Amarsi può darsi

Davide si ubriaca durante una festa. Il giorno dopo deve presentarsi all’udienza in tribunale per divorziare da Giulia. Il giudice chiama a testimoniare le persone che hanno incrociato e condiviso la vita sentimentale dei due, nella speranza di riuscire a ricostruire i meccanismi della crisi che ha deteriorato il loro matrimonio. Ma l’udienza, ovviamente, si risolve in una catastrofe.
L’ultimo bacio 2
: la vendetta. Ancora annichiliti da Muccino, ecco che Taraglio ci propina l’ennesima lezioncina sui trentenni e le loro pene d’amor perdute. A prescindere dall’assoluta nullità stilistica del regista, nonostante un incipit volutamente straniante
Amarsi può darsi
è l’ennesima dimostrazione che la commedia all’italiana, più che un’eredità, è una nemesi. Incapace di mettere in scena sentimenti, pulsioni, desideri, amori, Taraglio – un po’ cialtronescamente – la butta sul ridere senza avere i numeri per far ridere. Per assurdo Muccino, nella sua sconfinata malafede, ha almeno il pregio di racchiudere in un unico film il fallimento di un’estetica (il cosiddetto cinema medio industriale) e di un progetto ideologico (la famiglia come unica difesa dal mondo esterno). Invece Taraglio, anche se partecipa esattamente dello stesso universo di Muccino, non riesce ad accettare l’idea di essere un Muccino-bis, sfotte persino Bergman e si inventa, nel finale, una pseudofamiglia alternativa benedetta dal Giubileo 2000.

Nelle note del pressbook si legge poi che il prode Taraglio si ispira niente di meno che a Lubitsch e a
Il cielo può attendere
, e che ravvede similitudini tra il suo Davide e Henry van Cleve. Accidenti! Peccato solo che nel suo film non ci sia una battuta di dialogo accettabile che sia una, uno straccio di inquadratura, un attore degno di questo nome…
(giona a. nazzaro)

Paz!

Siamo nella Bologna di fine anni Settanta, quella del disegnatore di Pescara, studente fuorisede e fuoricorso al Dams, in un appartamento al quinto o sesto piano di un palazzone in via Emilia Ponente 43. Qui vivono tre ragazzi, Massimo Zanardi (detto Zanna), Enrico Fiabeschi e Pentothal. Convivono, ma senza mai incontrarsi, solo sfiorandosi. Zanardi, interpretato da Flavio Pistilli (
Auguri professore, La guerra degli Antò
), è uno studente liceale pluriripetente ed è inseparabile da Roberto Colasanti, bello e ricco, e Sergio Petrilli, brutto e povero. I tre sono accusati di aver crocefisso il gatto della preside della scuola e la prova di colpevolezza è l’agenda di Zanna, trovata in giardino. Mentre Zanardi è impegnato a recuperare la sua agenda, Enrico Fiabeschi, interpretato da Max Mazzotta (
L’ultimo capodanno dell’umanità
), deve sostenere un esame di cinema al Dams. L’argomento è il film
Apocalypse Now
, ma il nostro ne sa poco: «Apocalipsi näu: regia di Francis Ford Coppola, musiche dei Doors». L’unico che non si muove dalla sua stanza è Pentothal, che ha il volto di Claudio Santamaria (
La stanza del figlio, L’ultimo bacio
), ventenne meridionale, fumettista, in botta per la sua ex ragazza Lucilla che lo ha lasciato. Pentothal vive perennemente in pigiama con un paio di Clark ai piedi, sempre slacciate e logore. Operazione difficile quella di Renato De Maria, un amico dei tempi bolognesi di Andrea Pazienza, ma che è riuscito a raccontare i personaggi del disegnatore di Pescara, Bologna e una generazione. Realizzato con costi ridottissimi, girato in digitale, De Maria è riuscito con una sapiente fotografia, una scenografia azzeccata e un montaggio curato a supplire i limiti di budget. E poi gli attori, soprattutto quelli famosi, che hanno partecipato «in amicizia». Un film vietato ai minori di 14 anni, che per poco ha rischiato di essere vietato ai 18. Sarebbe stato un insulto, un volere imbavagliare un grande disegnatore e come ha detto il regista: «Censurare una generazione, la nostra». Per fortuna non è stato così.
(andrea amato)