La mano sulla culla

Il ginecologo Victor Mott tenta di abusare di una delle sue pazienti, Claire Bartel, che lo denuncia. L’uomo, travolto dallo scandalo, si suicida. Mentre la vedova di questi, Peyton, è costretta ad abortire, Claire partorisce un bel bambino. Peyton, intenzionata a vendicarsi, riesce a diventare, sotto mentite spoglie, la baby sitter del figlio di Claire. Un thriller di buona fattura, ricco di momenti di tensione, che purtroppo si perde in un finale a dir poco scontato. Da notare, in un ruolo marginale, la bravissima Julianne Moore, all’epoca ancora sconosciuta al grande pubblico.
(andrea tagliacozzo)

Cattive compagnie

Un giovane yuppie di Los Angeles timido e responsabile (James Spader) s’imbatte in un coetaneo (Rob Lowe) misterioso e senza scrupoli. L’amicizia con quest’ultimo trasforma radicalmente il ragazzo, che viene spinto ad un comportamento esagerato e violento. Ennesimo omaggio di Curtis Hanson (in seguito autore di
L.A. Confidential
) ad Alfred Hitchcock, dopo il discreto La finestra della camera da letto di due anni prima. Niente di eccezionale, ma lo spunto è intrigante e i momenti riusciti non mancano. Vincitore del Mystfest di Cattolica nel 1990.
(andrea tagliacozzo)

L.A Confidential

La storia viene da un romanzo di James Ellroy, uno dei più fortunati e acuti esploratori della letteratura di genere: siamo nei paraggi di Hollywood, dove le indagini di tre poliziotti perdenti scoperchiano il solito nido di vipere. Ma oltre alla perfetta cinefilia, che regala a Kim Basinger il ruolo più bello della sua carriera (una triste attrice-prostituta sosia di Veronica Lake), questo film si distingue per la sua particolare sincerità. Ci si appassiona senza mezzi termini e senza retrogusti camp, e il dolore della pagina di Ellroy viene conservato, giusto un po’ ammorbidito nella bellissima fotografia di Dante Spinotti (virtuosistica la sparatoria finale). Un gran bel film hollywoodiano, fiero di esserlo, che – se non tocca le altezze del Polanski di
Chinatown
– esibisce comunque una confezione tra le più impeccabili del cinema americano di genere negli ultimi anni.
(emiliano morreale)

La finestra della camera da letto

Mentre si trova nell’appartamento dell’amante, Sylvia assiste all’aggressione di una ragazza. Quest’ultima riesce fortunatamente a salvarsi. Quella stessa notte, un’altra giovane viene invece uccisa in analoghe circostanze. Per far catturare, senza compromettersi, l’aggressore e probabile autore anche del secondo delitto, Sylvia fornisce indicazioni utili a Terry, l’amante, che si propone come testimone oculare. Discreto omaggio al grande Hitchcock, ben congegnato, avvincente, anche se irrimediabilmente derivativo. Curtis Hanson continuerà a realizzare thriller interessanti ma poco originali, fino ad arrivare al grande successo dieci anni più tardi con l’ottimo

L.A. Confidential.
(andrea tagliacozzo)

In her shoes

Photogallery

Maggie (Cameron Diaz) e Rose (Toni Collette) sono due sorelle che hanno in comune solo la misura delle scarpe. Rose è un brillante avvocato che lavora in uno studio importante mentre Maggie si barcamena tra un lavoro e l’altro. Maggie è sexy, Rose tende a ingrassare; Maggie usa come valigia un sacco della spazzatura, Rose ha un appartamentino curato che è il suo vero e proprio rifugio. Le lega un’infanzia difficile per la prematura scomparsa della mamma, l’odio per una matrigna che sembra uscita dalla favola di Cenerentola, e, appunto, una vera e propria passione per le scarpe.

Sarà un litigio traumatico a rompere il fragile equilibrio del loro legame: Rose lascerà lo studio per lavorare come dog sitter mentre Maggie troverà rifugio in Florida dalla nonna (un’impeccabile Shirley MacLaine) che le sorelle credevano morta. Proprio l’anziana Ella riuscirà con garbo e fiducia, a dare una svolta alla vita di Maggie e a far riavvicinare le sorelle, finalmente in grado di perdonarsi.

Tratto dall’omonimo libro di
Jennifer Weiner,
il film è diretto da
Curtis Hanson,
già regista di

L.A. Confidential
e

8 Mile.
A chi sottolineava l’assoluta novità di vederlo calato in un mondo così femminile, Hanson ha risposto: «
In her shoes
non è affatto diverso dalle mie pellicole precedenti, perché anche tutti quei film hanno per protagonisti dei personaggi che lottano per capire cosa stanno combinando con se stessi e con la loro vita, personaggi che, in fondo, aspirano solo a dei rapporti umani e ad una famiglia».

A tratti brillante, a tratti commovente, il film vi coinvolgerà perché parla di rapporti umani, di emozioni, delle etichette da cui è difficile liberarsi, delle abitudini che è faticoso abbandonare, della necessità di mettersi in discussione e di affrontare il proprio passato per andare avanti. Sarà solo la presenza di un’insuperabile
Shirley McLaine
che ci fa ricordare

Voglia di tenerezza
?
(sara dania)

8 Mile

Detroit 1995, Jimmy Smith Junior (Eminem) lavora in un’officina di paraurti, vive con la madre e la sorellina in una roulotte alla periferia della città. Ama rappare, ma fa fatica a esibirsi e a entrare in un mondo prevalentemente nero. Ha un gruppo e molte speranze, però è reduce da una brutta figura in un locale di musica, dove non è riuscito a esibirsi per l’emozione. Ha appena lasciato la sua ragazza. Una vita difficile, in un ghetto nero, dove le risse tra band sono all’ordine del giorno. La scena hip hop, per chi vuole emergere, è spietata, ma Jimmy «Big Rabbit» Smith ha voglia di farcela, di incidere un disco e risollevarsi. 8 Mile è la strada che divide la città dei bianchi dalla periferia dei neri e Rabbit è accusato di essere nato dalla parte sbagliata. Una Detroit ormai fatiscente, che per nulla ricorda la città del boom economico automobilistico. Una sfida a colpi di rime può diventare l’unico mezzo di affermazione e lo scrivere versi l’unica ancora di salvezza dal baratro esistenziale. Peccato. Peccato che certi film si debbano tradurre dalla lingua originale. Nel caso italiano, poi, è stato affidato a gente che vive e pensa luoghi comuni, frasi fatte di neologismi che sembrano coniati da cabarettisti. Pesante sopportare quasi due ore di slang improvvisato, che ridicolizza enormemente i personaggi del film. Senza considerare questo grave handicap linguistico, comunque,
8 Mile
è una buona occasione sfruttata male. Il mondo hip hop e la disintegrazione sociale di Detroit sono troppo semplificati. In alcuni momenti sembra di guardare
Rocky
o
La febbre del sabato sera,
, con la differenza che sono passati più di vent’anni e che quindi ci si aspetta qualcosa di nuovo. Eminem ne esce bene, ma forse non è difficile interpretare se stessi, il vero esame arriva dopo. Brava, come al solito, una sempre splendida Kim Basinger.
(andrea amato)