Animali fantastici e dove trovarli

Animali fantastici e dove trovarli

mame cinema ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI - STASERA IN TV scena
Newt Scamander interpretato da Eddie Redmayne

Diretto da David Yates, Animali fantastici e dove trovarli (2016) è ambientato nel 1926. Lo studioso di creature magiche britannico Newt Scamander (Eddie Redmayne) sosta a New York durante il suo viaggio. Ma uno Snaso, una essere attratto dagli oggetti preziosi e da tutto ciò che luccica, scappa dalla sua valigia, nella quale sono contenute numerose creature magiche. Scamander tenta perciò di riacciuffare lo Snaso, coinvolgendo tuttavia anche un Babbano e altri personaggi.

Quali altre avventure vivrà lo studioso? E quale legame si creerà tra il mondo Babbano e quello magico? Sarà possibile una sorta di coesistenza o è meglio tenere le due realtà ben separate?

Nel cast anche Dan Fogler, Colin Farrell, Alison Sudol, Katherine Waterston, Jon Voight, Ezra Miller, Samantha Morton, Carmen Ejogo e Johnny Depp.

Curiosità

  • Il film è ispirato all’omonimo romanzo di J.K. Rowling, la quale ha scritto anche la sceneggiatura cinematografica.
  • Johnny Depp e Colin Farrell interpretano lo stesso personaggio, cioè Gellert Grindelwald, il famigerato mago oscuro.
  • Nell’aprile 2015 Variety riporta che Eddie Redmayne è il favorito dallo studio per il ruolo di Newt Scamander. Anche Matt Smith e Nicholas Hoult vengono considerati per il ruolo. Nel giugno 2015 Katherine Waterston entra nel cast nel ruolo di Tina Goldstein, ruolo per il quale sono state prese in considerazione anche Kate Upton ed Elizabeth Debicki.
  • Animali fantastici e dove trovarli ha incassato $234 milioni in Nord America e $580 milioni nel resto del mondo, per un totale di $814 milioni a fronte di un budget di $180 milioni.
  • Su Rotten Tomatoes il film ha un indice di gradimento del 73% basato su 267 recensioni, con un voto medio di 6.8 su 10. Il commento del sito recita: Animali fantastici e dove trovarli attinge dalla ricca mitologia di Harry Potter per offrire uno spin-off che impressiona, riuscendo a creare un nuovo magico franchise”.

Il nuovo mondo

Nell’aprile del 1607, tre piccole navi inglesi con a bordo centotre uomini, approdano in quella che oggi è l’America del nord, a cinquemila chilometri di distanza dalla Madrepatria, al di là dell’oceano Atlantico. Finanziati dalla Virginia Company, una società marittima di proprietà reale, intendono insediarsi in quello che chiamano il Nuovo Mondo per esportare regole culturali e religiose e ricevere benefici economici. Incatenato sotto coperta si trova il ribelle ventisettenne John Smith (Colin Farrell), condannato all’impiccagione per insubordinazione. Veterano delle numerose guerre che hanno luogo in Europa, Smith è un soldato di fortuna. Ma Smith ha troppe qualità per morire così squallidamente, perciò viene liberato dal Capitano Christopher Newport non appena la nave getta l’ancora. Il Capitano Newport sa bene che la sopravvivenza nel Nuovo Mondo richiederà il massimo impegno da parte di tutti. Newport e la sua banda di coloni inglesi ancora non sanno di essere approdati all’interno di uno stratificato impero indiano governato dal potente capo tribù Powhatan. Gli inglesi, stranieri in una terra a loro estranea, fin dall’inizio lottano strenuamente ma con pochi risultati. Nel cercare l’appoggio e la collaborazione della tribù del luogo, Smith incontra per caso una giovane donna che all’inizio assomiglia più a una ninfa dei boschi che a un essere umano. La ragazza, coraggiosa e passionale, viene affettuosamente chiamata Pocahontas (colei che ama giocare), ed è adorata dai bambini di Powhatan. Pocahontas (Q’Orianka Kilicher) si innamora di John Smith e il loro legame diventa una vera e propria leggenda americana che sarà raccontata nei secoli a venire.

Terrence Malick torna dietro la macchina da presa a sette anni dal toccante

La sottile linea rossa.
Questa volta sceglie di ispirarsi alla leggenda nordamericana dell’amore impossibile tra il pioniere inglese John Smith e la principessa indiana Pocahontas. Malick non è un regista facile, né tanto meno incline a spettacolarizzazioni. Non ama le interviste (non ne concede una dal 1973), i giudizi degli attori che lavorano con lui sono sempre sospesi tra l’ammirazione e l’incomprensione e in trentasette anni di carriera, iniziata quando ne aveva ventisei, ha realizzato solamente cinque pellicole.

Anche in questo film il regista statunitense non abbandona il taglio poetico e metafisico che ha sempre contraddistinto il suo lavoro e riesce, pur con tempi lunghi, a intrecciare immagini e racconto in un unico flusso di coscienza che trascende le singole esistenze dei personaggi. Non mancano le vedute suggestive (il film è stato completamente girato in Virginia in quattro mesi e senza alcun utilizzo di luce artificiale) né le sequenze serrate sugli scontri tra nativi e coloni, ma quello che più è riuscito a Malick è il racconto dell’amore, dolce e innocente, tra Smith e la piccola Pocahontas (la leggenda la ricorda poco più che bambina all’epoca dei fatti) e tra quest’ultima e il nobile John Rolfe. Un amore raccontato non attraverso dialoghi in prima persona, ma grazie alla simbiosi tra immagini e pensieri in cui gli innamorati si rifugiano, cercando la fuga da una realtà che li vuole appartenenti a due culture destinate allo scontro, e una delle due all’inevitabile tracollo.

L’abilità tecnica e l’espressione artistica di Malick soddisferanno di certo lo spettatore più esigente e attento (la ricostruzione storica è curata nei minimi particolari, dagli armamenti fino alle navi, dal villaggio dei coloni a quello degli indiani) ma difficilmente andranno incontro al gusto del grande pubblico: questo è un film che parla soprattutto con le immagini e attraverso esse vuole scuotere lo spirito e non solo compiacere l’occhio. Un tipo di cinema d’elite, non per forza il migliore, che oggi è in via d’estinzione ma che riesce ancora a stupire con la sua forza e la sua naturalezza.

Tra gli interpreti, Colin Farrell offre anche in quest’occasione una buona prova incarnando lo spirito travagliato e altalenante di Smith, sempre sospeso tra l’amore e l’ambizione personale, l’esordiente Q’Orianka Kilcher vince la scommessa e fa ben sperare per il futuro, mentre Christian Bale, in scena solo nell’ultima porzione di pellicola, mette quasi in ombra il protagonista Farrell interpretando magnificamente John Rolfe, e dando vita ad alcune tra le sequenze più coinvolgenti della pellicola. Unico neo evidente del film è la sua eccessiva prolissità, che inevitabilmente si ripercuote sul ritmo del racconto, ma pare che, a nove giorni dall’uscita nelle sale statunitensi, ci abbia pensato lo stesso Malick tagliandone diciassette minuti.
(mario vanni degli onesti)

Triage

Mark (Colin Farrell) e David (Jamie Sives) sono dei fotografi esperti inbattaglia che riprendono le immagini belliche del Kurdistan. Mark è molto ambizioso e vuole seguire ancora il conflitto per alcuni giorni in cerca dell’inquadratura perfetta, ma David ne ha avuto abbastanza dello sporco, della mancanza di speranze e della violenza, tanto da tornare a casa dalla moglie incinta Diane (Kelly Reilly). Mark, ferito gravemente, finisce in un ospedale locale nelle caverne di Harir, dove in precedenza era stato testimone e aveva registrato il dottor Talzani (Branko Djuric) che giocava a fare Dio. Talzani infatti deve combattere contro tutte le probabilità in questo ospedale di collina, decidendo il destino dei suoi pazienti con delle etichette colorate: giallo per offrire loro delle cure e blu per chi invece è destinato a morte sicura. Le cose ora sono cambiate e Mark è diventato un paziente sofferente, che è disperato mentre la sua vita è in bilico, fino a quando non viene sollevato dall’etichetta gialla del dottor Talzani.

Quando Mark torna ferito e insanguinato a casa rimane scioccato, ma inizialmente non troppo preoccupato alla scoperta che David non è tornato. La moglie di Mark, Elena (Paz Vega), è preoccupata per entrambi. Mark è esausto, disorientato e incapace di tornare alla vecchia vita di Dublino. A peggiorare le cose, il fatto di zoppicare in maniera più pronunciata. Osservando le fotografie scattate in Kurdistan, lui nota una strana figura sullo sfondo.

Quando Elena torna nel loro appartamento, lo trova svenuto sul pavimento. In ospedale, i dottori giungono alla conclusione che la sua incapacità di camminare è un problema psicologico e che è necessario l’aiuto di uno psichiatra. Così, Elena non ha altra possibilità se non quella di rivolgersi a suo nonno, che non sente da tempo, Joaquin (Christopher Lee), responsabile della ‘purificazione’ dei criminali di guerra dopo la guerra civile spagnola. Joaquin immediatamente incomincia a svelare le radici dei problemi di Mark, rivelando una scioccante verità.

Come ammazzare il capo….e vivere felici

Come ammazzare il capo…e vivere felici

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I tre protagonisti del film

Diretto da Seth Gordon, Come ammazzare il capo… e vivere felici (2011) inizia con tre amici al bar: Nick (Jason Bateman), Dale (Charlie Day) e Kurt (Jason Sudeikis). Tutti e tre hanno un grosso problema, anzi tre grossi problemi: i loro capi. La frustrazione e la disperazione li portano, di conseguenza, a concepire un piano assurdo: uccidere i tre datori di lavoro. Per far ciò, si affidano ai consigli di Dean “Fottimadre” Jones (Jamie Foxx), un ex galeotto che sostiene di essere in grado di aiutarli senza che nessuno possa poi incriminarli.

Tuttavia, una serie di eventi al limite del surreale rendono l’impresa ancora più ardua del previsto. E Jones, inoltre, potrebbe non essere così esperto di criminalità come voleva far credere. Insomma, riusciranno i tre spericolati a liberarsi dei loro terribili capi? Oppure lasceranno perdere e si rassegneranno a tornare alle proprie monotone e frustranti vite?

Curiosità

  • La New Line Cinema compra i diritti della sceneggiatura del film da Michael Morkowitz nel 2005. In seguito, Jonathan Goldstein e John Francis Daley hanno però riscritto gran parte di tale sceneggiatura.
  • Il film ha avuto un budget tra i 35 e i 37 milioni di dollari e ne ha incassati 209,6 milioni.
  • La maggior parte delle riprese sono state effettuate a Los Angeles, California. L’inseguimento in macchina, invece, è stato girato sempre in California, ma a Glendale.
  • Durante la fase della pre-produzione sono stati contattati molti attori, tra cui Owen Wilson, Matthew McConaughey, Ashton Kutcher e Vince Vaughn. Nel maggio 2010 Jennifer Aniston entra in trattativa per il ruolo della dentista ninfomane, mentre Colin Farrell avrebbe dovuto interpretare un “rampollo ladruncolo”. E, nel giugno dello stesso anno, Kevin Spacey viene scelto al posto di Tom Cruise, Jeff Bridges e Philip Seymour Hoffman.
  • Il 4 gennaio 2012 viene annunciata la produzione in corso di un sequel.

Pride and Glory – Il prezzo dell’onore

Quattro agenti della polizia di New York sono rimasti uccisi in un agguato. Il tragico evento scuote l’intero Dipartimento di Polizia, mettendo tutti in allerta. Con un assassino a piede libero e così tanto in gioco, Il Capo dei Detective di Manhattan, Francis Tierney Senior (Jon Voight), chiede a suo figlio, il Detective Ray Tierney (Edward Norton), di condurre le indagini. Ray accetta il caso anche se con riluttanza, consapevole del fatto che i poliziotti uccisi prestavano servizio sotto il comando di suo fratello, Francis Tierney, Jr. (Noah Emmerich), e al fianco di suo cognato, Jimmy Egan (Colin Farrell). Apparentemente sembrerebbe trattarsi del solito sequestro di droga finito male, ma col procedere delle indagini Ray comincia a rendersi conto che qualcuno deve aver informato gli spacciatori dell’imminente arrivo della polizia. Probabilmente si tratta di qualcuno dall’interno. Le prove sembrerebbero condurre verso persone di cui non dubiterebbe mai: suo fratello e suo cognato.

Miami Vice

L’uccisione di poliziotti sotto copertura e dei familiari di un informatore porta gli agenti Crockett e Tubbs a indagare su un traffico internazionale di droga gestito apparentemente da un gruppo di neonazisti di una fantomatica fratellanza ariana, ma che rappresenta solo il primo livello di un cartello di narcomafie potentissime e spietate. I metodi di investigazione tradizionali devono essere abbandonati in favore di procedure meno ortodosse e più efficaci. I due fascinosi detective si muovono oltre i limiti della legalità, tormentati da dubbi etici, fra senso della giustizia e sentimenti di vendetta sullo sfondo di una Miami cupa e livida, lontana dal glamour e dallo scintillio di quella Miami
da bere
della popolare serie tv degli anni Ottanta cui il film si ispira.

La recensione

I due detective più celebri della televisione girano ancora a bordo di una Ferrari, ma sono sparite le t-shirt fucsia sotto i completi Armani, i Rolex sono stati sostituiti da meno ordinari Vacheron Co

Chiedi alla polvere

Tratto dal romanzo omonimo dello scrittore americano John Fante. Quello tra la bella e focosa Camilla (Salma Hayek) e l’aspirante scrittore di origini italiane – alter ego dell’autore del romanzo – Arturo Bandini (Colin Farrell) è un amore che sembrerebbe non poter mai funzionare. Lei, umile cameriera nata in Messico e immigrata negli Usa, sogna di impalmare un uomo facoltoso per sistemarsi e riscattare le sue origini; lui invece insegue la fama e il successo editoriali. Intanto cerca una fidanzata bionda e con gli occhi azzurri, completamente diversa da Camilla. Eppure, l’amore scocca e fa scintille… Il film è stato prodotto da To

Minority Report

Washington 2054. La Pre-Crime, unità speciale del Dipartimento della Giustizia, è in grado di prevedere gli omicidi prima che questi avvengano grazie a tre veggenti chiamati Pre-Cog che vivono in una sospensione liquida. Le loro premonizioni vengono trasmesse a un sistema video che permette di rintracciare il tempo, il luogo e, soprattutto, i responsabili delle future uccisioni. Il reparto è comandato da John Anderton, un uomo che si è dedicato con grande impegno al suo lavoro dopo la sparizione del figlio, rapito e probabilmente ucciso sei anni prima da uno sconosciuto. Una delle visioni dei Pre-Cog rivela ai monitor un nuovo omicidio: l’autore dello stesso sarà proprio John che per evitare l’arresto decide di fuggire, quasi certo di essere vittima di una diabolica macchinazione. Tratto da un racconto di Philip K. Dick (tanto per capirci, l’autore che ha ispirato Blade Runner e Atto di forza), Minority Report sembra quasi essere una prosecuzione naturale di A.I. – Intelligenza artificiale; anzi, paradossalmente sembra addirittura più kubrickiano del precedente (che era ispirato, come è noto, da un soggetto firmato dall’autore di Eyes Wide Shut), sia per alcune soluzioni della messa in scena (si veda la sequenza con Peter Stormare nei panni di un chirurgo clandestino) che nell’approccio ad alcune tematiche di fondo (come il libero arbitrio, affrontato da Kubrick nel suo Arancia meccanica, esplicitamente citato da Spielberg nella stessa sequenza). Minority Report è il più impegnato dei film commerciali di Steven Spielberg (o il più commerciale dei suo film «impegnati»), un film di genere a tutti gli effetti, ricco di suspense e d’azione, ma altrettanto prodigo di spunti e riflessioni: sui pericoli e gli abusi della tecnologia, sulla presunta infallibilità della Giustizia, sulla fine completa di ogni privacy (i cittadini vengono controllati e riconosciuti tramite gli occhi, salutati da invitanti spot tridimensionali, proprio come gli internauti sono oggigiorno controllati tramite l’indirizzo IP navigando sul Web). Non manca, infine, l’elemento umano, la commozione, fondamentale in Spielberg, costituito dallo struggente dolore della perdita di un figlio, quasi un rovesciamento del tema portante di A.I., dove era invece il piccolo David, essere artificiale, a soffrire dell’assenza della madre. Il tutto filtrato attraverso la maestria tecnica del regista, capace ancora di stupire, ammaliare e girare numerosi pezzi di bravura: una per tutte, la sequenza, realizzata quasi completamente dall’alto, dei ragni elettronici partiti in uno stabile fatiscente alla caccia del protagonista. (andrea tagliacozzo)

In Bruges – La coscienza dell’assassino

Un incarico non eseguito secondo i piani costringe due killer ad abbandonare Londra e ad andare a Bruges per un paio di settimane, in attesa che le cose si sistemino. Il capo è un tipo preciso, esigente, spietato: meglio non farlo arrabbiare, meglio non discutere, si deve solo aspettare. Ma per i due c’è un problema: dove cazzo è Bruges? Bruges è in Belgio, scopriranno. E non è neanche male. Certo è dura per due assassini fare i turisti aspettando che il telefono squilli, a meno che non si riesca a ingannare il tempo girando tra i canali, i pub e le piazze, le chiese e i giardini, o magari facendo conoscenza con personaggi locali o di passaggio solo all’apparenza tranquilli e a posto. Potrebbe capitare anche di avere il tempo per ripensare le proprie vite e scegliere di cambiare radicalmente direzione.

(gerardo nobile)

Alexander

Esce in Italia il kolossal-peplo che Oliver Stone ha dedicato a un grande e mitico personaggio,
Alexander,
ovverosia quell’Alessandro Magno sulle cui scarse fonti storiche e tutte di seconda mano (come I vangeli) si è costruita una secolare esaltante mitologia.

Trattandosi di Oliver Stone, un regista che ha sempre affrontato tematiche politiche contemporanee con grande coraggio e passione, da
Platoon
a
JKF,
mi aspettavo qualcosa di diverso da Cecil De Mille o dal recente
Troy,
e in qualche modo non sono stato deluso dalle quasi tre ore di frenetica visione di sterminate e sanguinose battaglie, serpenti, grida e furori, intrighi familiari e di corte, balletti bizantini-tardo-romantici alla Massenet e amori gay dolcissimi, con annessa scopata etero molto animalesca; e includo anche un sospetto, un accenno di incesto tra la madre Olimpia e il figlio Alessandro.

Si capisce che Stone ci ha messo l’anima, crede a questo suo visionario e outrèe eroe, come se fosse un archetipo molto lontano di altri eponimi di storia americana, altrettanto mitizzata. Intanto la presenza sul set di un importante studioso, Robin Lane Fox – la sua estesa biografia è stata pubblicata da Einaudi, venticinque anni fa ma chi vuole qualcosa di più agile e più vicino a Stone consiglio Pietro Citati – garantisce una ricostruzione più scrupolosa del periodo, per lo meno per quanto concerne scenografie, costumi e annessi vari, e poi perché qualcosa di un’intenzione diversa, più profonda dell’esigenza spettacolare, traspare in questa congestionata e onirica follia del regista. Ed è appunto la sua follia, simile a quella del grande Michael Cimino: Stone ha costruito un’operona, costosa e rischiosa, che rischia di scontentare ogni tipo di pubblico: quello più «ricreativo» e meno «intellettuale», perché si annoia, si sperde nelle troppe ellissi, nelle sparate dittatoriali di Alexander, nei filosofemi di Tolomeo e dell’inserpentata Olimpia, e poi perché forse non gradisce «ancora» un eroe omo o bisex che sia, comunque sempre accompagnato dall’amichetto Efestione.

Ma rischia anche di scontentare l’altro pubblico, «intellettuale o intellettualoide», per una sceneggiatura che, a causa delle troppo scarse notizie storiche, si carica di melodramma verista e certe scene ricordano più
La cena delle beffe
di Sem Benelli che non tragedie elisabettiane. Dunque il meglio del film è tutto sommato nel suo empito visionario epico, dalle due battaglie strabilianti, quella di Gaugamela, in cui viene sconfitto l’esercito persiano e quella disastrosa in India prima del ritorno in Macedonia, a tutte le sequenze di massa, dagli spostamenti dell’esercito alle ricostruzioni ambientali.

Qui Oliver Stone è bravissimo nel suo inquieto inarrestabile muoversi tra primi piani e piani lunghi. Ma bellissimi sono anche alcuni momenti dell’educazione guerresca del fanciullo Alexander e alcune soluzioni finali, come la morte e ciò che precede gli ultimi istanti del protagonista, in cui Stone sembra quasi emulare (forse inconsciamente) Jarry o Vitrac, quindi l’eccesso del teatro dell’assurdo. E questa visionarietà «assurda», a metà strada tra il ciarpame sembenelliano e la genialità surreale, che salva il kolossal dalla sua destinazione irrimediabilmente kolossale. Forse ci voleva un po’ di coraggio in più. Per esempio, altri attori: Colin Farrel, Alexander, inclina il collo a sinistra come raccontano le cronache, ma con un fare troppo vezzoso su una faccia immancabilmente da bamboccio Wasp; idem per l’amico Efestione, ovvero Jared Leto: entrambi sembrano più adatti a una discoteca gay che a epiche imprese; la madre Olimpia, alias Angelina Jolie con labbra rifattissime e quindi molto barbare, sembra piuttosto un’artista da circo pronta per il suo numero di serpenti.

Nella sua volgarità guerresca Val Kilmer, Filippo, padre dell’eroe, mi sembra quello più in parte; irriconoscibile Anthony Hopkins, nel ruolo del vecchio rincoglionito Tolomeo, colui che nella biblioteca di Alessandria racconta la storia a cui ha preso parte da giovane: a lui viene affidato il messaggio ambiguo della leggenda vivente, erede di Achille o fanatico sterminatore e conquistatore, o tutte e due. Meglio lasciar perdere. Del resto le memorie di Tolomeo sono bruciate insieme alle biblioteca.
(piero gelli)

The Way Back

Una notte del 1940, durante una bufera di neve, sette prigionieri scappano da un Gulag sovietico. Sono uomini liberi, ora, ma sono anche quasi certamente uomini morti … la loro fuga ha poche possibilità di riuscita, perché le terre che devono attraversare sono a dir poco spietate. Con poco cibo, nessun equipaggiamento a disposizione e senza avere idea della loro posizione, tantomeno della loro meta, questi uomini si avventurano in un viaggio che gli riserverà difficoltà e tragedie inimmaginabili.  Spinti dai soli istinti animali, sopravvivenza e paura, e affidandosi a tratti umani evoluti, compassione e fiducia, vivranno delle esperienze allo stesso tempo profonde e terribili, angoscianti ed estatiche. Nel corso della loro vicenda, seguiranno un solo, unico principio: andare avanti, andare avanti, andare avanti …

In linea con l’assassino

Stuart
Stu
Shepard vive e lavora a New York. Pubblicitario di successo, si divide tra una moglie di cui non è più innamorato e un’amante giovane e carina cui ogni mattina telefona da una cabina per non destare sospetti in casa. Sembra un giorno come tanti altri ma il telefono della cabina comincia a squillare, Stu risponde e uno sconosciuto all’altro capo dell’apparecchio lo avverte di non riattaccare per nessun motivo, altrimenti lo ucciderà. La prima reazione è quella di riagganciare ma l’interlocutore, nascosto chissà dove, uccide a colpi d’arma da fuoco un passante per dimostrare che sta dicendo il vero. In pochi istanti si scatena il panico. Accorrono i poliziotti, la moglie, l’amante e naturalmente i media. Tutti sotto la mira del cecchino. A Stu non rimane che seguire le istruzioni della voce al telefono che lo guida, lo giudica e sembra conoscere di lui molte più cose di quante non dovrebbe…

Fermo da un anno per via delle analogie con quanto accaduto a Washington, terrorizzata per giorni da cecchini che uccidevano persone a caso,
Phone Booth
(cabina telefonica), tradotto banalmente in Italia con
In linea con l’assassino
e definito dallo stesso Joel Schumacher «parabola della paranoia urbana», mantiene vivo l’interesse per tutto il corso della visione. Operazione non facile considerando che, caso rarissimo, la pellicola mantiene la continuità di tempo (la durata del film è esattamente quella della vicenda narrata) e di luogo (la cabina telefonica e la via in cui è situata). Avvalendosi di un ottimo e originale script con soluzioni visive di sicuro impatto emotivo, il regista ha girato la pellicola in soli dodici giorni a Los Angeles (anche se il film è ambientato a New York) e con un budget di un milione di dollari. La scena iniziale in cui si viene proiettati è una citazione del primo Brian De Palma, con l’utilizzo dell’immagine moltiplicata e ripresa da più punti di vista e riesce a restituire ottimamente il senso di schiacciante angoscia del protagonista; angoscia che la stessa ambientazione metropolitana non fa che accrescere a livello esponenziale. Stu è letteralmente circondato dalle centinaia di finestre intorno alla realtà claustrofobia della phone booth, dietro ognuna delle quali potrebbe nascondersi il cecchino. Schumacher mette in scena un «gioco» deliberatamente sadico, che si trasforma in un incubo apparentemente senza via d’uscita: il killer è senza volto (di lui si sente solo la voce) ma onnisciente, controlla le azioni del protagonista dall’alto e sembra avere il semplice scopo di annientarlo psicologicamente prima di ucciderlo. Costante il tema dell’assedio (che il suo abuso sia una coincidenza/circostanza di questi tempi?), la cabina è circondata dai poliziotti convinti che Stu sia responsabile della situazione creatasi e Stu è a sua volta doppiamente e paradossalmente assediato dall’assassino vero e dalla situazione esterna.
Le vere trovate di Schumacher sono principalmente l’ambientazione e la struttura, che risaltano più dei veri e propri temi del film: quelli non certo originalissimi dello psicopatico che agisce secondo una logica «morale» e della comunicazione nelle grandi città. Lo schema tradizionale del thriller metropolitano, quindi, viene completamente stravolto. Spicca in modo inequivocabile l’interpretazione della neo star hollywoodiana Colin Farrell, protagonista al 100 per cento della storia, sempre in scena lungo tutta la durata del film, abile nel rappresentare un «falso» eroe che, nonostante le incongruenze del duplice colpo di scena finale, mostra il lato meschino della faccenda e una personale «metà oscura». Una buona prova per un regista discontinuo che viene ricordato soprattutto per il sopravvalutato
Giorno di ordinaria follia
ma che sembra aver trovato un filone più congeniale alla sua personalità di artigiano del cinema: pellicole di puro intrattenimento, basate su script innovativi e a basso costo.
(emilia de bartolomeis)