The Hi-Lo Country

Dopo la seconda guerra mondiale la stirpe dei cowboy di razza sta tramontando, soppiantata dai grandi allevatori che non si servono più di loro se non come manovalanza asservita. Big Boy e Pete si sforzano di resistere al signorotto locale, condividono tutto e rischiano di scontrarsi per amore di una donna. Tuttavia le vere insidie non riguardano la rivalità in amore e nemmeno la conflittualità con il padrone, ma sono concentrate invece nel nucleo familiare del protagonista. Il mondo dei cowboy e dei loro complessi rapporti con la controparte femminile, visti da un osservatore esterno che privilegia un taglio distaccato e fatalista: è questo il vero contenuto di un film che andrebbe visto più come saggio antropologico sui cowboy piuttosto che come western. In questa prospettiva,
The Hi-Lo Country
è probabilmente il più sottovalutato e moderno racconto sul crepuscolo del mito della frontiera americana realizzato negli ultimi anni. Stephen Frears, che l’ha diretto (e a cui è molto affezionato, tanto da sceglierlo come uno dei suoi film preferiti all’ultimo festival di Taormina) è un cineasta inglese trapiantato stabilmente negli Stati Uniti, che poco o niente sa del vecchio West. E così ha finito per trasformare questo vecchio progetto di Sam Peckinpah – tratto da un romanzo di Max Evans, scritto da Walon Green (lo sceneggiatore de Il mucchio selvaggio) e prodotto da Martin Scorsese – in uno spaccato sociale che non rinuncia però a un sincero omaggio ai vecchi film con John Wayne, con Woody Harrelson che gli fa il verso rivelando anche un inedito sottofondo di sventata fragilità e di comprensione nei confronti delle donne.
(anton giulio mancino)

Il nascondiglio del diavolo

Un gruppo di ricercatori operanti in Romania, porta alla luce le rovine di un’Abbazia del XXIII secolo. Approfondendo l’analisi della struttura, il gruppo si rende conto che l’edificio è posto sopra a un fitto sistema di gallerie sotterranee che potrebbe nascondere un nuovo ecosistema. Viene così ingaggiata un’equipe di speleologi statunitensi che dovrà esplorare l’intricata ragnatela di cunicoli e grotte per un intero giorno. Quello che scopriranno li lascerà senza fiato.

Will Hunting – Genio ribelle

Quattro amici di classe operaia escono insieme a South Boston, ma uno di loro, il combattivo Will Hunting (Damon), ha un dono insolito: è un genio. Quando un docente di matematica del Massachusetts Institute of Technology (SkarsgÔrd) ne sente parlare, insiste perché il ragazzo non sprechi più il suo talento, e lo manda da uno psicologo/insegnante (Williams) nel tentativo di aprire il suo fragile guscio. Questa fiction ben recitata e scritta dai co-protagonisti Damon e Affleck non regge a un’attenta disamina ma sicuramente intrattiene, con una sfilza di buone interpretazioni. Oscar per la miglior sceneggiatura originale e il miglior attore non protagonista (Williams), più altre sette nomination, tra cui quella per miglior film, regia e montaggio.

L’ultima alba

Nigeria. Infuria la guerra civile e il tenente di vascello A.K. Waters e la sua squadra vengono incaricati di trarre in salvo Lena Kendricks, un medico americano impegnato in una missione cattolica. La dottoressa si rifiuta di lasciare il villaggio, a meno che i soldati statunitensi non portino con sé anche i suoi abitanti, permettendo loro di raggiungere il confine con il Camerun e scampare alla feroce pulizia etnica messa in atto dai ribelli dopo aver sterminato la famiglia reale. Waters accetta la richiesta della sua connazionale; inizia così una lunga e faticosissima marcia, durante la quale non mancheranno gli scontri con i paramilitari nigeriani. Perché tanto accanimento da parte di questi ultimi nei confronti di un piccolo gruppo di profughi? Presto Waters e i suoi uomini scopriranno che al suo interno si nasconde l’unico sopravvissuto fra i figli del re.

Già regista di
Training Day,
Antoine Fuqua ambienta la sua nuova pellicola in una terra dilaniata dalla guerra civile, dalla pulizia etnica e dai contrasti religiosi. «Volevo fare un film – racconta – che mostrasse che ci sono uomini e donne nel mondo militare che ci danno la possibilità di prendere tranquillamente il nostro caffè la mattina, mentre loro sono da qualche parte a lottare e a morire mentre noi non ne conosciamo neanche i nomi». Questi uomini e queste donne naturalmente sono americani, impegnati a mantenere la pace e pronti a morire a migliaia di chilometri da casa. Chissà se George W. Bush ha visto questo film. Sicuramente gli sarebbe piaciuto, visto che gli ideali espressi dai suoi protagonisti sono gli stessi proclamati dal Presidente americano. Il pubblico italiano invece rimarrà probabilmente deluso da una storia scontata nel suo svolgimento, con un Bruce Willis ormai incapace di scrollarsi di dosso i panni del «duro a morire» e una Monica Bellucci che si ostina a volersi doppiare nonostante risultati tutt’altro che eccelsi.
Salvate il soldato Ryan,
dichiarato modello di riferimento per Fuqua, è lontano anni luce.
(maurizio zoja)

Pitch Black

Riddick è un pericoloso assassino che deve essere tradotto in un carcere di massima sicurezza. Ma l’astronave pilotata dal comandante Fry si schianta su un pianeta illuminato dall’accecante luce di tre soli. Riddick riesce a fuggire e i superstiti devono preoccuparsi di qualcosa di ben più letale di lui. Provate a sommare
Ombre rosse, Aliens, Terrore nello spazio, Mad Max, Le ali della notte, Pianeta del terrore
. Il risultato è
Pitch Black
, non un patchwork di campionature cult ma un vero e proprio gioiellino di serie B, come avrebbe potuto dirigerlo la Barbara Peters di
Humanoids from the Deep
o la Stephanie Rothman di
Velvet Vampire
(d’altronde quest’ultimo richiama immediatamente la qualità della luce del film di Twohy). Uno script articolato, popolato di personaggi sfaccettati e dallo sviluppo psicologico non lineare, un’economia della messinscena dell’effetto speciale magistrale, un sapiente alternarsi tra visibilità totale e buio assoluto, oltre a scenografie evocative ed essenziali, ne fanno una vera e propria sorpresa (l’unica che il genere ci abbia rivelato da
The Night Flier
di Mark Pavia in giù). Twohy, dal canto suo, evidenzia una buona capacità di sguardo, gioca con le immagini del deserto e la tecnologia rottamata come il «missing» Richard Stanley e lascia ben sperare per il suo futuro. Un film che giunge come una boccata di aria fresca (e di intelligenza) in un genere saturato da luoghi comuni e grafica digitale.
(giona a. nazzaro)