteva sembrare una deviazione dai temi canonici dell’autore; ci si accorge però subito che è un film tutto di Scorsese, una eziologia del suo mondo, un film «antropologico» quanto
Toro scatenato
o
Quei bravi ragazzi
. La dinamica del clan è sempre la stessa, e il confronto con i modelli alti del cinema americano pure. Il sabotaggio del romanzo storico è sottilissimo, a partire dagli straordinari titoli di testa (dei grandi Saul e Elaine Bass) per arrivare alle improvvise increspature dello stile, che hanno insegnato molto alla Campion di
Ritratto di signora
. E poi era dai tempi di
Alice non abita più qui
che Scorsese (il più grande indagatore esistente del maschilismo italoamericano) non costruiva un ritratto femminile così partecipe e inquieto. Un film migliore del miglior Visconti, fratello del miglior Scorsese, cattivo, malinconico e geniale.
(emiliano morreale)

Il mio piede sinistro

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Christy Brown. Vittima fin dalla nascita di un grave paralisi, il giovane Christy, impossibilitato a muoversi e a parlare, stupisce i familiari riuscendo a scrivere e a dipingere con il piede sinistro. Rispetto ad altri film sullo stesso argomento, il film di Sheridan ha il merito non scadere nel patetico. Oscar 1989 a Daniel Day-Lewis (miglior attore protagonista) e Brenda Fricker (miglior attrice non protagonista). Il regista irlandese tornerà a dirigere Daniel Day-Lewis nel 1993 in
Nel nome del padre
e nel 1997 in
The Boxer
.
(andrea tagliacozzo)