Brigadoon

Dal musical di Lerner e Loewe, un Minnelli con una trama delle più fiabesche. Il villaggio di Brigadoon vive in perfetta letizia, ma può apparire agli umani solo una volta ogni cento anni, l’equivalente di un giorno per suoi i felici abitanti. Due cacciatori (Van Johnson e Gene Kelly) si perdono e vedono apparirsi davanti, in una splendida sequenza, il villaggio incantato. Ignari di tutto, si aggirano tra i paesani ostili, e Gene Kelly non può che innamorarsi di una sublime Cyd Charysse. È una storia impossibile, i due sono attesi nella città rumorosa, ma l’amore può compiere prodigi… Curioso che un poeta dell’artificio come Minnelli esalti qui un non-luogo agreste in contrapposizione alla caotica e vitale metropoli. Ma Brigadoon è tutta ricostruita in studio: più che una comunità russoviana è il luogo della poesia pura, della fantasia, insomma il puro distillato della Hollywood minnelliana.
(emiliano morreale)

Due settimane in un’altra città

L’attore americano Jack Andrews, reduce da un grave incidente e in netto declino di popolarità, arriva a Roma per girare un nuovo film. Nella capitale viene raggiunto dalla moglie Carlotta che, dopo un periodo di separazione, vorrebbe tentare di riconciliarsi con il marito. Un amaro affresco del mondo del cinema, quasi un seguito di
Il bruto e la bella
(realizzato dallo stesso Minnelli nel ’52 con Kirk Douglas e il produttore John Houseman), anche se in tono minore rispetto al precedente.
(andrea tagliacozzo)

Cantando sotto la pioggia

Forse il capolavoro di Gene Kelly e del «suo» regista Donen: musical tutto cinematografico, tutto corpi, scatto, nervi. Ci sono i numeri di Gene Kelly che canta sotto la pioggia e di Donald O’Connor che fa l’acrobata (irresistibile), c’è il terzetto di «Good morning». Ma questo è anche uno dei primi tentativi di autocoscienza da parte di Hollywood, di rilettura acre della propria storia. A voler essere maligni, lo si potrebbe leggere in parallelo con Viale del tramonto di due anni prima, canto funebre del divismo e visione delle sue mostruosità. Singin’ in the Rain è uno dei primi film in cui la nostalgia si insinua a Hollywood; ed è forse questo a renderlo così perfettamente contemporaneo. «Questo film realizzato da un ballerino è il film della gioia», scrisse all’epoca Chabrol sui «Cahiers du cinéma»; ma si legga il saggio firmato da Michael Wood col senno di poi, e intitolato «Musica nel buio»: negli anni dei Brando e dei Dean, «il viso raggiante di Kelly divenne la maschera di una fiducia irrimediabilmente perduta». (emiliano morreale)