La macchia umana

Coleman Silk è un insigne professore, nonché ex preside del New York England College. Un giorno viene accusato ingiustamente di razzismo e si dimette. Sua moglie non regge alla notizia e muore per un’embolia al cervello. La sua reputazione, la sua carriera e la sua vita cadono in frantumi. Ma la resurrezione è dietro l’angolo. Incontra Nathan Zuckerman, uno scrittore cui affida il compito di raccontare la sua storia e con cui instaura un profondo rapporto di amicizia. E soprattutto incontra Faunia Farley, una donna delle pulizie molto più giovane di lui, con cui intreccia una relazione sessuale. Ma la vera macchia di Coleman Silk è nel passato: una colpa che non è mai stato in grado di confessare.

L’adattamento cinematografico di un romanzo è un operazione che nasconde difficoltà e possibili scivoloni. Difficoltà che il regista Robert Benton doveva avere ben presenti, avendo deciso di portare sul grande schermo La Macchia Umana (ultimo capitolo della trilogia iniziata con Pastorale Americana e proseguita con Ho sposato un Comunista), opera di uno dei maggiori scrittori americani di origine ebraica, Philiph Roth, un letterato di grande potenza narrativa e impatto sociale. La macchina realizzativa è delle migliori. Benton ha vinto due Oscar (Kramer contro Kramer, Le stagioni del cuore) e ha ottenuto numerose candidature per le sue sceneggiature (L’occhio privato, La vita a modo mio, Bonnie and Clyde). Sir Anthony Hopkins ha dimostrato ampiamente la sua capacità di calarsi nei personaggi letterari: Il silenzio degli innocenti, Quel che resta del giorno, Casa Howard, Il Bounty. Nicole Kidman è l’attrice più ricercata del momento. Un tris d’assi che però non riesce a vincere la partita. L’ex moglie di Tom Cruise non convince del tutto. I suoi occhi di ghiaccio, i capelli scuri e scompigliati, l’aspetto non curato non riescono a toglierle quella patina di dolcezza hollywoodiana che ormai la contraddistingue. In questo film la Kidman è una copertina di Vogue che tenta di fare la donna delle pulizie. Estremamente bella e sexy quando si spoglia, non credibile quando si lancia in tranche drammatiche. La potenza di questo film è l’idea narrativa, ossia Philiph Roth. Al romanzo, che merita di essere letto, aggiunge poco, forse toglie qualcosa, specie nella caratterizzazione dei personaggi. E il sesso? Questo universo, da sempre protagonista dei romanzi dello scrittore, viene affrontato con troppa pulizia, a parte qualche inquadratura della Kidman nuda. Si sarebbe potuto confrontare la donna giovane e il vecchio maturo calandosi un piano più materialistico, che avrebbe giovato alla veridicità dei protagonisti. La Macchia Umana è la storia di un uomo che reinventa se stesso. Coleman Silk, afro-americano dalla pelle chiarissima, si fa passare per bianco e diventa il prototipo dell’ebreo acculturato, del self-made man americano. La frase farsi passare per bianco è stata usata per indicare le persone che hanno cercato di cancellare la loro identità afro-americana. Nel XIX secolo era considerata una tecnica di sopravvivenza degli schiavi che cercavano così di sfuggire alle umiliazioni ma il fenomeno è continuato anche in epoca moderna. «Bisogna ricordare gli anni di cui parliamo – spiega Philiph Roth – prima del 1945 l’America era un paese segregazionista. Coleman ha preso la sua decisione in un periodo precedente a quello dei diritti civili, e sospetto che molti abbiano preso allora decisioni simili. Coleman si sente spinto a farlo perché vuole essere quello che pensa sia un uomo libero». (francesco marchetti)