Casino Royale

Ormai in pensione, James Bond è alle prese con intrighi internazionali complicatissimi, stangone belle e pericolose e un nipote degenere. Negli anni Sessanta, oltre a quelli di Blake Edwards e Richard Lester, si producevano un sacco di film dissacratori anche se non riusciti: operazioni autoreferenziali, piccole e grandi scoperte del camp (era di poco precedente il fondamentale saggio di Susan Sontag). Questa ad esempio è una pellicola assurda, scritta scavalcando un problema di diritti e diretta da cinque registi diversissimi uno dall’altro: tra i quali Val Guest, quello di Quatermass; il grande Huston, che aveva già fatto una cosa simile – ma più divertente – con I cinque volti dell’assassino ; il montatore e regista di western Robert Parrish… Senza dire dello script, cui mise mano anche Woody Allen (che, possiamo dirlo, fa il cattivo), o degli attori, da Orson Welles a Barbara Bouchet. Però che simpatia quel delirio, e che libertà dissennata e pop in questo film pur noioso e scombinato! (emiliano morreale) 

Era mio padre

Siamo nell’Illinois nel 1931, la zona è controllata dal gangster irlandese John Rooney (Paul Newman) e dai suoi luogotenenti: il figlio Connor (Daniel Craig) e da Michael Sullivan (Tom Hanks), killer spietato e padre irreprensibile. Condor è geloso di Sullivan e così cerca di incastrarlo. Nell’agguato muoiono la moglie e uno dei figli di Sullivan, il quale, braccato, cerca di vendicarsi. Inizia così il viaggio tra Chicago e Perdition di Michael Sullivan e del figlio sopravvissuto di dodici anni. Padre e figlio, nella tragedia, si uniscono molto e imparano a conoscersi. Michael non vuole che il figlio segua le orme del padre, ma nello stato di emergenza in cui è non può fare a meno di coinvolgerlo in rapine e omicidi. L’onore tra uomini, l’amore famigliare e la paura sono i temi principali di
Era mio padre,
pellicola lanciata in pompa magna (probabile candidata all’Oscar), ma che risulta un po’ freddina nella sua perfezione. In alcuni momenti la sceneggiatura si spreca in banalità e luoghi comuni disarmanti. Ottima invece la realizzazione, dalle scenografie alla fotografia, dal montaggio alla recitazione. D’altra parte con due mostri sacri come Paul Newman e Tom Hanks non ci si poteva certo aspettare qualcosa di diverso. Certamente non da bocciare, ma neanche da promuovere a pieni voti.
(andrea amato)

Quantum of Solace

Tradito da Vesper, la donna che amava, James Bond cerca di di scoprire la verità sulla sua morte. Bond e M (Judi Dench) interrogano Mr. White (Jesper Christensen) che rivela come l’organizzazione che ricattava Vesper sia molto più complessa e pericolosa di quanto immaginassero. Il lavoro di intelligence collega un agente MI6 che ha tradito l’agenzia ad un conto bancario a Haiti dove, per uno scambio di persona, Bond conosce la bella Camille (Olga Kurylenko), una donna che ha una vendetta personale da portare a termine. Camille accompagna Bond da Dominic Greene (Mathieu Amalric), un uomo d’affari senza scrupoli, che è tra i membri principali della misteriosa organizzazione.

Lara Croft: Tomb Raider

Va bene per gli appassionati di videogiochi. Per chi va matto per gli effetti speciali, il ritmo forsennato, le storie inverosimili… E per chi apprezza la bellezza di Angelina Jolie. Il film, ispirato al popolarissimo videogioco, è un kolossal americano degli effetti speciali. Lara Croft è la figlia di un archeologo che le ha lasciato la chiave per decifrare il mistero del tempo. Quando i pianeti sono allineati, quando ci sarà un’eclissi, allora due pezzi di una pietra incisa (naturalmente uno in un continente, l’altro dalla parte opposta del globo) dovranno essere riuniti per diventare padroni dello spazio e del tempo. Inutile dire che lady Croft, bravissima, intelligentissima, agilissima (si rilassa prima di andare a dormire facendo acrobazie da circo librandosi su liane di cuoio a decine di metri da terra…), scaltrissima, troverà i pezzi mancanti, li ricongiungerà al momento giusto e nel posto giusto, eliminerà i cattivi e vincerà… Se la vede con mostri di acciaio comandati per ucciderla (e li stronca lei), con interi battaglioni di omaccioni armati fino ai denti (li stermina), con statue di pietra di budda giganti che si animano e con le loro sei braccia cercano di colpirla (sbriciolerà anche le statue)… Restando, per carità, senza un graffio, con le sue canottiere aderentissime come fossero appena stirate, con la lunga treccia in ordine… Aggiungete, una società segreta (gli Illuminati), un babbo morto che riappare alla figlia…

Girato in tre continenti (si passa in un amen dalla Gran Bretagna, all’Islanda, a Venezia, alla Cambogia), costato uno sproposito, avrà tra poco un seguito per il quale Angelina Jolie è già stata scritturata. Nel film la figura del padre di Lara Croft, lord Croft è John Voight, padre dell’attrice anche nella realtà.

Defiance – I giorni del coraggio

L?anno è il 1941 e la comunità ebraica dell?Europa Orientale è soggetta al massacro ad opera dei nazisti. Sfuggiti alla morte, tre fratelli trovano rifugio in un fitto bosco dell?entroterra polacco che conoscono fin dalla loro infanzia. Inizierà qui la loro disperata e impossibile impresa di resistenza contro le truppe naziste. È una lotta per sopravvivere che in seguito diventa qualcosa di molto più importante e difficile, un modo per vendicare la morte dei loro cari salvando migliaia di altri.

Munich

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Settembre 1972, Olimpiadi di Monaco. Un commando di estremisti palestinesi uccide due membri della squadra israeliana e ne prende in ostaggio altri nove. I corpi speciali tedeschi tentano un blitz per liberare gli ostaggi ma la reazione dei palestinesi dà luogo a un massacro con morti da entrambe le parti. Ad Avner, un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani, viene richiesto di mettersi a capo di una squadra incaricata di stanare e uccidere i responsabili dell’eccidio.

Ispirato a
Vendetta
di George Jonas (pubblicato in Italia da Rizzoli) e sceneggiato da Eric Roth con la supervisione del drammaturgo Premio Pulitzer Tony Kushner, il nuovo film di Steven Spielberg affronta con stile quasi documentaristico le conseguenze di uno degli eventi più drammatici nella storia del conflitto fra israeliani e palestinesi.

Il messaggio di
Munich
è chiaro: la violenza chiama altra violenza e l’uso della forza non serve a risolvere i conflitti. L’ultima scena, con le Torri Gemelle sullo sfondo, è esemplificativa in questo senso. Trattandosi di un film di Spielberg,
Munich
è ben girato (pur peccando di eccessiva ingenuità nel mostrare città da cartolina), oltre che utile ad approfondire un momento importante di un conflitto tuttora in atto. Fin qui i lati positivi.

Commentatori più autorevoli di noi hanno però fatto notare che il libro di George Jonas che ha ispirato il film è considerato da molti una montatura. Secondo fonti israeliane Yuval Aviv, colui che ha sostenuto di essere il modello ispiratore del personaggio di Avner, non ha mai lavorato per i servizi segreti. Inoltre, nonostante abbia più volte dichiarato che il suo non è un film anti-israeliano ma piuttosto un tributo agli atleti che morirono a Monaco, Spielberg non mostra mai i palestinesi nell’atto di compiere le azioni per cui sono stati poi braccati, mentre gli israeliani si comportano in maniera efferata per tutta la durata della pellicola. Infine, nel film non c’è traccia dell’Islam radicale e delle dittature arabe, per le quali la distruzione di Israele era un obiettivo non certo secondario. Abolendo questi fattori, Spielberg crea uno scorretto miscuglio di storia e fiction, all’interno del quale è molto facile lanciare il suo messaggio politicamente corretto.
(maurizio zoja)

The Jacket

Jack Starks è un veterano della Prima Guerra del Golfo, sofferente di un’amnesia post-traumatica per una ferita subita nel conflitto. Accusato ingiustamente di omicidio, viene chiuso in una clinica psichiatrica in cui subisce una cura drastica e sperimentale: imbottito di droghe e infilato in un loculo, l’uomo comincia ad avere allucinazioni e a frequentare una dimensione spazio-temporale distorta, nella quale si muove tra passato e futuro ricostruendo ciò che è stato e cercando di evitare ciò che sarà: la propria morte che dovrebbe avvenire di lì a qualche giorno. Nel futuro conoscerà Jackie, ragazza bella e tormentata in cerca di un riscatto: le sorti dei due sono inestricabilmente connesse.

Di viaggi nel tempo al cinema se ne sono visti tanti e spesso non particolarmente riusciti. E altrettante tetre cliniche psichiatriche e innocenti ingiustamente condannati e storie d’amore fra grandi star. Ma questa è Hollywood. Piuttosto è meno frequente vedere tutti questi ingredienti miscelati nello stesso film. E vedere il naso tagliente ed espressivo di Adrien Brody campeggiare in una scena hollywoodiana al posto di quello più bello e gentile del solito Keanu Reeves o di un Brad Pitt qualsiasi.

The Jacket
rispecchia nel risultato la sua genesi produttiva: una telefonata dei super-produttori Soderbergh e Clooney all’indipendente John Maybury. L’opportunità ha solleticato il regista, pur consapevole di non avere completa libertà d’azione. Di Maybury (già autore dell’apprezzato
Love Is The Devil
) il film conserva comunque la decisa efficacia visiva: le atmosfere allucinate e i trip mentali di Jack inquietano. Il merito in realtà va spartito con Peter Deming, direttore della fotografia, già collaboratore di Lynch, e con la computer graphic.

La storia non risolve il nodo centrale: i viaggi nel tempo di Jack sono in qualche modo reali, oppure restano semplici fantasie? Ma Maybury non è interessato a dare risposte, né tanto meno a proporre speculazioni metafisiche: il regista non è un filosofo ma un buon narratore con un notevole gusto visivo. La mescolanza dei generi – il thriller, la fantascienza, la storia d’amore – produce un buon amalgama che salva il film dal rischio di essere bollato come l’ennesimo prodotto di genere, svolto secondo il consueto plot preconfezionato. Una certa originalità c’è, anche se non si nota molto. Corredano la pellicola le atmosfere livide e il dignitoso spessore dei personaggi.

Adrien Brody, dopo la grandiosa interpretazione de
Il pianista
di Polanski, ha ancora una volta la faccia giusta. Il suo volto è credibile almeno quanto la drammaticità della sua interpretazione. Maybury, proveniente da esperienza diverse da quelle del cinema istituzionale, lo ha voluto fortemente ed è stata una scelta che vale quasi il cinquanta per cento del film. A Hollywood dovrebbero fare qualche riflessione. Emblematica in questo senso è anche la scelta della co-protagonista, Keira Knightley, impegnata a essere più bella che brava. In realtà la giovane attrice, reduce prevalentemente da film di cassetta come
La maledizione della prima luna
, non sfigura nelle vesti della spinosa e fragile Jackie. Ma si spoglia giusto in tempo per il trailer e lascia dubbi sulle motivazioni della sua scelta (non a caso non era l’opzione preferita da Maybury). Attorno ai protagonisti ruotano volti ed espressioni sempre azzeccati, dal dottor Becker (Kris Kristofferson), alla dottoressa Lorenson (Jennifer Jason Leigh), agli altri comprimari.

La ditta Soderbergh – Clooney ha, insomma, sfornato un altro prodotto doc, con tutte le caratteristiche a posto per rientrare nel solco «buon coinvolgimento – rapida obsolescenza» che contraddistingue di solito le loro collaborazioni (vedi
Ocean’s Eleven
). La storia del cinema non la si fa in questo modo, ma due ore accattivanti (e un po’ di soldini) sì. Se vi trovate un pomeriggio di questi senza sapere cosa fare – e non frequentate abitualmente Kurosawa – investire qualche euro in The Jacket può non essere una cattiva idea.
(stefano plateo)

Invasion

In seguito all’esplosione di uno shuttle sui cieli degli Stati Uniti, cominciano a verificarsi strani avvenimenti. La psichiatra Carol Bennell si mette a indagare sul comportamento bizzarro di persone che sembrano essere cambiate da un giorno all’altro, e viene così a conoscenza di un piano d’invasione ai danni della popolazione terrestre.
Remake de L’invasione degli ultracorpi.

The Mother

Quadretto di famiglia felice. Arrivano i nonni a Londra e il figlio e la figlia, con relativi nipotini, li accolgono allegri. Ma il nonno Toots si sente male e muore. Resta la vedova, May, 68 anni, che per una vita ha preso ordini (benevoli) dal marito, ha subito, non ha vissuto. Non riuscendo a stare da sola si trasferisce dal figlio Bobby, che non la vuole. Ci prova con la figlia Paula, con la quale ha da sempre un rapporto molto difficile. Ma soprattutto ci proverà con il fidanzato della figlia, Darren… E avrà una storia con un giovane che potrebbe essere suo figlio.

Un film difficile e a tratti sgradevole e sconcertante questo
The Mother
diretto dal regista sudafricano Roger Michell
(Notting Hill, Ipotesi di reato)
e scritto dal grande scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi che, tra l’altro, sceneggiò
Intimacy
e
My Beautiful Laundrette.
Comunque un film che ti sbatte in faccia, nemmeno troppo delicatamente, una realtà che si preferisce ignorare. La vecchiaia, il corpo che si sfascia, la sessualità, il desiderio che non conosce età… Ma anche, e forse soprattutto, i dissidi, gli strappi, le ipocrisie, gli odi che si nascondono e si alimentano in seno alla famiglia. La protagonista è questa signora, ben interpretata da Anne Reid, volto noto della televisione britannica, che si ritrova nell’età in cui ci immaginiamo che le nonne raccontino le favole ai nipotini e che frequentino i corsi di decoupage a desiderare sessualmente un uomo. E a fare il primo passo e a scoprire ancora (e forse per la prima volta) il piacere sessuale. Peccato che quel ragazzo, Daniel Craig, sia il fidanzato un po’ spiantato della figlia… La vecchiaia, tema caro negli ultimi anni a Kureishi, viene sfrondata da tanti (comodi) stereotipi. Anche perché qui siamo di fronte a una donna normalissima, una come tante, non particolarmente affascinante né ben vestita (che non si spoglia come una
Calendar Girl,
per esempio) . Una nonna qualunque. E questo fa ancora più effetto.
(d.c.i.)

Cowboys & Aliens

1873. Arizona. Uno straniero (Daniel Craig) senza passato si imbatte nella remota città di Absolution, nel bel mezzo del deserto. Unico accenno alla sua storia è una misteriosa sorta di manetta intorno a un polso. L’uomo scopre in fretta che la gente di Absolution non è propensa a dare il benvenuto agli stranieri; e che nessuno fa una mossa per le strade della città, a meno che l’ordine non arrivi da parte del colonnello Dolarhyde (Harrison Ford). La città vive sotto il suo pugno di ferro, nella paura. Ma Absolution sta per sperimentare un terrore ben peggiore quando la desolata cittadina viene attaccata dai predoni dal cielo. Con velocità mozzafiato e luci accecanti, rapiscono uno ad uno gli umani impotenti, sfidando i cittadini in ogni modo possibile. Ora, lo straniero che hanno respinto diventa la loro unica speranza di salvezza. Man mano che il pistolero comincia lentamente a ricordare chi è, e da dove viene, si rende conto di nascondere un segreto che potrebbe dare alla città la possibilità di contrastare la forza aliena. Con l’aiuto della viaggiatrice solitaria Ella (Olivia Wilde), mette insieme una squadra composta da ex-nemici – gente del luogo, Dolarhyde e i suoi ragazzi, fuorilegge e guerrieri Apache – tutti accomunati dall’essere ugualmente in pericolo. Uniti contro un nemico comune, dovranno prepararsi per una prova di forza epica per la sopravvivenza.

La Bussola d’Oro

Lyra Belacqua (Dakota Blue Richards) vive al Jordan College ed è accompagnata dal suo daimon, Pantalaimon, un piccolo animale mutaforma. Il suo mondo sta però cambiando. Lo zio Lord Asriel (Daniel Craig) è in procinto di imbarcarsi in un viaggio verso il Circolo Artico per indagare su un misterioso elemento, la Polvere, ma il Magisterium (l’organo superiore di controllo) è disposto a tutto pur di fermarlo. Lyra giura di andare fino in capo al mondo pur di salvarlo, e quando al college arriva Marisa Coulter (Nicole Kidman), un’affascinante scienziata ed esploratrice, lei ritiene che questa rappresenti un’ottima opportunità per partire. La piccola Lyra scopre però di essere stata attirata in una trappola per sottrarle un oggetto che possiede e che il Magisterium cerca disperatamente: la Bussola d’Oro, un regalo del preside del Jordan College (Jack Shepherd). Si tratta di uno strumento mistico e potente che può indicare la verità, rivelare quello che gli altri desiderano nascondere e prevedere o anche modificare il futuro. Oscar agli effetti speciali.