Paycheck

Michael Jennings è uno sviluppatore di progetti ad alto contenuto tecnologico per aziende che lo ingaggiano a suon di dollari e poi cancellano la sua memoria per impedirgli di divulgarne i segreti. Ma dopo aver portato a termine un progetto durato tre anni, non riceve nessun assegno. In banca trova invece una scatola piena di oggetti apparentemente inutili. La cancellazione della sua memoria gli impedisce di comprendere il motivo per cui, gli dicono, ha volontariamente rinunciato al compenso. Con l’aiuto di Rachel, la donna con cui negli ultimi tre anni ha lavorato e vissuto un’intensa storia d’amore, tenterà di risolvere l’enigma e, soprattutto, di capire perché i suoi ex datori di lavoro stanno tentando di toglierlo di mezzo.
Liberamente ispirato all’omonimo racconto scritto da Philip K. Dick nel 1953, il nuovo film di John Woo è un incrocio fra un thriller e un film di fantascienza, descrizione di un mondo in cui tecnocrati senza troppi scrupoli fanno utilizzo di macchine in grado di togliere all’uomo alcune sue facoltà, come quella di ricordare, per poi «regalargliene» altre, come quella di prevedere il futuro. Il regista di Mission: Impossibile 2, colpito dalle questioni di ordine etico sollevate dal racconto di Dick, è riuscito a realizzare un film che pone allo spettatore gli stessi dilemmi, invitandolo a riflettere su ciò che deciderebbe di fare qualora si trovasse nei panni del protagonista. Ben Affleck e Uma Thurman se la cavano con mestiere, nulla più. È invece la sceneggiatura, opera di Dean Georgaris, la parte migliore di un film condito con scene d’azione e sparatorie tipiche delle pellicole dirette da Woo. Imperdibile per i fan di quest’ultimo, un po’ meno per i lettori di Dick e comunque mai noioso, Paycheck diverte senza entusiasmare, perdendo nettamente il confronto con Face Off, il miglior film «americano» del regista di Hong Kong. (maurizio zoja)

Una scatenata dozzina

Tom Baker è l’allenatore della squadra di football americano di un liceo dell’Illinois. Dopo anni passati nell’ombra, un’importante università gli offre un posto da capo allenatore. La realizzazione del suo sogno professionale implica però il trasferimento di tutta la sua numerosa famiglia, dodici irrequieti figli che gli daranno più di un grattacapo, soprattutto quando la moglie Kate sarà costretta a recarsi a New York per promuovere il suo primo libro.

Già regista del discreto
Big Fat Liar,
totalmente sconosciuto al pubblico italiano, Shawn Levy fa il verso a
Mamma ho perso l’aereo
con una tragicommedia familiare in cui convivono una miriade di elementi già apparsi in decine di film dello stesso genere: il padre in gamba ma sotto sotto dipendente dalla madre, la partita di football, il bimbo superdotato, la figlia ribelle e così via. A Steve Martin il compito di far quadrare i conti, un obiettivo che l’attore non sfiora neanche lontanamente, e non certo per colpa sua. Forse, nel cercare di trasmettere l’idea del caos che regna nella famiglia dei protagonisti, il regista si è un po’ fatto prendere la mano, finendo con il frastornare anche lo spettatore con una sceneggiatura poco convincente. A volte sembra quasi che il film sia un pretesto per inanellare gag neanche tanto spiritose e la storia finisce sepolta dalle bizze dei vari personaggi, nessuno dei quali memorabile. Il cinema americano degli ultimi vent’anni trabocca di commedie famigliari senza pretese ma più divertenti di questa. Meglio risparmiare e noleggiare un home video.
(maurizio zoja)

The Exorcism Of Emily Rose

Nell’America di questi tempi, una giovane avvocatessa rampante sembra essere la persona giusta al posto giusto. Ma non è tutto oro quel che luccica, almeno per Erin Burner (Laura Linney): la sua rapida carriera come principessa del foro, grande determinazione e zero scrupoli etico-morali, è infatti giunta a una svolta. Un caso più complesso degli altri: la difesa di Padre Moore (Tom Wilkinson), accusato di aver provocato con «pratiche esorcistiche» la morte della ventenne Emily Rose (Jennifer Carpenter). Durante il processo, oltre a difendere il prete dalle accuse dell’inflessibile procuratore Etan Thomas (Campbell Scott), Erin dovrà rimpadronirsi del suo senso religioso (dopo essersi più volte definita agnostica) e, last but not least, resistere agli attacchi delle entità demoniache che si erano precedentemente scontrate con il suo cliente.
Un film che suscita alcune perplessità. Forse sono più dubbi di ordine ideologico che non prettamente tecnico-artistici. Meglio andare con ordine.
The Exorcism Of Emily Rose è difficilmente catalogabile: il suo impasto di horror e court drama è piuttosto ben equilibrato, nessuno dei due elementi prende il sopravvento in modo netto; piuttosto il film vive attraverso l’alternanza dei toni e degli stili, diversi, spesso totalmente opposti, tipici dell’uno o dell’altro genere.
Un esperimento riuscito, quello di Scott Derrickson: pur senza particolari colpi d’ala, il mix funziona in modo soddisfacente, anche se certamente le sequenze meglio riuscite sono quelle, più appassionanti, che si svolgono all’interno dell’aula del tribunale; caratterizzati da un maggior numero di cadute di stile invece i momenti prettamente horror, tanto che agli spettatori più smaliziati (o maldisposti) a volte scapperà pure qualche risata. Nonostante questi aspetti (e le due ore di lunghezza), il film trascorre piacevolmente, più un prodotto medio che un prodotto mediocre.
Veniamo ai dubbi di cui si è parlato più sopra. Il regista ha dichiarato più volte di voler stimolare la riflessione da parte degli spettatori, dando vita a un dibattito tra i sostenitori e i detrattori dell’esistenza del soprannaturale. Ma questa rimane solo una dichiarazione, perché il soprannaturale è caratterizzato esclusivamente con i tratti della simbologia religiosa cattolica e gli «agnostici», già dopo la prima mezz’ora, diventano dei miscredenti incapaci di vedere al di là del loro naso. Anche la dichiarazione iniziale «tratto da una storia vera», stride con questa dichiarata volontà di essere super partes: qual è la «storia vera»? Il processo? Ok. La possessione di Emily? Le sue stimmate?
Abbiate fede, sembra volerci dire Derrickson, ma si raccomanda anche che sia una fede da credulità popolare, da Padre Pio, da madonne che piangono, e attenzione al diavolo che è sempre in agguato. La sua è solo una indifendibile e bieca strategia commerciale, neanche troppo ben mascherata. In definitiva: film decente, ma un po’ pretenzioso e a tratti retorico dal punto di vista dello stile. Sui risvolti, meglio sospendere il giudizio. Tanto quello, prima o poi, arriva per tutti… (michele serra)

Chicago

La Chicago degli anni Venti è fata di alcol, gangster, violenza e jazz. Una famosa ballerina di cabaret, Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), uccide sua sorella e il marito, dopo averli scoperti insieme a letto. Intanto Roxie Hart (Renée Zellweger), tradisce il marito Amos con il mobiliere Fred, che le ha assicurato di parlare di lei al proprietario di un famoso locale. Dopo un po’ di tempo Roxie capisce che Fred le ha mentito e così, in un raptus di rabbia, lo uccide. Portata in prigione, dove incontra la presuntuosa e arrogante Velma, Roxie capisce come deve giocare le sue carte per non finire impiccata e così ingaggia il grande avvocato penalista Billy Flynn (Richard Gere), bravissimo a sfruttare il sensazionalismo che provocano i giornali nei casi di cronaca. Roxie ottiene fama e successo, mentre è in carcere, ma Velma, ormai offuscata dalla bionda rivale, trama nell’ombra… Basato sul famoso musical di John Kander, Fred Ebb e Bob Fosse,
Chicago
è un film davvero completo. Intrighi di ogni genere, amore, tradimenti, seduzione, rivalità, amicizia, cinismo, ironia, sarcasmo. Tutto condito con musica e danza. Un Richard Gere in grazia di dio, che arringa in aula a tempo di tip tap, che gioca al ventriloquo con la sua assistita, che canta da vero crooner. Altrettanto brave le due primedonne, anche se nel balletto di chiusura del film danno dimostrazione lampante di fare un altro lavoro, e per fortuna. Comunque una pellicola da vedere, ben fatto e ben recitato, praticamente impeccabile, apprezzabile anche da chi non ama il genere musical. Candidato a tredici premi Oscar.
(andrea amato)

Changeling

Changeling

mame cinema CHANGELING - STASERA IN TV LA JOLIE DIRETTA DA EASTWOOD scena
Una scena del film

Basato sugli eventi avvenuti a Los Angeles nel 1928, Changeling (2008) ha come protagonista una madre nubile, Christine Collins (Angelina Jolie). In quello che sembra un giorno come tutti gli altri, Christine saluta il figlio Walter e si reca al centralino presso cui lavora. Tornata a casa, scopre che il bambino non c’è più. Hanno così inizio le ricerche, apparentemente senza risultato.

Tuttavia, cinque mesi dopo la scomparsa di Walter, la polizia afferma di aver ritrovato il bambino e lo comunica sia a Christine che alla stampa. Una volta arrivata alla stazione, la donna scopre però che il ragazzino accompagnato dalla polizia non è suo figlio. Eppure, i poliziotti insistono che si tratta proprio di Walter. Stordita da un mix di emozioni contrastanti, Christine prova a convincersi che quel bambino sia suo figlio, dicendo a sé stessa che probabilmente fatica a riconoscerlo per via dei mesi trascorsi nello stress e nella disperazione. Ma una voce dentro di lei non riesce a tacere: il ragazzino che ora ospita in casa non è Walter.

Resasi conto dell’inganno della polizia, protesta contro quest’ingiustizia, ma viene fatta tacere e internata in un manicomio. Sarà il reverendo Briegleb (John Malkovich) ad aiutarla a fare giustizia. Ma in questa lotta contro le autorità corrotte ci sarà posto anche per il ritrovamento di Walter? Che ne è stato del bambino?

Curiosità

  • Il film nasce da un’idea di J. Michael Straczynski, il quale ha più volte dichiarato di averlo studiato per molti anni, prima di riuscire a trovare un supporto finanziario adeguato. Per la stesura della sceneggiatura, Straczynski si è basato sulla serie di sparizioni ed omicidi conosciuti come Wineville Chicken Murders, storia strettamente associata a questo caso di malagiustizia, e a un altro caso di sparizione seguito dal Los Angeles Police Department.
  • A livello mondiale, la pellicola ha incassato circa 111 500 000 dollari, e si è piazzata al 29º posto nella classifica per gli incassi totali del 2008/2009 in Italia e al 75º per gli incassi totali del 2008 negli USA.
  • Il film ha ottenuto tre nomination agli Oscar, due ai Golden Globe, otto ai premi BAFTA e una al Festival di Cannes del 2009. Sempre in occasione del Festival di Cannes 2009, Clint Eastwood ha ricevuto il Premio speciale.
  • Per il ruolo di Christine, Angelina Jolie ha vinto i Satellite Award nella categoria Miglior attrice in un film drammatico.

National Security – Sei in buone mani

Due ex poliziotti rivali scoprono azioni illecite nelle alte sfere mentre lavorano come guardie di sicurezza (eh sì, probabilmente avrete già sentito qualcosa di simile…). Com’è prevedibile, questa commedia su una coppia di amici non è granché sensata neppure al suo livello più stupido, eppure Lawrence e Zahn sono sorprendentemente in sintonia e spassosi come sono sempre stati. La scena che porta alla cacciata di Zahn dalla squadra è di prim’ordine, qualunque sia il metro di valutazione; tutto il resto è mero riciclaggio.

The Chronicles of Riddick

Riddick
(Vin Diesel)
all’anagrafe Mark Vincent) detenuto pluriricercato e mago delle evasioni, dotato della capacità di vedere anche nel buio, scampa all’agguato di una banda di cacciatori di taglie e finisce sul pianeta Helios. Qui ritrova l’imam
(Keith David)
che aveva salvato nel film precedente (il non banale

Pitch Black).
Prima di scampare a una retata, Riddick incontra Aereon
(Judi Dench),
essere ectoplasmatico
(elementale),
che sollecita il suo aiuto per sconfiggere Lord Marshal
(Colm Feore),
il potente signore dei
necromonger,
una setta di zombie dotata di formidabili poteri che è determinata a cancellare ogni forma di vita non disposta a sottomettersi al suo credo. Lui è infatti uno dei pochi sopravvissuti del popolo dei
furiani,
indomiti guerrieri temuti da Lord Marshal. Ma il criminale dal cuore tenero scopre anche che l’unica persona al mondo che davvero conti qualcosa per lui, Kyra
(Alexa Davalos),
la ragazzina di
Pitch Black
ormai fattasi donna, si trova rinchiusa in una prigione di massima sicurezza su un pianeta il cui nome è tutto un programma:
Crematorion.
È lì che l’eroe si recherà, curando di tornare in tempo per salvare l’umanità o ciò che ne rimane.

D’accordo, da
Star Wars
in poi il genere
fantasy
ha sempre prosperato sulle sage a episodi. La fregatura è che se ti perdi la prima puntata, rischi di non capirci più nulla. Queste
Cronache
non corrono il rischio, perché è assai esile il filo che le lega al precedente
Pitch Black.
Oltre al protagonista, sono solo due i personaggi che fungono da
trait d’union
con il
prequel.
Ma ambientazione e intreccio sono così differenti che presto anche quell’esile filappero si spezza.

Ed è un vero peccato: malgrado lo sfoggio di tecnologie, scenografie, comparse, campi lunghi ed effettacci grafici, la vicenda non riesce infatti a involarsi.
David Twohy,
che aveva diretto con mano sicura l’inquietante ergastolano dallo sguardo che penetra la notte nella lotta contro i terribili vampironi alati di
Pitch Black,
deve qui tenere sotto controllo un budget forse troppo pingue per le sue sole forze. L’ennesima conferma che la
science fiction,
senz’anima e con poche idee, si declassa a videogioco. Lui, Vin Diesel, pare tuttavia non demordere: trilogia aveva da essere e trilogia sarà. Appuntamento sul pianeta Furia, dove il Nostro farà ritorno per cercare di riconciliarsi col suo passato. Non ci struggeremo nell’attesa.

(enzo fragassi)

Pearl Harbor

1941. Rafe McCawley e Danny Walker, amici fin dall’infanzia, hanno coronato il loro sogno di diventare piloti dell’aviazione degli Stati Uniti. Alla vigilia della partenza per l’Inghilterra, dove affiancherà i piloti della RAF che si battono contro i nazisti, Rafe s’innamora dell’infermiera Evelyn, alla quale promette di tornare sano e salvo. Ma nel corso di uno scontro aereo sui cieli della Francia, Rafe viene abbattuto. Credendolo morto, la ragazza si consola tra le braccia di Danny. Intanto, gli strateghi dell’apparato militare giapponese preparano un attacco a sorpresa al nemico statunitense. Obiettivo: le basi americane di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Michael Bay è probabilmente uno dei registi americani più sottovalutati. Tre anni fa il suo Armageddon – un piccolo gioiello nel suo genere, talmente kitsch e ridondante da diventare sublime e commovente – venne fatto a pezzi dalla critica (in Patria, ma anche da noi), riuscendo a consolarsi (eccome!) solo con i suoi incassi da record. La storia ora si ripete, con i recensori americani pronti coi fucili spianati a far fuori il mastodontico bestione. Ma anche stavolta, il buon Bay ne esce fuori con le ossa intatte (75 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni) e un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che disprezzabile. Anzi, per certi versi persino notevole. Il regista – e il suo fido produttore Jerry Bruckheimer, la vera mente del duo, probabilmente – riesce nella non facile impresa di coniugare lo spirito di Howard Hawks (l’amicizia virile, la dedizione alla causa, la retorica dell’eroismo; basti vedere Rivalità eroica, Brume, Avventurieri dell’aria e, soprattutto, Arcipelago in fiamme ) con l’estetica parapubblicitaria degli spot del Mulino Bianco (sembrerebbe una considerazione negativa, ma non lo è…). La critica si è lamentata dei dialoghi del film – secondo alcuni ai limiti del ridicolo – senza rendersi conto che frasi simili potrebbero venir fuori direttamente da un qualsiasi classico degli anni Quaranta, magari pronunciate da un James Stewart o un Cary Grant del caso. E, fatte le debite distanze, Pearl Harbor potrebbe addirittura essere considerato una rilettura postmoderna di quei classici tanto amati (ma evidentemente da tempo non più visti). Quanto all’estetica patinata di Michael Bay, altrove deprecabile, nel suo caso è ormai diventata una cifra stilistica, un tocco quasi autoriale, portata avanti con così ostinata convinzione da risultare incredibilmente creativa. Non tutto è calibrato alla perfezione, ovviamente, a partire dalle semplificazioni storiche, dalle sviste di sceneggiatura e dall’eccessiva durata. Eppure la storia d’amore appassiona e coinvolge, mentre sul piano puramente spettacolare i 40 minuti dell’attacco giapponese sono semplicemente straordinari, tanto da farti dimenticare di essere per buona parte frutto delle magie digitali. (andrea tagliacozzo)

Face/Off – Due facce di un assassino

Forse l’unico incontro felice tra Hollywood e i nuovi maestri dell’action di Hong Kong. John Woo dirige una sceneggiatura immaginosa, inverosimile e avvincente di Mike Werb e Michael Colleary: un poliziotto si sostituisce a uno spietato killer mediante una chirurgia futuristica (gli viene letteralmente applicata la faccia dell’altro); ma il killer riesce a fare altrettanto. E questo è solo il filo conduttore: la storia si complica con continui colpi di scena, l’evidente dimensione di allegoria della lotta tra Bene e Male viene sostenuta da un ritmo travolgente. Qui Woo riesce davvero a trapiantare in un modello «hollywoodiano» tutto il suo mondo e il suo stile, giocando al rialzo e liberando il cinema d’azione occidentale da ogni scrupolo di bon ton. Le passioni esplodono, le sparatorie si moltiplicano, i simboli troneggiano. Una lezione per registi e cinefili occidentali. (emiliano morreale)